Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
Del mobilio era disseminato per le strade, grossi tavoli rovesciati, forzieri decorati e sedie, e a volte uno spiegazzato tendaggio da parete o piatti rotti. Frammenti di vestiti giacevano ovunque, giubbe, brache e abiti lunghi, per la maggior parte fatti a brandelli. Gli Shaido avevano preso qualunque cosa fatta d’oro e d’argento, ogni oggetto che avesse delle gemme, tutto ciò che era utile o commestibile, ma i mobili dovevano essere stati gettati fuori nella frenesia del saccheggio, poi abbandonati quando chi li stava trasportando aveva deciso che un bordino dorato o un intaglio eccellente non valevano lo sforzo. In ogni caso gli Aiel non usavano sedie, tranne per i capi, e non c’era spazio sui carretti o nei carri per nessuno di quei tavoli pesanti. Qualche Shaido si aggirava ancora lì attorno, ispezionando case, locande e negozi in cerca di qualunque cosa potesse essere sfuggita, tuttavia la maggior parte delle persone che lei vedeva erano gai’shain che trasportavano secchi. Gli Aiel non avevano alcun interesse per le città se non come magazzini da saccheggiare. Incrociò un paio di Fanciulle che stavano usando l’impugnatura delle loro lance per condurre un uomo nudo dagli occhi spiritati e con le braccia legate dietro la schiena verso i cancelli. Senza dubbio aveva pensato di potersi nascondere in una cantina o in un solaio finché gli Shaido non se ne fossero andati. E senza dubbio le Fanciulle vi erano andate per cercare un nascondiglio di monete o argenteria. Quando un uomo enorme nel cadin’sor di un algai’d’siswai le si parò davanti, lei deviò per girargli attorno nel modo più gentile possibile. Un gai’shain lasciava sempre passare qualunque Shaido.
«Sei davvero graziosa» disse lui, mettendosi sulla sua strada. Era l’uomo più grande che avesse mai visto, alto forse sette piedi e grosso in proporzione. Non grasso – non aveva mai visto un Aiel grasso – ma molto corpulento. Lui ruttò, e Faile percepì effluvi di vino. Di Aiel ubriachi ne aveva visti, da quando avevano trovato tutte quelle botti di vino qui a Malden. Non era spaventata, però. I gai’shain potevano essere puniti per un gran numero di infrazioni, spesso trasgressioni che pochi fra gli abitanti delle terre bagnate comprendevano, ma le vesti bianche offrivano anche una certa protezione, e lei disponeva di uno strato supplementare.
«Sono gai’shain per la Sapiente Sevanna» disse nel suo tono più ossequioso possibile. Con suo disgusto, era arrivata al punto in cui ci riusciva molto bene. «Sevanna sarebbe scontenta se io mi sottraessi ai miei doveri per parlare.» Tentò di nuovo di aggirarlo ed emise un rantolo quando lui le afferrò il braccio in una mano che avrebbe potuto avvolgerlo due volte avanzando perfino alcuni pollici.
«Sevanna ha centinaia di gai’shain. Non sentirà la mancanza di una di loro per un’ora o due.»
Il canestro cadde a terra mentre lui la sollevava in aria con tanta facilità come se stesse raccogliendo un cuscino. Prima che lei potesse rendersi conto di cosa stava accadendo, si ritrovò infilata sotto la sua spalla, con le braccia intrappolate contro i fianchi. Spalancò la bocca per urlare e lui utilizzò la sua mano libera per premerle il viso contro il suo torace. La puzza di lana intrisa di sudore le riempì il naso. Tutto ciò che riusciva a vedere era lana grigio-bruna. Dov’erano quelle due Fanciulle?
Le Fanciulle della Lancia non gli avrebbero permesso di fare questo!
Qualunque Aiel l’avesse visto sarebbe intervenuto! Lei non si aspettava certo aiuto da nessuno dei gai’shain. Uno o due sarebbero potuti correre a chiedere aiuto, se era fortunata, ma la primissima lezione che ogni gai’shain apprendeva era che perfino una parvenza di comportamento violento poteva farti finire appeso per le caviglie e percosso fino a urlare. La prima lezione che gli abitanti delle terre bagnate apprendevano, perlomeno: ai gai’shain era proibito usare violenza per qualunque motivo. Qualunque. Il che non le impedì di scalciare furiosamente verso l’uomo. Era come prendere a calci un muro, per quello che serviva. Lui si stava muovendo, portandola da qualche parte. Lei morse più forte che poteva e per i suoi sforzi ottenne un pezzetta di ruvida lana sporca, i suoi denti che scivolavano sopra il muscolo senza riuscire a trovare alcun appiglio. Sembrava fatto di pietra. Faile urlò, ma il suo strillo suonò attutìto perfino alle sue stesse orecchie. All’improvviso il mostro che la trasportava si fermò.
