I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
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22
LA NASCITA DI GIOVANE
La guerra di Orem contro la Regina lo rese quasi frenetico durante il giorno, come se dovesse consumare una parte della forza che le rubava. Avvicinandosi il giorno del parto, la incalzò sempre più, così che lei passava le giornate esausta, dopo aver combattuto inutilmente tutta la notte. Orem invece passava le giornate in giochi sempre più attivi. Timias e Belfeva erano sorpresi, ma si unirono contenti a lui, anche quando indulgeva in pazzie come correre a cavallo sul terreno di parata, o fare a gara con Timias per vedere chi di loro riusciva a scagliare il giavellotto più lontano. Timias non era il tipo da lasciarlo vincere, e così Orem, che non aveva mai avuto alcun addestramento nelle arti marziali, invariabilmente perdeva. Ma insisteva con grande determinazione, e gradualmente migliorò.
Quando Bella cominciò ad avere le doglie, Orem stava arrampicandosi su un muro del palazzo, in gara con Timias. Era una gara in cui l’agilità e la perseveranza contavano più della forza e della pratica, e Orem stava vincendo. Era quasi arrivato in cima, quando sentì un dolore acuto, come la fiamma di una candela, al mignolo sinistro. Guardò e vide che l’anello di rubino era infuocato. Non poteva toglierselo senza cadere per un centinaio di piedi. Sopportò, arrivò in cima, e solo allora cercò di toglierselo. Non ci riuscì. Donnola e Belfeva erano lì. — Aiutatemi — disse Orem.
— Non puoi togliertelo — disse Donnola. — L’anello di rubino brucerà finché il figlio non sarà nato. Ma non brucia veramente. Comunque dovresti essere contento: è la prova che il figlio non solo è tuo, ma è anche un maschio.
— Il bambino sta per nascere — disse Orem. Dunque era l’ultimo giorno della sua vita, ne era certo. Andò al bordo del tetto e aiutò Timias a salire.
— Hai vinto — disse Timias sorpreso. — Non credevo che ce l’avresti fatta.
— Continuavo a guardare in basso — disse Orem. — Il pensiero della morte mi rendeva veloce.
D’improvviso Donnola gridò di dolore.
— Cosa succede? — chiesero, ma lei non volle dirlo.
— Orem — disse — devi andare da tua moglie.
— Al parto? Il padre?
— A questo parto, con quella madre, sì. — Fece una smorfia di dolore.
— Cos’è? Che ti succede?
— Aiutami a tornare nella mia stanza, Belfeva — disse Donnola. — E tu, Piccolo Re, va da tua moglie.
— Ma non mi ha mandato a chiamare — disse Orem. In verità, preferiva passare l’ultimo giorno della sua vita con chiunque ma non con Bella.
— Dimentichi quale dito porta l’anello? Ti obbedirà se le ordini di lasciarti restare.
— Nessuno comanda la Regina.
— Tu sì — disse Donnola. — Ma attento a come la comandi, poiché ti ubbidirà con crudele perfezione se parli scioccamente.
— Non voglio andare — disse Orem irato.
Donnola fece un’altra smorfia e barcollò verso Belfeva. — Non per lei. Tuo figlio. Tuo figlio ha iniziato il suo viaggio lungo il fiume, verso il mare. Lei non avrà altro aiuto che il tuo. Nessuno se non il padre può aiutare la nascita di un figlio di dodici mesi.
Orem avrebbe voluto restare, avrebbe voluto scoprire perché Donnola soffriva così. Ma sapeva che Donnola era saggia, che Donnola non mentiva; se aveva detto che doveva andare da Bella, sarebbe andato.
La Regina non era nella sua solita camera da letto. Né c’erano dei servitori a cui chiedere. Orem non sapeva dove poteva essere andata. Aveva un solo modo per scoprirlo: allargò la sua ragnatela sul palazzo e la trovò incendiata di argentea dolcezza, aspra al suo udito, silenziosa al suo tocco.
