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READ-E-BOOK » Фэнтези » I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
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I giorni del cervo [Hart's Hope - it]

Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:

Sinistri presagi indicano che da Antiqua è salpata una flotta di navi: navi nere, cariche di neri guerrieri, di strani animali capelluti e di armi che portano una morte senza volto. La guerra è imminente. Il Bene e il Male, come nel più epico dei racconti, esploderanno in una battaglia cruenta alla quale parteciperanno anche forze soprannaturali e magiche. Tutti i popoli del continente, superate le antiche divisioni, si uniranno a combattere con l’esercito del Cervo, guidato dal valoroso Dulkancellin. Gli uomini di pace si trasformeranno in guerrieri, e i guerrieri in eroi. La salvezza del continente dipende dal loro coraggio
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— Slegami i piedi — sussurrò Bella. Leccò il muco dalla faccia del bambino. Il piccolo pianse e Bella lo cullò, se lo portò al seno, guidò la sua bocca al capezzolo, poi sospirò e incrociò le gambe, mettendosi comoda. Orem notò con stupore che la sua pancia non era per nulla floscia, ma perfetta, come se non avesse mai portato un bambino; in verità, Bella aveva di nuovo il corpo indicibilmente perfetto che aveva amato, e lui non poté fare a meno di desiderarla ancora, per quanto la temesse e la odiasse.

— Comandami ancora, mio Piccolo Re — disse lei. — Mi fa piacere obbedire.

— Ma il dolore non è arrivato a me — disse lui.

— Non mi hai ordinato di darlo a te. — Sorrise trionfante.

Lui ripensò alle sue parole, e non riuscì a ricordare bene. In qualche maniera l’aveva raggirato, ma non era abbastanza astuto da capire come. — Lasciami tenere il bambino.

— Anche questo è un comando?

— Solo se… se non gli farà del male.

Bella rise e gli porse il bambino. Orem lo guardò, lo prese fra le braccia. Aveva già visto dei piccoli appena nati, i suoi nipoti, e aveva aiutato ad accudire i trovatelli, nella Casa di Dio. Ma questo bambino era più pesante, e teneva il suo corpo in maniera diversa. Orem guardò la faccia del piccolo, e questi lo guardò con occhi grandi e gli sorrise.

Sorrise. Pochi minuti dopo la nascita, e il bambino sorrideva.

— Nato dopo dodici mesi — disse Bella.

Orem ricordò suo padre, Avonap, ricordò le sue braccia forti capaci di buttarlo in aria, dandogli la sensazione di volare come un uccello, e di prenderlo al volo con la sicurezza con cui i rami di un albero accolgono uno stormo. Le mie braccia sono forti abbastanza per un bambino così piccolo. E d’improvviso fu Avonap nel suo cuore, e desiderò il piccolo. Orem da piccolo aveva amato suo padre più della sua vita; è questo il genere di bambino che, diventato grande, ama suo figlio con una devozione che non può essere spezzata. Tu non puoi saperlo, Palicrovol, ma ci sono uomini così, e non sono più deboli di te; tu sei soltanto più povero di loro.

Immediatamente Orem seppe che doveva avere quel figlio, anche se solo per un po’. — Mi permetterai di vederlo ogni volta che vorrò — disse.

— È un comando?

— Sì.

Lei rise. — Allora obbedirò.

— E non farai nulla per impedirgli di conoscermi e di amarmi, e io lui.

— Osi troppo, Piccolo Re — disse lei. Questa volta non rise.

— Lo comando.

— Non sai cosa stai facendo.

— Fino a quando vivrò, ti comando di lasciare che lo conosca e lo ami, e lui ami me! — Lei non poteva rifiutargli quello: non osò chiederle di più, non osò chiederle di lasciarlo vivere un momento di più di quanto avesse già in mente.

— Piccolo Re, non sai cosa chiedi.

— Lo farai?

— Non venire a lamentarti da me, Piccolo Re. Ama il bambino se vuoi, e lascia che ti ami, non mi importa, è lo stesso per me. — Voltò la faccia verso il muro.

— Un bambino deve conoscere il padre, se dev’essere felice.

— Non ne dubito. Solo una cosa, Piccolo Re: non mangerà cibo se non quello che succhierà dal mio seno. E non avrà nome.

Questo era sbagliato; non poteva essere. Non avere nome significa non avere identità. Orem lo sapeva. — Ti comando di dargli un nome.

