L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
Come se non fosse successo nulla, Rhuarc si rivolse a Berelain. «Andrai nella tua stanza, e non ne uscirai fino a quando il sole non sarà alto sopra l’orizzonte. Farò in modo che non ti venga portata la colazione. Un po’ di fame ti aiuterà a ricordare che c’è un tempo e un luogo per combattere.»
Berelain si tirò su indignata. «Sono la Prima di Mayene, non prenderò ordini come una...»
«Andrai nelle tue stanze, adesso» ripeté Rhuarc con tono piatto. Faile si chiese se sarebbe riuscita a prenderlo a calci; probabilmente era entrata in tensione, perché non appena vi pensò, l’uomo incrementò la pressione sul polso, e Faile si ritrovò in punta di piedi. «Se non lo fai» proseguì rivolgendosi a Berelain «ripasseremo la nostra prima conversazione, tu e io, proprio qui.»
Il viso di Berelain divenne prima bianco e poi rosso. «Molto bene» rispose rigida. «Se insisti, forse potrei...»
«Non ho proposto una discussione. Se ancora ti vedo dopo aver contato fino a tre... Uno...»
Con un rantolo Berelain sollevò le gonne e corse. Riuscì comunque a ondeggiare, anche in quel modo.
Faile la fissava divertita. Valeva quasi la pena di avere la spalla quasi slogata. Anche Rhuarc stava guardando Berelain andare via, con l’accenno di un sorriso di approvazione sulle labbra.
«Intendi trattenermi tutta la notte?» chiese Faile. L’Aiel la rilasciò, e si mise i pugnali dietro la cintura. «Quelli sono miei!»
«Confiscati» rispose. «La punizione di Berelain per aver litigato è stata lasciare che tu la vedessi spedita a letto come una bambina ostinata. La tua è perdere quei pugnali a cui tieni tanto. So che ne hai altri. Se discuti, potrei prendermi anche quelli. Non lascerò che turbiate la pace.»
Faile lo guardò, ma sospettava che intendesse esattamente ciò che aveva detto. Quei pugnali erano stati fatti per lei da un uomo che sapeva ciò che stava facendo; erano perfettamente bilanciati. «Quale ‘prima conversazione’ hai avuto con lei? Perché è scappata a quel modo?»
«Riguarda me e lei. Non ti avvicinerai nuovamente a quella donna, Faile. Non credo sia stata lei a iniziare tutto questo; le sue armi non sono i pugnali. Se una qualsiasi di voi due crea nuovamente guai, vi metterò entrambe a trasportare frattaglie. Alcuni Tarenesi pensavano di poter continuare a combattere i loro duelli dopo che avevo dichiarato la pace in questo palazzo, ma il fetore dei carri dei rifiuti gli ha insegnato presto i loro errori. Accertati di non averne bisogno anche tu.»
Faile attese fino a quando non se ne fu andato prima di massaggiarsi la spalla. Rhuarc le ricordava suo padre. Non che questi le avesse mai torto il braccio, ma aveva poca pazienza con quelli che creavano problemi, qualunque fosse la loro posizione, e nessuno lo prendeva mai di sorpresa. Faile si chiese se avrebbe potuto lanciare qualche esca a Berelain, solo per vedere la Prima di Mayene sudare fra i carri dei rifiuti. Ma Rhuarc aveva detto entrambe. Anche suo padre si atteneva sempre a quello che diceva. Berelain. Qualcosa che aveva detto Berelain la solleticava in fondo alla mente. Giuramento ogier. Ecco cos’era. Un Ogier non rompeva mai un giuramento. Dire ‘spergiuro ogier’ era come dire ‘coraggioso codardo’ o ‘saggio idiota’.
Non poté fare a meno di ridere forte. «Me lo prenderai tu, sciocca pavona? Quando lo rivedrai, se mai accadrà, sarà ancora mio» Ridendo fra sé, e strofinandosi occasionalmente la spalla, camminò con il cuore sollevato.
15
Attraverso la soglia
Tenendo in mano la lampada con il paralume di vetro, Mat scrutò nello stretto corridoio che scendeva profondo nel cuore della Pietra. Solo se la mia vita dipende da esso. Questo avevo promesso. Be’, che io sia folgorato se non è così! Pensò Mat.
Prima di poter essere nuovamente colto dal dubbio si affretto oltre le porte marce e sghembe e altre che erano solamente frammenti di legno appesi a cardini arrugginiti. Il pavimento era stato spazzato di recente, ma l’aria ancora odorava di vecchia polvere e muffa. Qualcosa sfrecciò nell’oscurità, e Mat aveva estratto il pugnale prima ancora di rendersi conto che si trattava solamente di un topo che scappava, senza dubbio verso qualche buco a lui noto.
