Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Poi, Marsh guardò di fronte a lui, là dove era seduto Damon Julian, e scoprì che Julian lo stava fissando. I suoi occhi erano neri, duri e luminosi come un pezzo di carbone della migliore qualità. Marsh vi scórse abissi: gli abissi senza fondo dell’inferno, un baratro che aspettava solo di inghiottirli tutti. Distolse lo sguardo con difficoltà, senza neppure pensare di costringere l’altro a fare altrettanto, come scioccamente aveva tentato con York, tempo prima, al Planters’ House. Julian sorrise, ritornò a guardare Joshua, bevve il suo caffè e ascoltò. Ad Abner Marsh non piacque molto quel sorriso, né la profondità di quegli occhi. Improvvisamente ebbe di nuovo paura.
E finalmente Joshua terminò e si sedette.
«Quella del battello è una buona idea,» disse compiaciuto Julian. La sua morbida voce percorse tutto il salone. «Perfino il vostro elisir può essere di una certa utilità. Di tanto in tanto. Il resto, caro Joshua, dovete dimenticarlo.» Il suo tono era gentile, il suo sorriso rilassato e luminoso. Qualcuno tirò bruscamente il fiato, ma nessuno osò parlare. Abner Marsh si irrigidì sulla sedia. Joshua aggrottò la fronte. «Vi prego di spiegarvi meglio,» disse. Julian fece un languido gesto di rifiuto.
«La vostra storia mi rende triste caro Joshua. Siete cresciuto tra il bestiame e adesso la pensate come loro. La colpa non è vostra, naturalmente. Quando imparerete, celebrerete la vostra vera natura. Vi hanno corrotto, questi insignificanti animali tra cui avete vissuto, vi hanno riempito della loro misera moralità, delle loro deboli religioni, dei loro noiosi sogni».
«Cosa state dicendo?» La voce di Joshua fu colma di rabbia.
Julian non gli rispose direttamente. Invece si voltò verso Marsh. «Capitano Marsh, questo arrosto che avete così gradito era una volta parte di un animale vivo. Supponete che, se quella bestia potesse parlare, avrebbe acconsentito a lasciarsi mangiare?» I suoi occhi, quei feroci occhi neri, erano inchiodati su Marsh, ed esigevano una risposta.
«Io… dannazione, no… ma…»
«Ma voi, in tutti i casi, l’avete mangiato, è vero?» Julian sorrise. «È naturale che lo abbiate fatto, Capitano. Non dovete vergognarvene.»
«Non provo vergogna,» replicò con decisione Marsh. «Era soltanto una mucca.»
«Certo, è così» continuò Julian, «e il bestiame è bestiame.» Si voltò a guardare Joshua York. «Ma il bestiame può pensarla diversamente. Tuttavia, questo non deve turbare il capitano qui presente. Egli fa parte di una specie superiore a questa mucca. È nella sua natura uccidere e mangiare e in quella della mucca di essere uccisa e mangiata. Vedete Joshua, la vita è davvero semplice.
«I vostri errori nascono dall’essere stato allevato tra le mucche, che vi hanno insegnato a non mangiarle. Avete parlato del male. Dove avete appreso questo concetto? Da loro, naturalmente, dal bestiame. Bene e male, quelle sono parole usate dagli animali, vuote, buone solo per preservare le loro inutili vite. Essi vivono e muoiono nel mortale timore di noi, che per natura siamo loro superiori. Noi infestiamo perfino i loro sogni, e per questo cercano rifugio nelle menzogne e inventano dei che hanno potere su di noi, e vogliono credere che croci o acqua santa possano sottometterci.
«Devi capire, caro Joshua, che non esiste né il bene né il male, ma soltanto forza e debolezza, padroni e schiavi. Avete contratto la febbre della loro moralità, della colpa e della vergogna. Quanto è folle tutto questo. Queste sono parole loro, non nostre. Voi predicate un nuovo inizio, ma a cosa daremmo inizio? Diventeremmo del bestiame? Bruceremmo sotto i raggi del loro sole, lavoreremmo quando potremmo semplicemente prendere, ci sottometteremmo agli dei del bestiame? No. Loro sono animali, nostri inferiori, le nostre numerose e belle prede. Così vanno le cose.»
