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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Mi piacerebbe» disse Faile con cautela. Un po’ di amoreggiamento poteva essere necessario dopotutto, ma non poteva passare direttamente dal dirgli quanto amava suo marito al guardarlo con occhi languidi e senza fiato. Non che avesse alcuna intenzione di spingersi a tanto – non era mica una Domanese! – tuttavia forse ci sarebbe dovuta andare vicino. Per il momento, un piccolo promemoria sul fatto che Sevanna aveva usurpato il suo ‘diritto’ non sarebbe stato fuori luogo. «Ho del lavoro da fare ora, però, e dubito che Sevanna sarebbe contenta se sapesse che invece ho trascorso il tempo a parlare con te.»

Rolan annuì di nuovo e Faile sospirò. Poteva sapere come far ridere una donna, stando a quello che sosteneva, ma non era certo un gran conversatore. Avrebbe dovuto faticare per indurlo a parlare se intendeva ottenere da lui qualcosa di più di battute che non capiva. Perfino con l’aiuto di Chiad e Bain, gli umori degli Aiel le rimanevano incomprensibili.

Avevano raggiunto la vasta piazza di fronte alla fortezza all’estremità nord della città, una turrita massa di grigie pareti di pietra che non aveva protetto i suoi abitanti meglio delle mura cittadine. Faile pensava di aver visto la signora che aveva governato Malden e ogni cosa nel raggio di venti miglia, una dignitosa vedova di mezz’età di bell’aspetto, fra i gai’shain che trasportavano l’acqua. Uomini e donne vestiti di bianco coi loro secchi affollavano la piazza lastricata di pietra. All’estremità orientale, quella che sembrava una sezione delle mura esterne della città, grigia e alta trenta piedi, era in realtà la parete di un’enorme cisterna alimentata da un acquedotto. Da quattro pompe, ognuna azionata da una coppia di uomini, sgorgava l’acqua che andava a riempire i secchi, e sul selciato ne schizzava molta più di quanta gli uomini avrebbero osato permettere, se solo avessero saputo che Rolan era tanto vicino da vedere. Faile aveva preso in considerazione di strisciare per i trafori simili a cunicoli dell’acquedotto per fuggire, ma non avrebbero avuto modo di tenere niente asciutto e, ovunque fossero sbucate, sarebbero state bagnate fradice e molto probabilmente sarebbero congelate a morte prima di riuscire a percorrere un miglio o due nella neve.

C’erano altri due posti nella città per prendere l’acqua, entrambi alimentati da condotti sotterranei di pietra, ma qui un lungo tavolo in legno nero con le gambe a zampa di leone era stato piazzato ai piedi della parete della cisterna. Una volta era stato un tavolo per banchetti, la superficie intarsiata con avorio, ma i cunei eburnei erano stati staccati a forza e ora sulla sommità erano appoggiati diversi mastelli di legno. Un paio di secchi, anch’essi di legno, si trovavano accanto al tavolo, e a un’estremità un bricco di rame emetteva vapore sopra un fuoco fatto di sedie rotte. Faile dubitava che Sevanna facesse portare il suo bucato in città per risparmiare ai gai’shain la fatica di portare acqua alle tende, ma, qualunque fosse la ragione, Faile era grata. Un canestro di bucato era più leggero dei secchi pieni d’acqua. Lo sapeva bene, dopo averne portati un bel po’. C’erano due canestri sul tavolo, ma solo una donna che indossava la cintura e il collare d’oro era al lavoro, le maniche della sua veste bianca arrotolate il più in alto possibile e i suoi lunghi capelli neri legati con una striscia di stoffa bianca per impedire che finissero nell’acqua del mastello.

Quando Alliandre vide Faile avvicinarsi con Rolan, si raddrizzò asciugandosi le braccia nude sulla veste. Alliandre Maritha Kigarin, regina di Ghealdan, Benedetta dalla Luce, Protettrice della Muraglia di Garen e una dozzina di altri titoli, era stata una donna elegante e riservata, posata e solenne. Alliandre la gai’shain era ancora graziosa, ma aveva in viso un’espressione perennemente tormentata. Con macchie umide sulle sue vestì e le mani grinzose per la lunga immersione in acqua, sarebbe potuta passare per una lavandaia carina. Osservando Rolan appoggiare per terra il canestro e sorridere a Faile prima di allontanarsi a grandi passi e vedendo quest’ultima restituirgli il sorriso, sollevò un sopracciglio con fare interrogativo.

«È stato lui a catturarmi» disse Faile, prendendo i capi di vestiario dal canestro e appoggiandoli sul tavolo. Perfino qui dove c’erano soltanto gai’shain era meglio non parlare mentre si lavorava. «È uno dei Senza Fratelli, e penso che non approvi davvero che gli abitanti delle terre bagnate vengano resi gai’shain. Credo che possa aiutarci.»

«Capisco» disse Alliandre. Con una mano sfiorò con delicatezza la veste di Faile sulla schiena.