— Fai presto a comandare adesso, vero? Come un bambino, senza pensare al prezzo delle cose. Aspetta di vedere come hanno funzionato i tuoi primi ordini, prima di darne di nuovi.

— Dagli un nome.

— Giovane — disse lei, sorridendo divertita.

— Non è un nome.

— Neppure Bella è un nome. Ma è più di quanto potrà guadagnarsi in tutta la sua vita.

— Giovane, dunque. E io sarò libero di vederlo.

— Oh, sei un delizioso sciocco. Ho tenuto con me i tre più buffi sciocchi del mondo per tutti questi anni, ma tu sei il migliore di tutti. Le Sorelle ti hanno riservato per ultimo. Avrai tutto il tempo che vorrai con il bambino, tutto il tempo che potrai usare è tuo. Che ti porti gioia.

Il bambino allungò una manina e strinse il naso di Orem, e rise.

— Hai sentito? Già ride! — E Orem non poté fare a meno di ridere a sua volta.

— È quello che succede con i nati di dodici mesi — disse Bella.

— Ogni giorno verrò a vederlo. Imparerà a conoscere la mia faccia, e sarà felice di vedermi; ho tempo abbastanza per questo.

Orem non lo sapeva, ma io credo che ogni parola che disse fu un dolore per Bella, perché le fece capire quanto lui già amasse il piccolo, e quanto poco amasse lei. Non poteva sorprenderla, ma non per questo le faceva meno male.

— Dammelo — disse. — Deve mangiare.

— Giovane — disse Orem al bambino, che sorrise. Lo porse a Bella, e questa volta il piccolo non ebbe bisogno di essere guidato al capezzolo. Bella guardò Orem con occhi stranamente timidi, come quelli di una cerbiatta. Aveva un’aria innocente e dolce, ma Orem non si lasciò ingannare. — Bella — disse — come sei sfuggita al dolore, dal momento che non l’hai passato a me?

— Che importa?

— Dimmelo. Te lo comando.

Studiando la sua faccia lei disse: — Mi hai comandato di allontanare il dolore; non mi hai detto a chi darlo.

Era vero, si rese conto. La seconda volta, quando lei l’aveva obbedito, non le aveva detto di darlo a lui. — Ma chi altri l’avrebbe accettato di sua volontà?

— La donna che fra tutte non poté sopportare di vedere questo corpo straziato. La donna a cui appartiene in realtà questa faccia.

Orem la guardò senza capire. Di chi era la faccia, se non di Bella? Orem non aveva mai saputo che Bella indossava una forma presa in prestito. Ma avendo saputo questo, non fu difficile comprendere chi in realtà aveva posseduto quella faccia.

— Donnola — sussurrò Orem. — Hai dato a lei il dolore.

— Abbiamo sempre condiviso i miei dolori — disse Bella. — Mi è sembrato giusto. Ha avuto l’uso di questo corpo durante la sua perfetta giovinezza… siamo d’accordo che è giusto che lei soffra parte del dolore dell’età adulta. — Bella sorrise teneramente a Orem. — E del piacere, anche. Ho fatto in modo che provasse la metà del piacere della nostra notte di matrimonio, Piccolo Re. Ho voluto che ricordasse cosa si prova a essere infedeli al proprio amato marito.

— Suo marito? — Orem non sapeva che Donnola avesse un marito.

— Che sciocco — disse Bella. — Suo marito, il Re! Palicrovol voleva farla Regina al posto mio. Perché altrimenti credi che la tenga qui? Donnola è Enziquelvinisensee Evelvenin, la Principessa dei Fiori. Voleva essere al mio posto, così io ho preso il suo. Dentro il suo corpo perfetto. Bene, il suo corpo perfetto ha avuto un parto che avrebbe potuto ucciderla. Ma grazie a te, il suo perfetto corpo non ha dovuto sopportare il dolore, o guarire dalla ferita. Peccato per la carne imperfetta che ora indossa. Quella può anche morire.

Orem non aveva compreso, fino a quel momento, la perfetta malvagità di Bella. — Sei tu che meriteresti la sua faccia — sussurrò.

— Sei il mio giudice? — chiese lei freddamente. — È per questo che sei venuto da me, per dirmi cosa merito?

Orem ripensò a Dobbick nella Casa di Dio, che gli aveva insegnato che Re Palicrovol si era attirato da sé le proprie sofferenze. — Ma lei non ti ha fatto nulla — disse.

— Ha preso il mio posto — disse Bella. — Quale sia la ragione, non mi interessa; ha preso il mio posto in questo palazzo, e paga per questo.

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