«No,» esplose Joshua. Spinse indietro la sedia e si alzò, così da ergersi al di sopra della tavola come un pallido, sottile Golia. «Essi pensano, sognano, hanno costruito un mondo, Julian. Vi sbagliate. Siamo cugini, rappresentiamo due lati della stessa moneta. Non sono delle prede. Considerate tutto quello che hanno fatto! Hanno portato la bellezza nel mondo. Che cosa abbiamo creato noi? Nulla. La Sete è stata la nostra rovina.»
Damon Julian sospirò. «Ah, povero Joshua.» Sorseggiò il suo brandy. «Lasciate che le bestie creino… la vita, la bellezza, ciò che volete. E noi prenderemo le loro creazioni, le useremo, le distruggeremo se lo vogliamo. Così vanno le cose. Siamo i padroni. I padroni non lavorano. Lasciateli cucire degli abiti. Li indosseremo. Lasciateli costruire dei battelli. Vi navigheremo. Lasciateli sognare la vita eterna. Noi la vivremo e berremo le loro vite e assaporeremo il loro sangue. Noi siamo i signori di questa terra e questa è la nostra eredità. Il nostro destino, se volete, caro Joshua. Siate lieto della vostra natura, Joshua, non cercate di cambiarla. Coloro tra le nostre prede che ci conoscono, ci invidiano. Ognuno di loro vorrebbe essere come noi, potendo scegliere.» Julian sorrise maliziosamente. «Non vi siete mai chiesto perché questo loro Gesù Cristo ordinò ai suoi seguaci di bere il suo sangue, se avessero voluto vivere in eterno?» Ridacchiò. «Desiderano ardentemente essere come noi, proprio come il sogno dei neri è di essere bianchi. Avete visto fin dove si sono spinti. Per illudersi d’essere dei padroni, hanno perfino reso schiava la loro stessa specie.»
«Come avete fatto voi, Julian,» ritorse con voce tesa Joshua York. «Come altro potete chiamare il dominio che avete esercitato sul nostro popolo? Anche quelli che voi chiamate padroni sono stati da voi assoggettati al vostro malvagio volere.»
«Anche tra di noi ci sono i deboli e i forti, caro Joshua. È giusto che il forte sia alla guida.» Julian posò il bicchiere e guardò verso l’estremità opposta del tavolo. «Kurt, manda a chiamare Billy.»
«Si, Damon,» e l’omone si alzò.
«Dove state andando?» chiese Joshua, mentre Kurt percorreva a grandi passi la stanza, e la sua immagine si muoveva con decisione, riflessa in dozzine di specchi.
«Avete giocato il ruolo della bestia abbastanza a lungo, Joshua. Sto per insegnarvi cosa vuol dire essere un padrone.»
Abner Marsh provò una sensazione di freddo e di paura. Gli occhi di tutti i presenti nel salone erano vitrei, paralizzati, mentre osservavano il dramma che si stava svolgendo a capotavola. In piedi, Joshua York sembrava torreggiare su Damon Julian, che era ancora seduto, ma in qualche modo non sembrava dominare l’altro. Gli occhi grigi di Joshua parevano tanto decisi ed appassionati quanto quelli di un vero uomo. Ma Julian non lo era affatto, pensò Marsh. In un attimo, Kurt fu di ritorno. Billy la Serpe doveva essere rimasto in attesa nelle vicinanze, simile ad uno schiavo che attenda gli ordini del padrone. Kurt riprese il suo posto. Billy Tipton la Serpe si diresse verso i due contendenti, portando qualcosa, con una strana eccitazione nei suoi occhi di ghiaccio. Damon Julian spazzò i piatti da un lato con un braccio, creando uno spazio libero sul tavolo. Billy la Serpe si liberò del suo fardello e adagiò sulla tovaglia un bambino negro, di fronte a Joshua York.