Accigliandosi, Faile si torse per guardare oltre la propria spalla. Per un momento fissò la terra e le ceneri che le coprivano la schiena dalle spalle in giù, poi un rossore le avvampò in viso. «Sono caduta» si affrettò a spiegare. Non poteva dire ad Alliandre cos’era accaduto con Nadric. Non pensava di poterlo dire a nessuno. «Rolan si è offerto di portare il mio canestro.»

Alliandre scrollò le spalle. «Se mi aiutasse a scappare, lo sposerei. Oppure no, se lui preferisse così. Non è molto bello, ma non sarebbe doloroso, e non sarebbe necessario che mio marito, se ne avessi uno, lo sapesse. Se avesse un po’ di buonsenso, sarebbe felicissimo di riavermi con sé e non farebbe domande di cui non vorrebbe udire le risposte.»

Stringendo le mani su una blusa di seta, Faile digrignò i denti. Alliandre era la sua vassalla, attraverso Perrin, e rivestiva il suo ruolo piuttosto bene, perlomeno finora, per quanto riguardava l’obbedire agli ordini, ma la natura di quel rapporto si era fatta tesa. Avevano convenuto che era necessario cercare di pensare come serve, cercare di essere serve, se volevano sopravvivere, tuttavia ciò implicava che ognuna aveva visto l’altra fare riverenze e affrettarsi a obbedire. Le punizioni di Sevanna erano amministrate dai gai’shain che si trovavano più vicino a lei quando prendeva la sua decisione, e una volta a Faile era stato ordinato di fustigare Alliandre. Peggio ancora, ad Alliandre era stato comandato di restituire il favore due volte. Rifiutarsi significava solo ottenere l’assaggio della stessa medicina per sé stessi, oltre al fatto che l’altra donna doveva sopportare una dose doppia da qualcuno che non avrebbe avuto remore a utilizzare il proprio braccio. Doveva fare la differenza quando per due volte avevi scalciato e strillato a causa della tua vassalla.

All’improvviso Faile si rese conto che la blusa che stava afferrando era una di quelle che si erano maggiormente sporcate di terra quando il canestro era caduto. Allentando la presa, esaminò l’indumento con fare ansioso. Non pareva che la terra fosse penetrata nelle fibre. Per un momento provò una sensazione di sollievo, poi di irritazione per sentirsi sollevata. Cosa ancora più irritante, il sollievo non se ne andò.

«Arrela e Lacile sono fuggite tre giorni fa» disse a bassa voce.

«Dovrebbero essere piuttosto distanti, a quest’ora. Dov’è Maighdin?»

Un preoccupato cipiglio apparve sul viso dell’altra donna. «Sta tentando di introdursi nella tenda di Therava. L’abbiamo incrociata assieme a un gruppo di Sapienti e, da quello che abbiamo udito di nascosto, sembravano dirette a un incontro con Sevanna. Maighdin mi ha ficcato in mano il suo canestro e ha detto che aveva intenzione di provare. Penso... penso che stia diventando talmente disperata da correre troppi rischi» disse con una nota di disperazione nella sua stessa voce. «Sarebbe dovuta essere qui, a quest’ora.»

Faile trasse un profondo respiro e lo esalò lentamente. Stavano tutte diventando disperate. Avevano raccolto provviste per la loro fuga – coltelli e cibo, stivali e brache e giacche da uomo che calzavano abbastanza bene, il tutto attentamente nascosto nei carri, le vesti bianche sarebbero servite come coperte e mantelli per nasconderle nella neve – ma l’opportunità di utilizzare tutti quei preparativi non sembrava più vicina ora rispetto al giorno in cui erano state catturate. Solo due settimane. Ventidue giorni, per essere precisi. Non poteva certo essere un tempo tanto lungo da modificare qualcosa, ma la loro finzione di essere serve le stava cambiando, malgrado tutto quello che potevano fare per impedirlo. Solo due settimane e già si ritrovavano a sobbalzare senza neanche pensarci per obbedire agli ordini, preoccupandosi delle punizioni e del fatto che stessero o meno compiacendo Sevanna. Il peggio era che potevano vedere sé stesse fare queste cose e sapevano che qualche parte del loro essere veniva modellata contro la loro volontà. Per ora potevano ripetersi che stavano solo facendo il necessario per evitare sospetti finché non fossero riuscite a fuggire, tuttavia ogni giorno le reazioni diventavano più automatiche. Quanto tempo sarebbe passato prima che la fuga diventasse una pallida immagine sognata di notte dopo una giornata passata come perfetti gai’shain, nella mente come nelle azioni? Nessuno aveva osato porre quella domanda ad alta voce, finora, e Faile sapeva che lei stessa tentava di non pensarci, ma quell’interrogativo era sempre ai margini della sua consapevolezza. In un certo senso, aveva paura che quella domanda svanisse. Quando fosse accaduto, sarebbe stato perché aveva trovato una risposta?

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