Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
Stremato dal dolore e dalla stanchezza, alla fine inserì la scheda con la rotta per casa sua nella torretta della sezione di guida e mise in funzione il pilota automatico. “Devo riposare” si disse. Alzò una mano e attivò il circuito ipnoinducente che aveva sopra la testa. Il meccanismo ronzò e lui chiuse gli occhi.
Come sempre, il sonno artificialmente indotto lo ghermì all’istante. Buckman sentì la propria coscienza precipitare a spirale, e ne fu lieto. Ma poi, sfuggendo al controllo del congegno, arrivò un sogno. Era molto chiaro. Lui non lo voleva, ma non poteva fermarlo.
La campagna, bruna e arida nell’estate, dove aveva vissuto da bambino. Stava cavalcando, e alla sua sinistra un gruppo di cavalli si avvicinava lentamente. Su di essi, uomini in lunghe vesti sgargianti, tutte di colore diverso. Gli uomini portavano elmetti a punta che brillavano alla luce del sole. I lenti, solenni cavalieri lo superarono, e quando lo incrociarono lui riuscì a vedere il viso di uno di loro: un antico volto di marmo, un uomo vecchissimo, con una lunga barba bianca che gli scendeva a cascata dal mento. Aveva un naso forte. Tratti del viso nobilissimi. Così stanco, così serio, così al di là dei comuni mortali. Era palesemente un re.
Felix Buckman li lasciò passare; non rivolse loro la parola, e loro non gli dissero nulla. Unito, il gruppo procedette verso la casa dalla quale era venuto lui. Un uomo si era chiuso in quella casa, un uomo solo, Jason Taverner, nel silenzio e nel buio, senza finestre, solo da quel momento in poi, per l’eternità. Si limitava a esistere, inerte. Felix Buckman proseguì, raggiunse l’aperta campagna. E poi udì, alle proprie spalle, un unico terribile grido. Avevano ucciso Taverner e, vedendoli entrare, intuendo la loro presenza nel buio che lo circondava, sapendo cosa avevano intenzione di fare di lui, Taverner aveva urlato.
Felix Buckman provò un dolore totale, la desolazione più completa. Ma nel sogno non tornò indietro, non si voltò a guardare. Non si poteva fare niente. Nessuno avrebbe potuto fermare l’orda di uomini dalle vesti multicolori; non era possibile opporre loro resistenza alcuna. E comunque, era finita. Taverner era morto.
Il suo cervello esagitato riuscì a spedire un segnale al circuito del sonno, servendosi di minuscoli relè. Un interruttore di tensione si aprì, e un suono continuo, irritante, risvegliò Buckman interrompendo il sogno.
“Dio” pensò, e rabbrividì. Come faceva freddo. Come si sentiva vuoto e solo.
Il grande dolore interiore lasciato dal sogno vagava nel suo petto, continuava a turbarlo. “Devo atterrare” si disse. “Vedere qualcuno. Parlare con qualcuno. Non posso restare solo. Se anche soltanto per un secondo riuscissi a…”
Escluse il pilota automatico e fece rotta verso un quadrato di luci fluorescenti sotto di lui: una stazione di servizio aperta tutta la notte.
Un attimo più tardi atterrò davanti alle pompe di benzina della stazione. Si fermò a lato di un altro trabi, deserto, abbandonato. A bordo non c’era nessuno.
Al bagliore delle luci distinse la forma di un nero di mezza età. Portava il soprabito, aveva una bella cravatta colorata, e il suo viso era aristocratico; ogni suo lineamento spiccava netto. Camminava avanti e indietro sul cemento chiazzato d’olio, le braccia incrociate sul petto, un’espressione assente in viso. Evidentemente stava aspettando che il roboinserviente finisse di fare il pieno al suo velivolo. Non era né impaziente né rassegnato; semplicemente, esisteva, remoto e isolato e splendido, forte nel corpo, diritto. Non vedeva nulla perché non c’era nulla che valesse la pena di vedere.
Felix Buckman parcheggiò il trabi, spense il motore, attivò il comando che apriva la portiera e scese rigido nella fredda aria della notte. Si incamminò verso il nero.
Quello non lo guardò neanche. Mantenne le distanze. Continuò a passeggiare calmo. Non parlò.
Felix Buckman affondò le dita intirizzite nella tasca della giacca; trovò la penna a sfera, la tirò fuori, cercò in tasca un pezzo di carta, forse un foglio di un taccuino. Dopo averlo trovato, l’appoggiò sul cofano del trabi del nero. Nella luce bianca, cruda, della stazione di servizio, Buckman disegnò sul foglio un cuore trafitto da una freccia. Tremante di freddo, si voltò verso il nero che passeggiava e gli tese il foglio con il disegno.