«Mostrami la via d’uscita» bisbigliò Mat appresso al topo «e verrò con te.» Perché sto bisbigliando? Non c’è nessuno qui che possa sentirmi, si disse. Sembrava un luogo dove regnava la calma. Avvertiva il peso dell’intera Pietra che gli premeva sulla testa.
Aveva detto l’ultima porta. Quella sghemba. La aprì con un calcio, e cadde a pezzi. La stanza era punteggiata da sagome fioche, casse, barili e altri oggetti accatastati contro le pareti e sul pavimento. C’era anche polvere. La Grande Proprietà! Assomiglia alla cantina di una fattoria abbandonata, solamente peggiore, pensò Mat. Era sorpreso che Egwene e Nynaeve non avessero spolverato e rimesso in ordine mentre si erano trovate quaggiù. Le donne spolveravano e rassettavano sempre, anche le cose che non ne avevano bisogno. Delle impronte si incrociavano sul pavimento, alcune erano di stivali. Senza dubbio le due ragazze si erano fatte aiutare dagli uomini per spostare i pezzi più pesanti. A Nynaeve piaceva trovare il sistema di far lavorare un uomo; probabilmente avevano deliberatamente dato la caccia a qualche poveraccio e se l’erano goduta.
L’oggetto che cercava si stagliava in mezzo al disordine. Un’alta soglia di granito che si presentava in modo strano nelle ombre gettate dalla lampada. Anche quando si avvicinò sembrava strana. In qualche modo ritorta. Gli occhi non volevano seguirne il contorno; gli angoli non convergevano correttamente. Sembrava che l’alto rettangolo vuoto potesse cadere con un soffio ma quando la spinse per testarla, rimase ben salda. La spinse un po’ più forte, incerto se volerla sollevare, e quel lato strisciò nella polvere. Lungo le braccia gli venne la pelle d’oca. Poteva anche esserci stata una corda legata alla parte superiore che la teneva in sospensione dal soffitto. Sollevò la lampada per guardare. Non c’era nessuna corda. Almeno non si rovescerà mentre mi ci troverò all’interno. Luce, sto davvero entrando in quella cosa, vero? pensò.
Un ammasso di figurine e piccoli oggetti avvolti in panni imputriditi occupava la parte superiore di un alto barile capovolto vicino a lui. Spinse la confusione di oggetti da una parte in modo da poter appoggiare la lampada, e studiò la soglia. Il ter’angreal. Se Egwene sapeva di cosa stava parlando. Probabilmente lo sapeva; senza dubbio aveva scoperto ogni tipo di cose strane alla Torre, per quanto lo negasse. Avrebbe negato adesso, o no? Imparare a diventare Aes Sedai. Questo però non lo negava, giusto? rifletteva Mat. Se strizzava gli occhi assomigliava a una semplice soglia di pietra, poco lucidata e resa opaca dalla povere. Solo una semplice soglia. Be’, non completamente lineare. Tre linee sinuose scolpite a fondo nella pietra correvano giù dall’alto in basso. Ne aveva viste di più ricercate nelle fattorie. Probabilmente dopo averla attraversata si sarebbe ancora trovato in quella stanza polverosa.
Non lo scoprirò fino a quando non proverò, giusto? Fortuna! pensò. Inalando profondamente — e tossendo per la polvere — oltrepassò la soglia con un piede.
Gli sembrò di attraversare un velo di luce bianca splendente, infinitamente luminosa, incredibilmente spessa. Per un momento che durò per sempre fu cieco; un boato gli riempì le orecchie, tutti i suoni del mondo si erano riuniti assieme simultaneamente. Solo per la lunghezza di un passo smisurato.
Inciampando nel fare un altro passo, si guardò attorno stupito. Il ter’angreal si trovava ancora lì, ma non era certo il punto dal quale era partito. La soglia di pietra contorta si trovava al centro di una sala rotonda con il soffitto così alto che si perdeva nelle ombre, circondata da strane colonne gialle a spirale, serpeggianti in alto verso il buio come immensi viticci attorcigliati attorno a pali rimossi. Una luce soffusa proveniva da sfere incandescenti sopra sostegni a spirale di un qualche strano metallo bianco. Non era argento, lo splendore era troppo spento per esserlo. E non c’era un indizio su cosa le facesse brillare; non si trattava di una fiamma, le sfere si limitavano risplendere. Le mattonelle del pavimento si estendevano dal ter’angreal a righe in spirali bianche e gialle. Nell’aria c’era un profumo pesante, duro, asciutto e non particolarmente piacevole. Mat fu sul punto di voltarsi e tornare indietro.