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La corona di spade

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La corona di spade
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«Con centomila uomini o con quanti ne ho adesso,» continuò Bryne «sarei il primo. Se riesco a bloccare i porti. I generali di Hawkwing non ci sono mai riusciti. Le Aes Sedai hanno sempre issato quelle catene di ferro in tempo per evitare che le imbarcazioni entrassero nel porto e venissero affondate per ostacolare il commercio. Cibo e rifornimenti arrivavano comunque. Alla fine si tratterà comunque di un attacco diretto, ma solo quando la città sarà indebolita, se posso fare a modo mio.» La voce di Bryne era ancora... calma. Sembrava stesse pianificando una scampagnata. Si voltò verso Myrelle e, anche se il tono della sua voce non cambiò, l’intensità dello sguardo era percepibile nonostante la visiera dell’elmo. «Mi avete concesso libertà d’azione, per quanto riguarda l’esercito. Preferirei non sprecare la vita dei miei uomini.»

Myrelle aprì la bocca, quindi la richiuse lentamente. Era chiaro che avrebbe voluto dire qualcosa, ma non sapeva come replicare. Avevano dato la loro parola, lei, Sheriam e le altre che erano al comando quando Bryne era arrivato a Salidar. Anche se l’avevano fatto malvolentieri. E anche se le Adunanti cercavano ogni modo per aggirare quella situazione, poiché loro non si erano impegnate in quella promessa. Bryne però si comportava come se l’avessero fatto, e fino a quel momento aveva sempre avuto la meglio. Fino a quel momento.

Egwene si sentiva male. Aveva visto la guerra. Nella mente, le lampeggiarono immagini di uomini che combattevano, uccidendo e morendo a loro volta mentre avanzavano lungo le strade di Tar Valon. Lo sguardo le cadde su un uomo dalla mascella squadrata che stava affilando la punta della sua lancia. Sarebbe morto anche lui in quelle strade? E l’uomo dai radi capelli grigi, quasi calvo, che passava una mano con cura su ogni freccia prima di infilarla nella faretra? E quel ragazzino sbruffone con gli stivali da cavallo? Sembrava troppo giovane anche per radersi. Luce, erano in tanti a essere troppo giovani. Quanti ne sarebbero morti? Per lei. Per la giustizia, per il bene, per il mondo... ma alla fin fine era comunque per lei. Siuan alzò una mano lasciandola a mezz’aria. Se anche le fosse stata abbastanza vicino, non poteva confortare l’Amyrlin Seat in pubblico dandole una pacca su una spalla.

Egwene raddrizzò la schiena. «Lord Bryne,» disse con voce tesa «cosa volevi mostrarmi?» Ebbe l’impressione che l’uomo lanciasse un ultimo sguardo a Myrelle prima di rispondere.

«Meglio che tu lo veda con i tuoi occhi.»

Adesso Egwene aveva la sensazione che il cranio avrebbe potuto aprirsi in due. Se gli indizi di Siuan significavano qualcosa, avrebbe benissimo potuto spellare viva Myrelle. E se non era così, avrebbe potuto spellare Siuan. E magari avrebbe aggiunto anche Gareth Bryne, per buona misura.

12

Una mattina di vittoria

Le colline tortuose e i rilevi che circondavano l’accampamento mostravano tutti i segni della siccità e di quel clima scellerato. Un caldo empio. Anche il più stupido degli sguatteri da cucina poteva riconoscere il tocco del Tenebroso sul mondo. Il bosco vero e proprio si trovava alle loro spalle, a occidente, ma di tanto in tanto si vedevano querce deformi sui pendii rocciosi, alberi della gomma e pini di forme insolite o altri alberi che Egwene non conosceva, marroni, gialli e con i rami spogli. Non per via dell’inverno, ma per mancanza di acqua e frescura. Se il tempo non fosse cambiato presto, sarebbero morti. Oltre l’accampamento c’era un fiume che scorreva a sudovest, il Reisendrelle, largo venti passi e fiancheggiato da rive di fango essiccato costellate di rocce. L’acqua che mulinava intorno a pietre che in condizioni normali avrebbero reso pericoloso il guado arrivava appena alle ginocchia dei cavalli. Egwene sentì i suoi problemi perdere spessore. Nonostante il mal di testa pregò per Nynaeve ed Elayne. La loro ricerca era importante quanto tutto quello che stava facendo lei. Di più. Il mondo sarebbe sopravvissuto anche se lei avesse fallito, ma le sue due amiche dovevano avere successo.

