I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
(Questo ragionamento dovrebbe esserti familiare, Palicrovol. Lui ha preso il mio posto al palazzo, hai detto, e perciò deve pagare. Quindi ammetti che Bella aveva ragione punendo la sposa che avevi portato da Onologasenweev?)
— Adesso capisco — disse Bella. — Adesso capisco. — E la sua faccia si fece scura.
— Cosa capisci? — disse Orem, temendo che lei vedesse ciò che lui veramente era.
— Capisco che lei ha preso il mio posto di nuovo.
— Sì! Sta soffrendo il dolore della nascita di tuo figlio.
— Ancora una volta ha l’amore di mio marito.
Orem la guardò incredulo. — Per un anno mi hai disprezzato. Come puoi essere gelosa di una cosa che hai gettato via? — E poi le mentì crudelmente, credendo di dire la verità. — Non ti ho mai amata.
Lei gridò contro le sue parole: — Tu mi hai adorata!
— In nome di Dio, donna! Ti odio più di qualsiasi anima vivente, se sei viva, e se hai un’anima! Sei vecchia di trecento anni e non hai più amore in te di una mantide per il compagno, e non mi… non mi…
— Cosa? Cosa?
— Non mi avrai mai più nel tuo letto.
— Se mi volevi, ragazzo, perché non sei venuto e l’hai chiesto?
— Avresti riso di me.
— Sì — disse lei. — Rido di tutte le cose deboli del mondo. E quando mi lascerai e andrai da Donnola Bocca-di-Verità, e la conforterai, io me ne starò qui a ridere.
— Ridi pure di me quanto vuoi. — Orem si voltò per andarsene.
— Ma non riderò di te.
Lui si fermò alla porta. — E di chi?
— Di me.
Orem si voltò a guardarla. — Tu non sei una delle cose deboli del mondo.
Lei sorrise malignamente. — Non per molto. Non dopo che avrò terminato quello che ho cominciato con te.
Orem era sicuro che intendesse la sua morte.
— Cantami una canzone, Piccolo Re. Una canzone della Casa di Dio. Certamente ti avranno insegnato delle canzoni nella Casa di Dio.
Orem cantò la prima cosa che gli venne in mente. Era il pezzo favorito del diacono Dobbick, dal Secondo Canto.
— Ancora — disse lei.
E quando lui l’ebbe cantata due volte, lei gliela fece ricantare ancora, e ancora, e ancora, e si dondolava, allattando il piccolo. Malgrado il suo odio, Orem non aveva mai visto una cosa che gli piacesse altrettanto: il suo bambino che succhiava dal seno di sua moglie, come il grano succhia il terreno. Amava il suo bambino istintivamente, come Avonap aveva amato i suoi figli e i suoi campi. Rimpianse ogni parola che aveva detto che potesse indurla a ucciderlo prima, privandolo di un’ora con Giovane.
Alla fine lei non mormorò: — Ancora — quando ebbe terminato la canzone.
— Perdonami — sussurrò Orem. Ma lei non lo sentì. Si era addormentata.
Così la lasciò, e andò a cercare Donnola, che aveva sopportato il dolore di Bella per suo ordine.
— Non potete entrare — dissero i servitori di guardia alla porta di Donnola.
Orem li scansò. Donnola delirava sul letto, gridando e piangendo, chiamando ora Bella, ora Palicrovol, e qualche volta anche Orem. Lui pensò che questo volesse dire che lo amava quanto Palicrovol, ma in realtà lei gridava per salvare lui, non perché lui la salvasse.
Interrogò i dottori raccolti attorno al suo letto. — Non riusciamo a trovare alcuna causa del dolore — dissero.
— Curatela — disse Orem — come se avesse dato alla luce un figlio di dodici mesi. Trattatela come se il parto le avesse spezzato i lombi e lacerato la carne.
