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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«È passato molto tempo.»

Mat sobbalzò, un pugnale gli spuntò in mano e scrutò fra le colonne cercando la sorgente della voce affannosa che aveva pronunciato quelle parole così duramente.

«Molto tempo, eppure il cercatore torna nuovamente per avere risposte. Colui che chiede torna ancora.» Dietro le colonne una sagoma si mosse; un uomo, pensò Mat. «Bene. Non hai portato lampade, o torce, come l’accordo era, è e sempre sarà. Non hai ferro? Nessuno strumento musicale?»

La figura uscì allo scoperto, alta, scalza, braccia, gambe e corpo avvolte in strati di tessuto giallo, Mat di colpo non era più sicuro che si trattasse di un uomo. O un essere umano. Sembrava umano a prima vista, anche se forse troppo aggraziato e toppo esile per l’altezza, con un sottile viso allungato. La pelle e i capelli neri lisci assorbivano la luce pallida come le scaglie di un serpente. E quegli occhi... le pupille nere erano tagli verticali. No, non umano.

«Ferro. Strumenti musicali. Non ne hai nessuno?»

Mat si chiese cosa pensava fosse il suo pugnale; certamente non ne sembrava preoccupato. Be’, la lama era di ottimo acciaio, non di ferro.

«No. Niente ferro o strumenti... Perché...?» Si interruppe bruscamente. Tre domande, aveva detto Egwene. Non ne avrebbe sprecata una sul ‘ferro’ o sugli ‘strumenti musicali’. Perché dovrebbe importagli se ho dozzine di musicisti in tasca e un fabbro in spalla? si chiese. «Sono venuto qui per avere risposte. Se non sei quello in grado di fornirle, portami da chi può.»

L’uomo — alla fine Mat aveva deciso che era un uomo — sorrise leggermente. Non mostrò alcun dente. «Secondo l’accordo. Vieni.» Fece cenno di seguirlo con una mano dalle dita affusolate. «Seguimi.»

Mat fece scomparire il pugnale su per la manica. «Fammi strada e ti seguirò.» Limitati a stare davanti a me e in bella vista. Questo posto mi fa accapponare la pelle, pensò. Non c’era una sola linea retta da qualsiasi parte se non il pavimento stesso, mentre seguiva quello strano uomo. Anche il soffitto era sempre arcuato e le pareti si incurvavano in fuori. Le stanze erano costantemente incurvate, le soglie stondate, le finestre circoli perfetti. Le mattonelle componevano spirali e curve sinuose, e ciò che sembrava essere un lavoro di bronzo incassato nel soffitto a intervalli regolari era tutta una serie di complicate spirali. Solo e sempre curve.

Non vide nessuno se non la sua silenziosa guida; avrebbe potuto credere quel luogo deserto, a parte loro. Da qualche parte gli giungeva un vago ricordo di camminare in corridoi che non avevano mai visto un piede umano per anni, e adesso provava la stessa sensazione. Eppure ogni tanto coglieva dei movimenti di sfuggita con la coda dell’occhio. Solo che, per quanto si voltasse velocemente, non c’era mai nessuno. Mat fece finta di strofinarsi l’avambraccio, controllando la presenza dei pugnali nella manica della giubba per sicurezza.

Ciò che vedeva attraverso quelle finestre rotonde era anche peggio. Alti alberi con solamente un ombrello di rami incurvati in cima e altri come enormi ventagli di foglie merlettate, un groviglio in crescita identico a un qualsiasi boschetto soffocato da tralci di spine, tutto sotto una tenue luce tetra anche se non sembrava ci fossero nuvole in cielo. C’erano sempre finestre, sempre da un solo lato del corridoio incurvato, ma a volte il lato cambiava e ciò che certamente avrebbe dovuto affacciarsi sul cortile o sulle stanze invece si apriva sulle foreste. Non lanciò mai più di uno sguardo su una qualsiasi parte di quel luogo, o attraverso quelle finestre, o a qualsiasi altro edificio, tranne...

