I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
Una volta c’era un fiore che diventò marrone. Dio prese il fiore marrone e lo mise sulla sua finestra, ma non voleva tornare vivo. Il vecchio cervo lo portò sulle corna, ma il fiore non voleva tornare a vivere.
Le due sorelle lo intrecciarono coi loro capelli, ma il fiore non voleva tornare a vivere. Ma papà baciò il fiore e lui tornò vivo e si trasformò in me.
Una volta c’era una tempesta di neve, e cadeva sempre sulla città. Sotto la tempesta di neve c’erano centinaia e centinaia di persone che non erano i servitori o i soldati o Papà o Donoa o nessun altro. La neve cadeva sempre su di loro e li copriva finché non sparivano. Il bambino disse alla tempesta di neve: vieni e cadi su di me. E la tempesta di neve venne e cadde su di lui, e il bambino sparì, proprio come la gente che non era nessuno.
Il Re è piccolo ma il Re è buono. Il Re non dà mai niente da mangiare e la gente ride di lui quando non c’è ma il Re conosce tutti i sentieri della foresta e un giorno troverà il vecchio cervo che vive nella foresta e mi farà cavalcare su di lui.
È un fiume molto grande, e va da una parte all’altra del mondo e torna indietro. I droghieri ci navigano sopra e ì contadini e un milione di fiori, ma Dio non naviga mai sul fiume. Il fiume passa accanto a una piccola casa dove vivono un piccolo uomo e una brutta donna, ma non hanno un bambino piccolo. Poi il papà piantò un seme nella terra e piantò centinaia di semi e tutti i semi crebbero d’oro tranne uno, che era marrone. — Questo seme è marrone come la terra — disse papà; ma gli piaceva lo stesso, così lo mangiò e crebbe dentro di lui e lo fece così pieno che non dovette più mangiare.
Non so quale delle storie di Giovane fosse, ma mentre stava steso ad ascoltarla, Orem pianse. Pianse in silenzio ma Donnola e Giovane videro le lacrime riempirgli gli occhi. Una lacrima indugiò sull’angolo dell’occhio, come se fosse timorosa di cadere, eppure sapesse che doveva.
Orem si accorse che Giovane aveva interrotto la storia. — Vai avanti — disse.
Ma Giovane non andò avanti… allungò invece una mano verso l’occhio di suo padre e toccò la lacrima. La guardò un momento, sul suo dito, poi si mise il dito in bocca e l’assaggiò, guardando Orem con i suoi occhi meravigliosamente svegli.
Orem sembrò preoccupato per un momento; poi si rilassò. — Bella dorme — disse. — Non vorrei che mi accusasse di dargli da mangiare. — Donnola rise. Per cose piccole come questa i regni nascono e cadono.
Era un’estate dorata nel palazzo, la prima buona estate da tre secoli. Ma poi la neve cominciò a cadere di nuovo fuori dal parco. A ovest, Re Palicrovol d’improvviso si mise in marcia con il suo esercito verso est, verso Inwit. Nel palazzo, Orem cominciò seriamente a sperare che la sua vita sarebbe stata risparmiata. Ma Urubugala si rotolò sul pavimento della Sala della Luna e disse:
Orem stava uscendo dalla camera della Regina, dopo averle portato Giovane per il pasto serale. Sopra il palazzo le nuvole correvano veloci, gonfie della tempesta che avrebbe sepolto Inwit, se avesse potuto. Fuori dalla porta di Bella, Belfeva lo fermò, con aria di urgenza.
— Timias ha trovato qualcuno nella tua stanza, oggi — disse. — Un ragazzo. Dice che ti conosce, ma stava rubando lo stesso. Timias l’ha preso.
Andarono all’appartamento di Orem. Timias era appoggiato a una parete, stringendo i capelli di un adolescente che sedeva furibondo su uno sgabello. Due anni e la pubertà possono cambiare un ragazzino; Orem per un momento non lo riconobbe. E la mutilazione delle orecchie era la cosa che sul momento colpiva… con i capelli tirati su, le cicatrici erano terribili.
Solo quando parlò Orem lo riconobbe.
— Orem, di’ a questo fottuto di togliermi le mani di dosso, in nome di Dio!
— Pulce!
— Lo conosci? — chiese Timias.
— Sì, lo conosco. Gli devo la vita, un paio di volte.
— E non dimenticarti dei tre denari — disse Pulce acido.
— Pulce! Come stai?
— Sto diventando calvo. Se fossi sei pollici più alto, insegnerei a questo figlio di troia a tenere le mani a posto.
— Come hai fatto a entrare? — chiese Orem. — Non deve essere stato facile.
— Ho preso la via bassa.
Timias non gli credette. — La porta posteriore ha più guardie dei pidocchi su una puttana da due soldi.
— Non sono informato circa le puttane da due soldi — disse Pulce. — Ho detto la via bassa, non quella dietro. Sotto il palazzo.
Timias aggrottò la fronte. — Non esiste una simile via.
— Allora ho scavato la roccia.
— Perché credi che le condotte dell’acqua passino sopra le mura? Hanno costruito questo posto in modo che non ci fossero passaggi sotto terra.
Pulce voltò di proposito le spalle a Timias. — Certa gente ha così ragione che non impara mai niente. Sono venuto a prenderti.
— Per portarmi dove?
— Dove c’è bisogno di te. Dicono che c’è poco tempo. Devi venire.
— Dove?
— Non conosco il nome del posto — disse Pulce. — E non credo che riuscirei a trovare facilmente la strada da solo. Ho una guida.
Pulce guardò verso la veranda. In piedi vicino alla balaustra c’era un’ombra che Orem riconobbe. — Dio — disse Orem.
— È matto come un maiale ubriaco, vero? — disse Pulce. — Deve dirlo a tutti chi è. Matto o no, comunque, sa la strada attraverso le catacombe.
Orem uscì e toccò il servo mezzo nudo sulla spalla. — Cosa vuoi da me?
Il vecchio si voltò, e i suoi occhi erano scuri; nella luce che veniva dalla stanza, Orem poté vedere che non c’era nessun bianco… solo l’iride che guardava attraverso il suo viso per vedere cosa ci fosse dietro.
— Tempo — disse il vecchio. — Aspetti troppo.
— Aspetto cosa? Perché sei venuto?
— L’hai accecata, ma ancora non agisci.
Orem avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma Pulce lo tirò per un braccio. — Lui è solo la guida — disse. — Gli altri ti vogliono… mi hanno trovato e mi hanno fatto scendere, e mi hanno mandato qui perché hanno pensato che saresti venuto se te l’avessi chiesto io. Puoi fidarti di me, Orem… non è un trucco o una trappola. Dicono che è troppo importante per aspettare.
— Allora verrò.
— Aspetta! — Timias lo fermò. — Non vorrai seguire questo ladruncolo in Dio sa quale pozzo… non gli crederai, vero?
— Prima che voi foste miei amici, lui lo era — disse Orem. — E con meno ragioni.
Quando vide che Orem intendeva andare. Timias insistette che si passasse dalla sua stanza a prendere una spada. Il vecchio parve deriderlo per questo, ma che importava? A Orem non dispiaceva sapere che Timias era con lui, e armato.
Il vecchio li guidò lungo un tortuoso cammino, tutto all’interno del palazzo, qualche volta in salita, qualche volta in discesa, in posti che Orem non aveva mai vista, e infine in posti che sembravano abbandonati da anni, con uno spesso strato di polvere sul pavimento e i mobili trasformati in nidi di ragni.