Percorse i corridoi verso il luogo dove sapeva di trovarla, ma sempre i corridoi curvavano, sempre le porte si aprivano su una stanza sbagliata. Se ne rese conto quando passò da un corridoio in una stanza, poi cambiò idea e tornò sui suoi passi… per scoprire che il corridoio aveva cambiato direzione. La parte più corta adesso era a destra. La Regina Bella era dove pensava che fosse, ma la magia del palazzo sviava tutte le strade. Lasciò allora che il suo potere si allargasse attorno a lui come un mantello, sbattendo contro i muri, rompendo gli incantesimi, rivelando le porte dove avrebbero dovuto essere. Quella non era la magia dell’illusione, attraverso cui invariabilmente vedeva. Era una vera manipolazione, e Orem temeva che trovandola le avrebbe svelato chi era in realtà.
Trovò le sue damigelle radunate davanti a una porta, preoccupate.
— È dentro? — chiese.
— E sola — rispose una. — Ci proibisce di entrare.
— Non lo proibirà a me — disse Orem, e bussò.
— Vai via — sentì una voce soffocata dall’interno.
— Entro — disse. Ed entrò.
Bella giaceva sola in mezzo a un lungo letto stretto. Era nuda, le gambe allargate, le ginocchia sollevate. Delle lenzuola erano state legate alle cinque colonne del letto. Due le tenevano i piedi, due le mani, e a questi Bella si aggrappava con forza. L’ultimo era appoggiato sul cuscino, e quando un’ondata di dolore l’assaliva, Bella si voltava e l’afferrava fra i denti, agitando la testa e scuotendo il lenzuolo, come un cane con uno straccio. Era coperta di sudore. Il lamento acuto che le usciva dalla gola non era un suono umano. Del sangue le colava dall’apertura dove si era affacciata la testa del bambino. La testa era grande, violacea e coperta di sangue, e non riusciva a passare. Bella lo guardò con occhi grandi come quelli di una cerva, pieni di dolore e paura. Gli occhi lo seguirono mentre girava attorno al letto e si fermava vicino alla sua faccia. Anche in quelle condizioni, mentre masticava il lenzuolo, era bellissima, la più femminile delle donne.
— Bella — disse Orem.
In quel momento il dolore passò, lei ebbe un brivido e lasciò andare il lenzuolo.
— Bella — ripeté Orem. — Non hai nessuna magia per fermare il dolore?
Lei rise senza allegria. — Piccolo sciocco, Piccolo Re, non esiste magia che abbia potere sul parto. Il dolore dev’essere provato, o il bambino muore.
E il dolore tornò, e Bella mugugnò e si contorse, mentre i muscoli della pancia le si contraevano. La testa del bambino non fece alcun progresso. Bella lo guardò con un’implorazione negli occhi. Cosa voleva da lui? Che ponesse fine al dolore? Ma non poteva farlo.
— Dimmi cosa fare e lo farò — disse Orem.
— Fare? — gridò lei. — Fare? Insegna tu a me cosa fare, marito!
Il bambino sarebbe morto; questo Orem poteva capirlo. Un bambino che non esca in fretta una volta spuntata la testa muore. No, figlio mio, disse in silenzio.
— Qualcuno non può sopportare il dolore per te?
Lei annuì. Sì, e sussurrò. — Non contro la volontà dell’altro.
— Allora scarica il dolore su di me — disse lui — così che il bambino vivrà.
— Un uomo! — disse lei con disprezzo. — Questo dolore?
— Guarda l’anello al tuo dito e obbediscimi. Allontana il dolore.
Non appena ebbe pronunciato quelle parole, i suoi movimenti convulsi si arrestarono. Il suo respiro pesante tornò normale, la tensione sulle lenzuola si allentò. Aspettò che il dolore gli arrivasse addosso… ma non venne. Non ebbe tempo per pensarci, perché d’improvviso la carne si aprì, incredibilmente, le ossa del bacino di Bella si separarono, e il bambino scivolò facilmente sulle lenzuola. Era impossibile che Bella potesse operare una simile trasformazione con tanta tranquillità, eppure subito le ossa tornarono ad avvicinarsi, e la donna raccolse il bambino. Non c’era placenta, non c’era cordone ombelicale.