«Io ho reso questa donna gai’shain, Nadric» disse la voce profonda di un altro uomo.
Faile percepì un rimbombo di risa nel petto contro il suo volto prima ancora di udirne il suono. Non smise di scalciare, non cessò di dimenarsi o tentare di urlare, tuttavia il suo aguzzino sembrava non prestare attenzione ai suoi sforzi. «Lei appartiene a Sevanna ora, Senza Fratelli» disse l’uomo enorme – Nadric? – in tono sprezzante. «Sevanna prende quello che vuole, e io prendo quello che voglio. È la nuova usanza.»
«Sevanna se l’è presa,» replicò l’altro uomo con calma «ma io non l’ho mai data a Sevanna. Non mi sono mai offerto di cederla a Sevanna. Tu abbandoni il tuo onore perché Sevanna abbandona il suo?»
Ci fu un lungo silenzio rotto solo dai suoni soffocati emessi da Faile. Lei non smise di dibattersi, non poteva, ma era come se fosse un neonato in fasce.
«Non è una preda abbastanza graziosa per cui combattere» disse infine Nadric. Non suonava spaventato né tanto meno preoccupato. Le mani di lui la lasciarono andare e i denti di Faile si liberarono con uno strappo così improvviso dalla sua giubba che pensò che uno o due sarebbero schizzati fuori, ma sbatté con forza la schiena contro il terreno, tutto il fiato le uscì dai polmoni e perse anche buona parte delle sue facoltà mentali. Quando riuscì a riprendere abbastanza aria da tirarsi su con le mani, l’uomo mastodontico se ne stava andando a grandi falcate lungo il vicolo, ed era quasi arrivato di nuovo in strada. Era proprio un vicolo, una stretta striscia di terra battuta fra due edifici in pietra. Nessuno avrebbe visto quello che lui avrebbe potuto farle lì. Rabbrividendo – non stava tremando, solo rabbrividendo! – e sputando via il saporaccio di lana sudicia e del sudore di Nadric, sbirciò alle proprie spalle. Se avesse avuto a portata di mano il coltello che aveva nascosto, lo avrebbe pugnalato. Non era una preda abbastanza graziosa per cui combattere, vero? Parte di lei sapeva che ciò era ridicolo, ma si stava aggrappando a qualunque cosa potesse alimentare la sua rabbia, solo per il calore che le dava. Per aiutarla a smettere di rabbrividire. L’avrebbe pugnalato ancora e ancora, fino a non riuscire più a sollevare le braccia.
Alzandosi in piedi su gambe traballanti, saggiò i propri denti con la lingua. Erano tutti a posto, nessuno rotto o mancante. Aveva il viso grattato dalla ruvida lana della giubba di Nadric e le labbra livide, ma era illesa. Cercò di tenere a mente quello. Era illesa e libera di camminare per conto proprio fuori dal vicolo. Libera per quanto poteva esserlo qualcuno in vesti da gai’shain, perlomeno. Se c’erano molti come Nadric che non riconoscevano più la protezione di quelle vesti, allora fra gli Shaido stava venendo meno l’ordine. L’accampamento sarebbe diventato un posto più pericoloso, ma la confusione avrebbe portato maggiori opportunità di fuggire. Era questo il modo in cui doveva vedere ciò che era accaduto. Aveva appreso qualcosa che poteva esserle d’aiuto. Se solo fosse riuscita a smettere di rabbrividire. Alla fine, con riluttanza, guardò il suo salvatore. Aveva riconosciuto la sua voce. Lui si teneva a distanza da lei, osservandola con calma, non facendo alcun gesto per offrirle solidarietà. Faile pensava che avrebbe urlato, se lui l’avesse toccata. Un’altra assurdità, dato che l’aveva salvata, tuttavia era così. Rolan era più basso di Nadric solo di una spanna e quasi altrettanto corpulento, e lei non aveva certo ragione di volerlo accoltellare. Non era uno Shaido, ma uno dei Senza Fratelli, i Mera’din, uomini che avevano abbandonato i loro clan perché non avevano intenzione di seguire Rand al’Thor, ed era stato davvero lui a renderla gai’shain. Vero, le aveva impedito di congelare a morte la notte dopo che era stata catturata avvolgendola nella propria giubba, tuttavia Faile non ne avrebbe avuto bisogno se lui innanzitutto non le avesse tagliato via i vestiti fino all’ultima cucitura. La prima parte nell’essere resi gai’shain consisteva sempre nell’essere spogliati, ma non era una ragione sufficiente per perdonarlo.