Attraverso una finestra circolare vide tre alte guglie d’argento che si incurvavano l’una verso l’altra in modo che le punte erano tutte orientate verso la stessa direzione. Non erano visibili dalla finestra successiva, a tre passi di distanza, ma alcuni minuti dopo, svoltate abbastanza curve da essere convinto di guardare in un’altra direzione, le vide ancora. Provò a dirsi che queste erano tre diverse guglie, ma in mezzo c’era lo stesso albero a forma di ventaglio con un ramo rotto penzoloni visto poco prima. Dopo il terzo avvistamento identico, stavolta lontano dieci passi ma dal lato opposto del corridoio, cercò di fermarsi per guardare meglio cosa fosse.

La camminata sembrava interminabile.

«Quando...? Saremo...?» Mat digrignò i denti. Tre domande. Era difficile scoprire qualcosa senza porre domande. «Spero che tu mi stia portando da chi può rispondere alle mie domande. Che le mie ossa siano incenerite, lo spero. Per la mia salvezza e la tua, la Luce sa che è vero.»

«Qui» rispose l’insolito tipo vestito di giallo, indicando con quella mano sottile verso una porta arrotondata larga il doppio di qualsiasi altra Mat avesse mai visto fino a quel momento. Con quegli occhi strani lo studiava con attenzione. Spalancò la bocca e inspirò, a lungo e lentamente. Mat lo guardò cupo e lo straniero gli rivolse un contorto cenno con le spalle. «Qui puoi trovare le tue risposte. Entra. Entra e chiedi.»

Anche Mat respirò profondamente, quindi fece una smorfia e si strofinò il naso. Quel forte odore era una seccatura bella e buona. Fece un passo esitante verso l’alta soglia, e si guardò attorno nuovamente alla ricerca della sua guida. Il tizio era sparito. Luce! Non so perché debba sorprendermi più di qualcosa. Be’, che sia folgorato se mi volto indietro adesso, si disse. Cercando di non pensare se sarebbe stato nuovamente in grado di trovare da solo il ter’angreal, entrò.

Un’altra stanza rotonda, con mattonelle a spirali rosse e bianche sotto un soffitto a volta. Non c’erano colonne, o mobilia di qualsiasi tipo, a parte tre spessi piedistalli attorno al centro. Mat non riusciva a vedere un sistema per raggiungerne la cima, se non arrampicandosi sui lati contorti, eppure uomini avvolti in un tessuto rosso, simili alla sua guida, sedevano a gambe conserte sopra ognuna. Non tutti uomini, concluse dopo una seconda occhiata; due di quei visi lunghi con gli strani occhi avevano decisamente un aspetto femminile. Lo fissavano con sguardi intensi e penetranti, respiravano profondamente, quasi affannati. Si chiese se li rendeva in qualche modo nervosi. Non una maledetta possibilità che fosse così. Ma certamente ci stanno riuscendo con me, si disse.

«È passato molto tempo» esordì la donna alla destra.

«Molto tempo» aggiunse la donna alla sinistra.

L’uomo annuì. «Eppure torni nuovamente.»

Tutti e tre avevano la voce affannosa della guida — quasi irriconoscibili fra loro — e lo stesso modo duro di pronunciare le parole. Parlavano all’unisono e le parole sembravano provenire da una sola bocca. «Entra e chiedi, secondo gli antichi accordi.»

Se Mat prima aveva pensato che gli si stesse accapponando la pelle, adesso era sicuro che gli si stesse contorcendo. Si costrinse ad avvicinarsi. Con cautela — cauto nel non dire nulla che anche somigliasse a una domanda — spiegò loro la situazione. I Manti Bianchi, certamente nel suo villaggio natale. Uno dei suoi amici che stava andando ad affrontarli, un altro no. La sua famiglia, probabilmente non in pericolo, ma con i maledetti Figli della maledetta Luce in giro... Un ta’veren che lo attirava tanto che poteva muoversi a malapena. Non vedeva ragione di fornire nomi, o di menzionare il fatto che Rand fosse il Drago Rinato. La sua prima domanda — e le altre due per inciso — le aveva elaborate prima di recarsi giù nella Grande Proprietà. «Dovrei andare a casa ad aiutare la mia gente?» chiese alla fine.

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