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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Prendendo le mani di Aravine fra le sue, lei parlò rapidamente come l’altra donna. «Nel nome della Luce, accetto la tua offerta e proteggerò e difenderò te e le tue genti dai tormenti della battaglia, dairinfuriare dell’inverno e da tutto ciò che il tempo porterà. Ora. Conosci qualcun altro di cui ci si possa fidare? Non persone di cui pensi ci si possa fidare, ma persone di cui lo sai per certo.»

«Non per questo, mia signora» rispose Aravine in tono mesto. Il suo volto era raggiante di sollievo, però. Non era stata sicura che Faile l’avrebbe accettata. Che si trattasse di sollievo piuttosto che di qualcos’altro rendeva Faile incline a credere in lei. Incline, il che voleva dire che non le credeva del tutto. «Metà di loro tradirebbe la propria madre nella speranza di procurarsi la libertà, e l’altra metà è troppo spaventata per tentare o troppo intontita perché ci si possa fidare che non si facciano prendere dal panico. Deve esserci qualcuno, e io ne tengo d’occhio uno o due, ma voglio essere molto cauta. Un errore è qualcosa che non posso permettermi.»

«Molto cauta» convenne Faile. «Sevanna mi ha davvero mandata a chiamare? Se non l’ha fatto...»

Pareva che invece fosse così, e Faile fu lesta a raggiungere la tenda di Sevanna – più di quanto le sarebbe piaciuto in realtà, era irritante scattare per evitare di scontentare Sevanna – ma nessuno le prestò la minima attenzione quando lei entrò e rimase in piedi con aria umile accanto ai lembi dell’ingresso.

La tenda di Sevanna non era una bassa struttura aiel, ma una quadrangolare di tela rossa tanto grande da aver bisogno di due pertiche centrali, illuminata da quasi una dozzina di lampade su sostegni dotate di specchi. Due bracieri dorati emanavano un po’ di calore, emettendo sottili sbuffi di fumo che mulinavano fuori dalle apposite aperture nel soffitto, ma dentro faceva poco più caldo che all’esterno. Ricchi tappeti, la neve attentamente raschiata via prima che venissero poggiati per terra, creavano un pavimento di tonalità rosse, verdi e blu, intrichi tarenesi, fiori e animali. Cuscini di seta muniti di nappe giacevano sparpagliati sui tappeti, e una sedia, un oggetto massiccio intagliato in maniera intricata e con una pesante doratura, era posta in un angolo. Faile non aveva mai visto nessuno sedervisi, ma si supponeva che si trovasse lì per evocare la presenza di un capoclan, a quanto lei sapeva. A lei bastava starsene lì in pace con gli occhi bassi. Altri tre gai’shain con cinture e collari dorati, fra cui un uomo barbuto, erano in piedi lungo una parete della tenda, nel caso occorresse qualche servigio. Sevanna era lì, e così Therava.

Sevanna era una donna alta, poco più della stessa Faile, con pallidi occhi verdi e capelli come fili d’orò. Sarebbe potuta essere bella se non fosse stato per un forte piglio rapace attorno alla sua bocca carnosa. C’era poco in lei di tìpico degli Aiel oltre gli occhi, i capelli e il volto scurito dal sole. La sua blusa era di seta bianca, la gonna dello stesso tessuto divisa per cavalcare, anche se color grigio scuro, e la sciarpa attorno alle sue tempie era uno sfavillare di cremisi e oro, anch’essa di seta. Stivali rossi facevano capolino sotto l’orlo della sua gonna quando si muoveva. Anelli ingemmati decoravano ogni dito, e collane e braccialetti di grosse perle, diamanti tagliati e rubini grossi come uova di piccione, zaffiri, smeraldi e gocce di fuoco, facevano impallidire qualunque gioiello avesse Someryn. Nemmeno uno era di fattura aiel. Therava, d’altro canto, era completamente Aiel, in lana scura e algode bianco, le sue mani spoglie e le collane e i braccialetti in oro e avorio. Nessun anello sulle dita o gemme per lei. Più alta di molti uomini, i suoi capelli color rosso scuro appena striati di bianco, era un’aquila dagli occhi azzurri che sembrava voler divorare Sevanna come se fosse un agnello azzoppato. Faile avrebbe preferito far adirare Sevanna dieci volte che non Therava una sola, ma le due donne si fronteggiavano sedute a un tavolo intarsiato di avorio e turchesi, e Sevanna rispondeva a tono a ogni occhiataccia di Therava.

