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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Nynaeve non si avvicinò a Callandor. Rand sosteneva di avervi intessuto attorno diverse trappole con l’uso di saidin, trappole che nessuna donna avrebbe visto. Di certo sgradevoli — per la maggior parte gli uomini potevano essere immorali quando cercavano di essere subdoli — e pronte a scattare per una donna come per un uomo che provassero a usare il ter’angreal. L’intenzione di Rand era proteggerla dalle donne della Torre quanto dai Reietti. A parte Rand in persona, chi toccava Callandor poteva morire o forse anche peggio.

Era una realtà nel tel’aran’rhiod. Quello che si trovava nel mondo reale si trovava pure qui, anche se il contrario non era sempre vero. Il Mondo dei Sogni, il Mondo Invisibile, era un riflesso di quello reale, anche se a volte ciò avveniva in modo curioso, e forse anche di altri mondi. Verin Sedai aveva spiegato a Egwene che c’era un disegno intessuto di mondi, di tutte le realtà, proprio come le tessiture delle vite delle persone creavano il Disegno delle Epoche. Il tel’aran’rhiod toccava tutti, eppure solo pochi potevano accedervi se non per sbaglio, per alcuni momenti inconsapevoli, durante i sogni normali. Per quei sognatori erano attimi pericolosi, però non se ne accorgevano mai, a meno di essere molto sfortunati. Un’altra caratteristica del tel’aran’rhiod era che quanto accadeva al sognatore lì accadeva anche nel mondo reale. Morire nel mondo dei sogni significava morire anche nel mondo reale.

Nynaeve aveva la sensazione di essere osservata dalle profondità fra le colonne, ma ciò non la preoccupava. Non era Moghedien. Occhi immaginari, non ci sono osservatori, si disse. Ho detto a Elayne di ignorarli e qui io... Moghedien non si sarebbe certo limitata a guardare. Anche così desiderava essere abbastanza arrabbiata per incanalare. Non che fosse spaventata. Solo non arrabbiata. Non era affatto spaventata.

L’anello di pietra ritorta era leggero, come se cercasse di uscire da sotto alla camicia da notte, ricordandole che era la sola cosa che portava. Non appena pensò di vestirsi si ritrovò indosso un abito. Era un trucco di tel’aran’rhiod che le piaceva, incanalare non era necessario, qui poteva fare cose che dubitava un’Aes Sedai avesse mai realizzato con il Potere. Non era il vestito che si era aspettata però, non della robusta lana dei Fiumi Gemelli. Il collo alto era bordato di merletto di Jaerecuz fin sotto al mento e sul corpo aveva della seta gialla drappeggiata molto rivelatrice. Quante volte aveva definito indecenti gli abiti di Tarabon di questa foggia quando li aveva indossati a Tanchico? Sembrava che vi si fosse abituata più di quanto credesse.

Tirandosi la treccia per il tipo di pensieri che le passavano per la mente, lasciò il vestito com’era. L’abito poteva non essere quello che voleva, ma non era una ragazzina capricciosa che se ne andava in giro lamentandosi. Un vestito è un vestito. Lo avrebbe indossato anche all’arrivo di Egwene, con chiunque delle Sapienti la accompagnasse, e se stavolta una di loro avesse detto una parola... non sono arrivata prima per parlare da sola di vestiti! Pensò.

«Birgitte?» le rispose il silenzio, e alzò la voce, anche se probabilmente non era necessario. In quel posto proprio quella donna poteva sentir pronunciare il suo nome dall’altro capo del mondo. «Birgitte?»

Una donna si fece avanti fra le colonne, gli occhi azzurri erano calmi e orgogliosamente sicuri, i capelli biondo oro acconciati in una lunga treccia più elaborata di quella di Nynaeve. La giacca banca e corta e i voluminosi pantaloni di seta gialla, stretti alle caviglie sotto corti stivali dai tacchi alti, erano indumenti di più di duemila anni prima che le piacevano molto. Le frecce nella faretra che le pendeva sul fianco sembravano d’argento, come anche l’arco che aveva in mano.

«Gaidal è da queste parti?» chiese Nynaeve. Di solito l’uomo si trovava vicino a Birgitte e rendeva Nynaeve nervosa, ostentando indifferenza e aggrottando le sopracciglia quando Birgitte le parlava. All’inizio era stato un colpo scoprire che Gaidal Cain e Birgitte — eroi da lungo tempo morti connessi a così tante storie e leggende — erano nel tel’aran’rhiod. Ma, come aveva spiegato Birgitte, quale posto era migliore di un sogno per degli eroi legati alla Ruota del Tempo in attesa della rinascita? Un sogno che era esistito quanto la Ruota. Erano loro, Birgitte, Gaidal Cain, Rogosh occhio di aquila, Artur Hawkwing e gli altri, che il Corno di Valere avrebbe chiamato a raccolta per combattere durante Tarmon Gai’don.