Viaggiarono verso sud al piccolo trotto, rallentando quando il pendio delle colline diventava troppo ripido per i cavalli o quando dovevano passare fra alberi e cespugli, ma cercarono di rimanere in pianura e muoversi più in fretta possibile. Il castrone di Bryne, dal passo sicuro e forte, non sembrava risentire dell’inclinazione o delle asperità del terreno, ma Daishar teneva bene il passo. Talvolta la grassa giumenta di Siuan aveva qualche difficoltà, anche se forse era solo contagiata dall’ansia di chi la cavalcava. Per quanta pratica avrebbe mai fatto, Siuan sarebbe comunque rimasta una pessima cavallerizza: si aggrappava quasi al collo della giumenta mentre risalivano i pendii e cadeva quasi di sella quando li ridiscendevano, goffa e con gli occhi sgranati grandi quasi quanto quelli della bestia che cavalcava. Myrelle aveva recuperato un po’ di buonumore osservando Siuan. Il suo cavallo dalle zampe bianche non aveva problemi e si muoveva leggiadro come una rondine, e lei lo montava con una sicurezza e un’eleganza che facevano sembrare Bryne rozzo e cocciuto.

Viaggiavano da poco quando apparvero dei cavalieri in cima a un promontorio a ovest, forse cento uomini incolonnati, con la luce del sole nascente che risplendeva sui pettorali di metallo, gli elmetti e le punte delle lance. Davanti a loro sventolava un lungo stendardo bianco che Egwene non riusciva a vedere, ma sapeva che rappresentava la Mano Rossa. Non si era aspettata di vederli tanto vicini all’accampamento delle Aes Sedai.

«Animali, fautori del Drago» mormorò Myrelle, guardando i cavalieri in strada. Strinse le redini per la furia, non per la paura.

«La Banda della Mano Rossa manda in giro delle pattuglie» spiegò Bryne con calma. Lanciando un’occhiata a Egwene, aggiunse: «Lord Talmanes sembrava preoccupato per te, Madre, l’ultima volta che ci ho parlato.» Non mise particolare enfasi neppure su questa frase.

«Hai parlato con lui?» Ogni traccia della serenità di Myrelle scomparve. La rabbia che aveva trattenuto con Egwene poteva tranquillamente scatenarsi contro lord Bryne. L’Aes Sedai tremava per la furia. «Ma è quasi tradimento. Potrebbe essere considerato tradimento!» Siuan stava dividendo la sua attenzione fra il cavallo e gli uomini sul promontorio e quindi non guardava Myrelle, ma si irrigidì comunque. Nessuno aveva mai accostato la Banda al tradimento prima di allora.

Superarono una curva in quella valle piena di colline. Videro una fattoria inerpicata su un pendio, o meglio, quella che un tempo era stata una fattoria. Una parete della piccola casa di pietra era crollata, e alcune travi carbonizzate spuntavano come dita sporche accanto al comignolo coperto di fuliggine. Il fienile senza tetto era una scatola vuota e bruciata, e delle chiazze di cenere segnavano il punto dove forse un tempo vi erano stati dei capannoni. In tutta Altara avevano visto scene identiche e anche peggiori, talvolta interi villaggi incendiati, i morti lasciati per strada, cibo per corvi e volpi o cani randagi che scappavano quando si avvicinava qualcuno. Le storie di anarchia e morte a Tarabon e nell’Arad Doman di colpo prendevano corpo anche lì. Molti uomini approfittavano di ogni scusa per diventare banditi o dare sfogo a vecchi rancori — Egwene sperava che fosse così — ma il nome sulle labbra di ogni sopravvissuto era ‘fautori del Drago’ e le Sorelle incolpavano Rand come se fosse stato lui in persona ad appiccare il fuoco. Lo avrebbero comunque usato se avessero potuto e controllato se ne avessero trovato il modo. Lei non era la sola Aes Sedai a credere di dover fare ciò che era necessario, anche quando ciò richiedeva di turarsi il naso.

La rabbia di Myrelle ebbe su Bryne lo stesso effetto della pioggia sulle pietre. Egwene ebbe un’immagine improvvisa di quell’uomo che continuava a camminare sereno con delle tempeste che si addensavano nel cielo e l’acqua di un’inondazione che gli arrivava alle ginocchia. «Myrelle Sedai,» spiegò Bryne con la calma che avrebbe dovuto mostrare lei «quando più di diecimila uomini seguono le mie tracce voglio sapere quali sono le loro intenzioni. Soprattutto se si tratta di uomini come questi.»

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