«Ciò che sta accadendo oggi significa pericolo» disse Therava con l’aria di una persona stanca di doversi ripetere. E forse sul punto di estrarre il coltello che portava alla cintura. Ne carezzava l’impugnatura mentre parlava, e con aria non del tutto assente, pensò Faile.

«Dobbiamo mettere quanta più distanza possibile fra noi e qualunque cosa sia, e prima che possiamo. Ci sono delle montagne a est. Una volta che le avremo raggiunte, potremo starcene al sicuro finché non avremo nuovamente radunato tutte le sette. Sette che non sarebbero mai state separate se tu non fossi stata così sicura di te, Sevanna.»

«Tu parli di sicurezza?» Sevanna rise. «Sei diventata così vecchia e sdentata che hai bisogno di essere nutrita a pane e latte? Guarda. Queste tue montagne quanto sono distanti? Quanti giorni, o settimane, quanto dobbiamo strisciare attraverso questa dannata neve?» Fece un gesto verso il tavolo fra loro dove era stesa una mappa, tenuta aperta da due grosse ciotole dorate e un pesante candelabro d’oro a tre bracci. La maggior parte degli Aiel disdegnava le mappe, ma Sevanna si era abituata a esse assieme ad altri costumi degli abitanti delle terre bagnate.

«Qualunque cosa sia accaduta è molto lontana, Therava. Sei stata d’accordo anche tu, come tutte le Sapienti. Questa città è piena di cibo, sufficiente a nutrirci per settimane, se rimaniamo qui. Chi c’è qui a sfidarci, se lo facciamo? E se lo facciamo... tu hai sentito i corrieri, i messaggi. In due o tre settimane, quattro al massimo, altre dieci sette si saranno unite a me. Forse più! Per allora questa neve si sarà sciolta, se possiamo credere a questi abitanti delle terre bagnate della città. Viaggeremo veloci invece di dover trascinare tutto sulle slitte.» Faile si domandò se qualcuno della gente della città avesse menzionato il fango.

«Altre dieci sette si uniranno a te» disse Therava, con voce piatta tranne per l’ultima parola. La sua mano si serrò sull’impugnatura del coltello. «Tu parli per il capoclan, Sevanna, e perciò io sono stata scelta per consigliarti come un capoclan, che deve ascoltare i suggerimenti per il bene del nostro clan. Io ti consiglio di dirigerci a est e continuare a muoverci in quella direzione. Le altre sette possono unirsi a noi altrettanto facilmente su quelle montagne come qui, e se dobbiamo procedere un po’ affamati nel frattempo, chi fra noi è estraneo agli stenti?»

Sevanna tastò le sue collane, un grosso smeraldo sulla sua mano destra come un fuoco verde alla luce delle lampade sui sostegni. La sua bocca si tese e sembrò più affamata per questo. Poteva darsi che lei avesse conosciuto gli stenti, ma nonostante la mancanza di calore nella tenda, aveva scelto di non sperimentarli più. «Io parlo per il capo e dico che noi rimarremo qui.» C’era più che un accenno di sfida nella sua voce, ma non diede a Therava l’opportunità di raccoglierla. «Ah, vedo che è arrivata Falle. La mia brava, obbediente gai’shain.» Prendendo qualcosa avvolto in un panno dal tavolo, tolse via la stoffa. «Riconosci questo, Faile Bashere?»

Quello che Sevanna teneva in mano era un coltello con una lama a filo singolo e lungo una spanna e mezzo, un semplice utensile del tipo che migliaia di contadini portavano. Tranne il fatto che Faile riconobbe il disegno dei rivettini nel manico di legno e la scheggiatura sul bordo. Era il coltello che aveva rubato e occultato con tanta cura. Non disse nulla. Non c’era nulla da dire. Ai gai’shain era proibito possedere qualunque arma, perfino un coltello tranne quando dovevano tagliare carne o verdura per cucinare. Faile non riuscì a non sussultare quando Sevanna proseguì, però.

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