I dottori lo guardarono stupiti. Solo Belfeva, che era vicina, comprese che il Piccolo Re forse ne sapeva più di loro. Andò vicino al letto, tirò giù le coperte, e tutti videro che Donnola giaceva in una pozza di sangue, che ancora sgorgava da un terribile squarcio nella sua carne intima. E cosa ancora più straordinaria: lì c’era la placenta che non era uscita insieme al bambino chiamato Giovane. — In nome di Dio — disse un dottore, e si misero al lavoro.
Orem guardò, quando riusciva a sopportarlo, sedendo accanto a Donnola e tenendole la mano. Lei non si accorse della sua presenza, gridò solo nel dolore e nel delirio. Alla fine i dottori finirono di fare quello che potevano.
— Ha perso molto sangue, che possiamo fare? — disse uno.
— Come è potuto accadere? — chiese un altro.
Orem scosse solo la testa. Non poteva spiegare loro che era colpa sua.
I dottori se ne andarono, ma Orem rimase, tenendole la mano. Una volta lei chiamò: — Piccolo Re.
— Sono qui, Enziquelvinisensee — rispose. Sentire il proprio nome parve calmarla. Dormì. Orem disse tutte le preghiere che ricordava dalla Casa di Dio. Sapeva che non avevano senso, lì nella casa di Bella, ma le disse lo stesso, perché aveva paura di ciò che le aveva fatto.
Doveva essersi addormentato anche lui, perché si svegliò d’improvviso e vide che Coniglio e Urubugala aspettavano insieme a lui accanto al letto. Per abitudine, allargò la sua rete, permettendo loro di parlare senza essere sentiti dalla Regina.
— Come sta? — disse Coniglio.
— Ha sopportato il dolore della nascita — disse Orem.
Coniglio annuì.
— La Regina è stata mietuta — disse Urubugala. — Ma qual è stato il raccolto, piccolo contadino?
— Un bimbo di nome Giovane.
— Vivrà — disse Urubugala. — Ti conforta questo? Bella non lascerà morire Donnola.
— Il suo nome non è Donnola — disse Orem. — Non lo sapevate? La Regina me l’ha detto. Lei in realtà è Enziquelvinisensee Evelvenin. La Principessa dei Fiori.
Coniglio e Urubugala si guardarono, e Urubugala rise. — Credevi di sorprenderci, Piccolo Re? Noi siamo stati con Donnola fin dall’inizio.
Solo allora Orem comprese che anche loro erano personaggi mascherati dell’antica storia. — Zymas — disse Orem.
Coniglio fece un pallido sorriso. — Non sono più io, ultimamente — si scusò.
— E tu — disse Orem a Urubugala. — Sleeve.
Il nano rispose in rima: — Chi ha la magica lebbra e ci pulisce la faccia? Cambia nome, cambia cornice, ci dipinge con la viaccia.
— Voi siete i Compagni del Re — disse Orem. — In tutte le vecchie storie…
— Le storie sono molto vecchie — disse Coniglio. — Adesso siamo i Compagni della Regina. — Indicò Donnola addormentata. — Mandaci a chiamare quando si sveglia.
Gli portarono una sedia, perché lui non voleva lasciarla. Aspettò tutta la notte. E la mattina aprì gli occhi e scoprì che Donnola era sveglia, la brutta faccia nascosta dal buio, tranne per gli occhi strabici che lo guardavano.
— Sei sveglia — disse Orem.
— Anche tu — rispose lei.
— Temevo per te.
Lei lo scrutò. — Mi hai chiamata… ho sognato che mi hai chiamata con un altro nome.
— Enziquelvinisensee Evelvenin.
— Te l’ha detto lei?
— Dopo che gli ho ordinato… gli ho ordinato di allontanare il dolore.
— Ah. — Gli occhi si chiusero, poi si riaprirono. — Ti perdono, Piccolo Re. Non sapevi cosa facevi. — Lo sorprese con un sorriso. — Pensa… sono ancora vergine eppure il mio corpo ha concepito e partorito. — Rise un po’, poi emise un gemito di dolore.
— Penserò a te — disse Orem — come alla madre di mio figlio.