I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
Urubugala alzò le spalle. — Io sono solo il nano nero della Regina.
25
LA VITTORIA DELLE CENTO CORNA
Svegliarono Orem che era ancora buio; si vestì alla luce delle candele, e percorse il Lungo Camminamento con l’aiuto delle guardie, perché non riusciva a camminare bene da solo. Faceva freddo; Orem aveva talmente diminuito il potere di Bella che la primavera nel Parco del Palazzo si era interrotta. L’inverno del mondo esterno era arrivato, alla fine. I fiori erano tutti morti, gli alberi avevano cambiato le foglie nel rosso e nell’oro; le fontane erano ghiacciate, e il vento, per la prima volta da secoli, soffiava forte.
La Regina teneva Giovane fra le braccia, nella piazza davanti al palazzo. Il bambino vide Orem e lo chiamò. Orem non parlò, rimase in piedi in silenzio, dove le guardie lo avevano fatto fermare. Cercò di escludere la voce del bambino dalla sua mente, ma non ci riuscì. Anche noi, che ascoltavamo, pensavamo di non riuscire a sopportarlo, ma ci riuscimmo.
— Papà — gridò il bambino. — Dove sei stato? Voglio raccontarti una storia.
Donnola, Urubugala e Coniglio erano dalla parte opposta della piazza, rispetto a Orem. Solo Urubugala non stava fermo. Ballava, saltava, si rotolava a terra, faceva capriole; solo una volta venne vicino a Orem, e gli sussurrò: — Tutto quello che lei fa, fallo anche tu!
Poi se ne andò a recitare la parte del buffone in un altro posto, fingendo di essere legato da incantesimi che non riuscivano a legarlo del tutto.
La prima luce apparve nel cielo orientale. Erano all’ombra del palazzo, ma Bella aveva fretta. Lei sapeva cosa era veramente necessario al rito e cosa no; la luce diretta del sole non era necessaria, e lei iniziò il Passaggio.
Tolse tutti i vestiti a suo figlio, e lo fece stendere sul tavolo d’argento. Giovane gridò, perché il metallo era freddo; ma rimase lì, piangendo, mentre anche Bella si toglieva i vestiti. Orem guardò Urubugala… Doveva spogliarsi anche lui? Bella aveva imparato quasi tutto ciò che sapeva dai libri di Sleeve. Urubugala scosse la testa.
Giovane gridò e pregò sua madre di lasciarlo scendere: è freddo, è freddo. Orem sapeva che non poteva fuggire; Bella l’aveva legato, e le reti di Orem erano ripiegate dentro di lui. Noi guardammo, e Orem si mantenne calmo come se le grida di suo figlio fossero i richiami di un uccello, lontani e privi di senso.
Si mantenne calmo e fece tutto quello che faceva Bella, ogni segno delle mani, ogni parola che mormorò. Dopo un po’ Giovane smise di piangere e cominciò a giocare, afferrando le dita di sua madre mentre lei faceva i segni. Se spezzava una sequenza, lei la ripeteva, e lo stesso faceva Orem. Ci volle molto tempo, ma non fece errori; Donnola, Coniglio e Urubugala guardavano, per esserne sicuri.
Mentre il cielo diventava più luminoso, appena prima che il sole superasse il tetto del palazzo, la Regina sorrise e prese uno spillone da un servitore e se lo passò su un braccio, facendone uscire il sangue. Immerse un dito nel sangue e lo spalmò sulle palpebre del bambino.
Cosa devo fare? chiese Orem con gli occhi. La risposta venne da Coniglio, che d’improvviso cominciò a cantare una canzone sconcia dei tempi in cui combatteva nell’armata ribelle di Palicrovol. La solennità venne interrotta; le guardie balzarono addosso al vecchio per farlo stare zitto.
Nella confusione Urubugala andò vicino a Orem e gli prese la mano. Orem era pronto: si era già tagliato un polso con un’unghia. Il sangue aveva formato una goccia sulla leggera ferita. Urubugala ne prese un po’ sulle dita e se ne andò.
Mentre si rotolava davanti all’altare, saltò su e sputò in faccia a Bella. Lei gridò; delle guardie lo legarono, come avevano imbavagliato Coniglio; ma mentre sputava aveva toccato gli occhi del piccolo con le dita sporche di sangue.
