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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Aviendha si guardò attorno selvaggiamente, come se fosse intrappolata. «Sono Far Dareis Mai» borbottò, e si avviò verso la porta a grandi passi senza aggiungere un’altra parola.

Egwene fece un passo, sollevando parzialmente la mano per fermarla, quindi la lasciò ricadere mentre la porta sbatteva alle spalle di Aviendha. «Cosa vogliono da lei?» chiese a Moiraine. «Sai sempre più di quanto riveli. Cosa stai trattenendo stavolta?»

«Qualunque sia il motivo delle Sapienti» rispose freddamente Moiraine «è certamente una questione fra Aviendha e loro. Se desidera che lo sappiate sarà lei a dirvelo.»

«Non puoi trattenerti dal manovrare la gente» osservò Nynaeve amareggiata. «Adesso lo stai facendo in qualche modo con Aviendha, non è vero?»

«Non io. Le Sapienti. E Rhuarc.» Moiraine ripiegò la lettera, riponendola nuovamente nel sacchetto appeso alla cintura con un tocco d’asprezza nei gesti. «Può sempre rispondere di no a Rhuarc. Un capo clan non è come un re, da ciò che so delle usanze aiel.»

«Può?» chiese Elayne. Rhuarc le ricordava Gareth Bryne. Il capitano generale della Guardia Reale della madre raramente si impuntava, ma quando lo faceva nemmeno Morgase poteva fargli cambiare idea con altri mezzi se non un ordine reale. Stavolta non ci sarebbero stati ordini dal trono — non che Morgase ne avesse mai emesso uno contro Gareth Bryne quando questi era convinto di avere ragione, che Elayne sapesse — e senza un ordine, si aspettava che Aviendha sarebbe andata alle pendici del Chaendaer, sopra al Rhuidean. «Almeno potrà viaggiare con te, Egwene. Amys non può incontrarti alla Fortezza delle Rocce Fredde se aspetta Aviendha al Rhuidean. Potreste andare assieme da Amys.»

«Ma non voglio che lo faccia» rispose Egwene rattristata. «Non se non vuole.»

«Qualsiasi cosa vogliamo» intervenne Nynaeve «abbiamo del lavoro da fare. Avrai bisogno di molte cose per un viaggio nel deserto, Egwene. Lan me lo dirà. Ed Elayne e io dobbiamo prepararci per salpare verso Tanchico. Immagino che potremo trovare un imbarco domani, ma ciò significa decidere stasera cosa mettere nelle sacche.»

«C’è un’imbarcazione degli Atha’an Miere attraccata ai moli del Maule» rispose Moiraine. «Un perlustratore. Non ci sono imbarcazioni più veloci. Volete una barca veloce, no?» Nynaeve annuì di malavoglia.

«Moiraine,» chiese Elayne «cosa farà adesso Rand? Dopo questo attacco... inizierà la guerra che vuoi?»

«Non voglio una guerra» rispose l’Aes Sedai. «Voglio ciò che lo manterrà in vita per combattere Tarmon Gai’don. Ha detto che domattina comunicherà a tutti cosa intende fare.»

Un’increspatura infinitesimale le attraversò la fronte liscia. «Domani, tutte noi sapremo più di quanto sappiamo stasera.» Lasciò la stanza repentinamente.

Domani, pensò Elayne. Cosa farà quando glielo dirò? Cosa risponderà? Deve capire. Con determinazione si unì alle altre due per discutere i preparativi.

13

Voci

Gli affari delle taverne proseguivano come al solito nel Maule, mentre un carico di oche e terracotte veniva trasportato velocemente in fondo alla collina nella notte. Il brusio delle voci combatteva con la musica di tre tamburi, due dulcimeri a martelletti e un tondeggiante liuto a collo lungo, uno strumento simile a una chitarra con un manico alto quasi quanto un uomo, che produceva trilli lamentosi.