La treccia di Birgitte ondeggiò quando scosse il capo. «È un po’ di tempo che non lo vedo. Credo che la Ruota lo abbia intessuto di nuovo nella vita reale. Accade sempre così.» Attesa e preoccupazione le pervadevano la voce.

Se Birgitte aveva ragione, da qualche parte nel mondo era nato un bambino, un neonato frignante che non aveva idea di chi fosse, eppure destinato a imbattersi nelle avventure che lo avrebbero fatto di nuovo entrare nelle leggende. La Ruota intesseva a seconda dei bisogni gli eroi nel Disegno, per modellarlo, e quando morivano facevano ritorno in questo luogo, nuovamente in attesa. Questo significava essere legati alla Ruota. I nuovi eroi potevano trovarsi altrettanto legati, uomini e donne le cui gesta coraggiose li elevavano ben oltre l’ordinario, ma una volta legati a essa, era per sempre.

«Quanto tempo hai?» chiese Nynaeve. «Di sicuro alcuni anni.» Birgitte era sempre legata a Gaidal, lo era stata storia dopo storia, un’Epoca dopo l’altra, avventure e relazioni sentimentali che nemmeno la Ruota del Tempo spezzava. Nasceva sempre dopo Gaidal, un anno o cinque, forse dieci, ma sempre dopo.

«Non lo so, Nynaeve. Il tempo qui non è come nel mondo reale. Ho incontrato Elayne qui circa dieci giorni fa, ma a me sembra ne sia passato solo uno. Quant’è per te?»

«Quattro giorni» mormorò Nynaeve. Lei ed Elayne erano venute per parlare con Birgitte il più spesso possibile, anche se di frequente non si poteva, con Thom e Juilin che condividevano il campo con loro e facevano la guardia. Birgitte ricordava la Guerra del Potere, almeno una delle vite che aveva vissuto; e i Reietti. Le esistenze passate erano come libri che rammentava con piacere, quelle lontane più nebulose delle vicine. Anche i Reietti li ricordava bene. Specialmente Moghedien.

«Vedi, Nynaeve? Il fluire del tempo qui può variare considerevolmente. Potrebbero trascorrere mesi prima che io rinasca, o giorni. Qui, per me. Nel mondo reale potrebbero essere anni.»

Nynaeve trattenne il senso di frustrazione con uno sforzo. «Allora non dobbiamo sprecare quello che abbiamo a disposizione. Hai visto qualcuno di loro dal nostro ultimo incontro?» Non c’era bisogno di specificare chi.

«Troppi. Naturalmente Lanfear si trova spesso nel tel’aran’rhiod, ma ho anche visto Rahvin, Sammael e Graendal. Demandred. Anche Semirhage.» La voce di Birgitte si fece tesa mentre pronunciava l’ultimo nome. Moghedien, che la odiava, non pareva spaventarla, ma Semirhage era un altro discorso.

Anche Nynaeve rabbrividì — la donna bionda le aveva detto troppo di quella Reietta — e si accorse che stava indossando un pesante mantello di lana, con un ampio cappuccio tirato su per nascondere il viso. Arrossendo lo fece scomparire.

«Nessuno di loro ti ha vista?» le chiese ansiosamente. Birgitte per molti aspetti era più vulnerabile di lei, anche se conosceva bene tel’aran’rhiod. Non era mai stata in grado di incanalare, uno qualsiasi dei Reietti poteva distruggerla con la stessa facilità con cui avrebbero schiacciato una formica, senza interrompere il passo. E se veniva eliminata in questo posto, non sarebbe mai più tornata a nascere.

«Non sono così sprovveduta — o sciocca — da permetterlo.» Birgitte si appoggiò all’arco. Le leggende narravano che non mancava mai un colpo con quello e le frecce d’argento. «Si preoccupano solo di loro e non degli altri, ho visto Rahvin e Sammael, Graendal e Lanfear, e ognuno avanzava sinistro senza farsi vedere dal resto di loro. Come anche Demandred e Semirhage. Non li ho mai visti così tanto qui da quando sono stati liberati.»

«Stanno combinando qualcosa» Nynaeve si morse il labbro in segno di irritata frustrazione. «Ma cosa?»

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