Tornata la calma, Bella riprese la cerimonia, ma continuava a guardare il cielo per vedere quanto fosse luminoso. In lontananza si sentivano i rumori di una battaglia appena iniziata, e grida da molte migliaia di gole. Palicrovol finalmente aveva iniziato l’attacco.
Troppo tardi, ormai. Anche se la città fosse stata priva di difese, non avrebbe potuto superare in tempo le mura e i valli.
Altre parole, altri segni; poi la luce del sole splendette dalle torri dell’Angolo del Castello. Bella chinò il capo. Tutto era stato fatto, tranne l’uccidere e il bere.
Ma Bella non prese subito il pugnale. Guardò Orem e gli sorrise. — Marito mio, Piccolo Re, che mi ami lealmente e con tutto il tuo cuore, credi che io mi lasci ingannare così facilmente? Credi che non abbia visto le tue mani muoversi, le tue labbra borbottare? Credi che non abbia visto la mano tagliata, il sangue sugli occhi del bambino? Quanto sciocca mi credete voi sciocchi? Perché neppure Sleeve è infallibile, tanto più con un cervello marcio e ficcato in una testa troppo piccola. Il Passaggio può essere fatto solo fra genitore e figlio se il figlio ha inghiottito il fluido del tuo corpo con le proprie labbra. In tutti questi mesi il bambino ha succhiato il mio seno; cosa ha succhiato di tuo, Piccolo Re?
Orem disperò.
La Regina pronunciò le parole finali del Passaggio.
Giovane gridò per un dolore improvviso e terribile. Tutti i poteri, tutti gli odi, tutta la conoscenza di sua madre passarono in lui. Urlò, e c’erano delle parole che non aveva mai imparato nel suo pianto, imprecazioni nella sua voce di bambino che suonavano ancor più terribili perché la voce avrebbe dovuto essere innocente. Perfino Giovane, per quanto grande fosse il suo cuore, non poteva sopportare il fardello di Bella. Ma le sue grida sarebbero state ben presto interrotte; Bella prese il coltello.
Orem guardò incapace di distogliere gli occhi, malgrado Urubugala agitasse le braccia supplicandolo: guardami, guardami! Alla fine Orem guardò, ma non Urubugala; guardò Donnola, che aveva anch’ella amato il bambino. Lei gli indicò con la testa Urubugala e Orem finalmente lo vide. Sembrò confuso: cosa può volere da me ancora? Urubugala pronunciò le ultime parole del Passaggio; Orem scosse la testa. A che poteva servire, ormai?
Ma Donnola sapeva. — Papà — gridò — perché piangi?
Orem la guardò; anche Bella si fermò, con il coltello pronto a colpire. E Orem ricordò: Giovane che allungava una mano e gli toccava la lacrime all’angolo dell’occhio, e l’assaggiava. Il Passaggio sarebbe stato completo, dopo tutto, se solo Orem diceva le parole.
Bella guardò sospettosamente da Donnola al Piccolo Re. Qual era il trucco? Stavano cercando di farla ritardare, mentre il sole non era ancora spuntato del tutto dal tetto del palazzo? Non poteva ritardare, adesso. Quello era il giorno e il momento, e così la Regina ignorò il loro tentativo, come lei credeva, di distrarla. Si voltò nuovamente verso Giovane e alzò il pugnale.
In quel momento Orem mormorò le ultime parole del rito, completandolo. — Vieni acqua, vieni acqua. Vieni madre, vieni figlia. Vieni padre, vieni figlio. Vieni sangue, e sei finito. Il Cervo ci rende uno, la Cerva per l’uccisione. — In quel momento tutto il potere che Bella aveva legato in lui, andò in suo figlio. In quel momento tutta la magia di Bella venne inghiottita dal Pozzo senza fondo che giaceva sull’altare d’argento sotto il pugnale. In quel momento il pugnale calò e tagliò la gola del bambino. Il sangue sgorgò, soffocando le grida terribili del piccolo in un gorgoglio.
Si rese conto Bella che la forza era sparita dal sangue, prima di bere? Chi può saperlo? Sollevò Giovane tenendolo sopra il catino che un servo porgeva. Entro pochi secondi fu pieno a sufficienza per lei.
Mise giù il bambino, ancora vivo, le cui mani ancora si muovevano, i cui occhi ancora guardavano pieni di dolore; prese il recipiente e bevve.