Le cameriere, che indossavano abiti scuri lunghi fino alle caviglie con il collo alto fino al mento e corti grembiuli bianchi, si affrettavano fra i tavoli affollati, portando tazze di ceramica sopra le teste in modo da poter passar attraverso la folla. I portuali scalzi con i panciotti di cuoio si mischiavano a tipi con giubbe strette in vita e uomini a torso nudo con ampie, colorate fusciacche per mantenere i pantaloni a sbuffo. Così vicino ai moli era facile trovare tra la folla stranieri vestiti in tutti i modi; colletti alti dal nord e lunghi dall’ovest, catenelle d’argento sulle giubbe e campanelli sui panciotti, stivali alti fino alle ginocchia o alle cosce, collanine e orecchini indossati dagli uomini, merletti sulle giubbe o le camice. Un uomo dalle spalle ampie e dallo stomaco ingrossato con una barba biforcuta bionda, un altro con i baffi impomatati che brillavano alla luce della lampada e arricciati in alto su entrambi i lati del viso sottile. I dadi rotolavano sui tavoli in tre angoli della stanza, l’argento cambiava velocemente di mano fra grida e risate. Mat stava seduto da solo con la schiena rivolta al muro in un punto da dove vedeva tutte le porte, anche se per la maggior parte del tempo guardava dentro un boccale di vino scuro ancora intonso. Non si avvicinava ai giochi di dadi e non guardava mai le caviglie delle cameriere. Con la taverna così affollata occasionalmente alcuni uomini pensavano di condividere il tavolo con lui, ma una buona occhiata al suo viso li faceva deviare e sistemarsi su altre panche.

Si mise a fare scarabocchi sul tavolo con il dito bagnato di vino. Questi idioti non avevano idea di cosa fosse accaduto nella Pietra stanotte. Aveva sentito alcuni Tarenesi menzionare qualche tipo di problema, parole veloci che mutavano in risate nervose. Non sapevano e non volevano sapere. Mat quasi desiderò non sapere nulla nemmeno lui. No, voleva avere un’idea più chiara di cosa era accaduto. Le immagini continuavano a balenargli in testa attraverso il buco nella memoria. Questa cosa non aveva senso.

Da qualche parte in lontananza echeggiava il frastuono della battaglia nel corridoio, attutito dagli arazzi appesi al muro. Estrasse il pugnale dal corpo dell’Uomo Grigio con mano tremante. Un Uomo Grigio che gli stava dando la caccia. Doveva essere per forza appresso a lui. Gli Uomini Grigi non se ne andavano in giro uccidendo a casaccio; avevano obiettivi precisi, sicuro come una freccia. Si voltò per fuggire e vide un Myrddraal camminare a lunghi passi verso di lui come un serpente nero con le gambe, il viso pallido, lo sguardo senza occhi che gli mandava brividi lungo la schiena. A trenta passi Mat lanciò il pugnale dove avrebbe dovuto esserci un occhio; a quella distanza quattro volte su cinque poteva colpire un nodo non più largo nel legno.

La spada nera del Fade si mosse confusamente mentre deviava il pugnale, quasi con noncuranza; non cambiò nemmeno passo. ‘È giunto il momento di morire, Suonatore del Corno’. La voce di quella creatura era il sibilo di una vipera rossa che gli preannunciava la morte.

Mat si fece indietro. Adesso aveva un pugnale in ogni mano, anche se non ricordava di averli estratti. Non che i pugnali servissero a molto contro una spada, ma fuggire avrebbe significato avere quella spada nera conficcata nella schiena con la stessa certezza con cui i cinque e i sei battevano i quattro e i tre. Desiderava avere un buon bastone da combattimento. O un arco; voleva vedere il Fade tentare di deviare il colpo di un arco lungo dei Fiumi Gemelli. Desiderava trovarsi altrove. Se restava, sarebbe morto.

Di colpo una dozzina di Trolloc sbucò da un corridoio laterale, accalcandosi contro il Fade in una frenesia di asce che scendevano e spade che trafiggevano. Mat fissava la scena con stupita incredulità. Il Mezzo Uomo combatteva come un turbine in armatura nera. Più della metà dei Trolloc era morta o morente prima che il Fade crollasse in un mucchio contratto; un braccio si fletteva e si dimenava come un serpente moribondo a tre passi di distanza dal corpo, ancora con quella spada nera in pugno.

Un Trolloc con le coma d’ariete guardò verso Mat, con il muso rivolto in alto per fiutare l’aria. Gli ringhiò, quindi gemette e incominciò a leccare un lungo squarcio che aveva lacerato la cotta di maglia e l’avambraccio peloso. Gli altri finirono di tagliare le gole dei propri feriti e uno sbraitò alcune dure parole gutturali. Senza rivolgere un altro sguardo a Mat, si voltarono e andarono via di corsa, zoccoli e stivali che rimbombavano sulla pietra del pavimento.

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