Con un guizzo di sorpresa negli occhi, il nero grugnì, accettò il foglio, lo alzò alla luce, lo studiò. Buckman aspettò. Il nero rigirò il foglio, non vide niente sul retro, tornò a esaminare il cuore e la freccia che lo trafiggeva. Aggrottò la fronte, scrollò le spalle, poi restituì il foglio a Buckman e si rimise in movimento, le braccia ancora conserte sul petto. Girò la possente schiena al generale. Il foglio di carta volò via, si perse.
Felix Buckman, in silenzio, tornò al suo trabi, aprì la portiera e si mise al volante. Accese il motore, richiuse la portiera e si alzò nel cielo notturno. Le spie che segnalavano il decollo lampeggiavano rosse davanti e dietro di lui. Poi si spensero, automaticamente, e lui si mise in volo sulla linea dell’orizzonte, con la mente sgombra di pensieri.
Tornarono le lacrime.
All’improvviso, Buckman fece una sterzata. Il trabi sussultò violentemente, diede un forte sobbalzo, si stabilizzò su una traiettoria di discesa. Qualche attimo dopo, si posò di nuovo, nella luce abbagliante, a fianco del trabi vuoto del nero che passeggiava avanti e indietro, delle pompe di benzina. Buckman frenò, spense il motore, scese.
Il nero lo stava guardando.
Buckman si avviò verso di lui. Il nero non indietreggiò, restò fermo dov’era. Buckman lo raggiunse, tese le braccia, le usò per stringere il nero a sé. Quello grugnì di sorpresa. E sgomento. Nessuno dei due parlò. Rimasero abbracciati per un istante, poi Buckman lasciò andare il nero, girò sui tacchi, tornò su gambe tremanti al suo trabi.
— Aspetti — disse il nero. Buckman si girò a guardarlo.
Il nero esitò, scosso da brividi. Poi disse: — Sa come arrivare a Ventura? Sulla rotta aerea Trenta? — Aspettò. Buckman non rispose. — È un’ottantina di chilometri a nord di qui — disse il nero. Buckman continuò a non parlare. — Ha una carta di questa zona?
— No. Mi spiace.
— Chiederò alla stazione di servizio. — Il nero accennò un sorriso esile. Timido. — È stato… un piacere conoscerla. Come si chiama? — Aspettò un lungo momento. — Non me lo vuole dire?
— Io non ho un nome — rispose Buckman. — Non al momento. — Non sopportava proprio l’idea di pensarci.
— È un funzionario pubblico? Organizza cerimonie ufficiali? O magari lavora per la Camera di commercio di Los Angeles? Ho avuto a che fare con loro. Sono persone per bene.
— No — disse Buckman. — Sono un semplice individuo. Come lei.
— Be’, io ho un nome. — Il nero infilò la mano nella tasca interna della giacca, estrasse un piccolo biglietto da visita che porse a Buckman. — Montgomery L. Hopkins. Dia un’occhiata al biglietto. Non è uno splendido lavoro di stampa? Mi piacciono le lettere in rilievo. Mi sono costati cinquanta dollari al migliaio. Mi hanno fatto un prezzo speciale grazie a un’offerta promozionale che non si ripeterà. — Sul biglietto erano stampate splendide lettere nere in rilievo. — Io produco auricolari di biofeedback di basso costo, di tipo analogico. Sono venduti al dettaglio per meno di cento dollari.
— Mi venga a trovare — disse Buckman.
— Mi chiami. — In tono fermo, pacato, ma a voce piuttosto alta, il nero disse: — Questi posti, queste stazioni di rifornimento robotizzate, sono deprimenti, a notte fonda. Un’altra volta potremo parlare di più. In un posto accogliente. Mi rendo conto. Capisco come ci si sente quando succede che un posto del genere ti butti giù di morale. Tante volte io faccio rifornimento appena uscito dalla mia fabbrica, per non essere costretto a fermarmi più tardi. Ma mi succede spesso di uscire per chiamate notturne, per tanti motivi. Sì, capisco benissimo che lei si senta giù di corda. Insomma, depresso. Per questo mi ha passato quel foglietto che temo di non avere compreso al momento, ma adesso capisco, e poi ha voluto abbracciarmi, e l’ha fatto, come farebbe un bambino, per un secondo. Ho provato quel tipo di desiderio, o forse sarebbe meglio chiamarlo impulso, di tanto in tanto in vita mia. Oggi ho quarantasette anni. Capisco. Lei non vuole trovarsi solo a notte fonda, specialmente quando fa un freddo tremendo come ora. Sì, sono d’accordo con lei, e ora lei non sa di preciso cosa dire perché ha fatto un gesto improvviso, irrazionale, senza riflettere sulle sue conseguenze. Ma non c’è problema. Ho capito. Non si preoccupi. Lei deve proprio fare un salto da me. Le piacerà casa mia. È molto accogliente. Conoscerà mia moglie e nostro figlio.