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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Non abbiamo ancora modo di determinare cosa costituisca un’overdose di kr-3. Lo stiamo testando su prigionieri del campo di lavori forzati di San Bernardino che si sono offerti volontari, ma per il momento… — Westerburg continuò a disegnare. — Comunque, come le stavo dicendo, il senso del tempo è una funzione del cervello. Si verifica finché il cervello riceve degli input. Ora, sappiamo che il cervello non può funzionare se non è in grado di strutturare anche lo spazio. Però non sappiamo ancora perché. Probabilmente sono processi legati all’istinto di stabilizzare la realtà in maniera tale da poter ordinare le sequenze in termini di prima e dopo, per quanto riguarda il tempo, e, cosa ancora più importante, in termini di occupazione dello spazio. In parole povere, la differenza che corre tra un oggetto tridimensionale e, diciamo, il disegno di quell’oggetto.

Mostrò a Buckman il suo schizzo. Per Buckman non aveva alcun senso. Lo fissò senza capire e si chiese dove potesse procurarsi del Darvon per il suo mal di testa, a quell’ora. Alys ne teneva in casa? Era stata una collezionista fanatica di pillole.

Westerburg continuò: — Ora, un aspetto dello spazio è che una sua data unità esclude tutte le altre unità date: se una cosa sta qua, non può stare là. Esattamente come con il tempo: se un evento viene prima, non può venire anche dopo.

Buckman chiese: — Non potremmo rimandare a domani? Stamattina mi ha detto che le sarebbero occorse ventiquattro ore per stendere un rapporto sulla tossina che ha determinato la morte. Ventiquattro ore per me vanno bene.

— Ma lei ci ha chiesto di accelerare l’analisi — fece presente Westerburg. — Voleva che l’autopsia iniziasse immediatamente. Alle due e dieci di oggi pomeriggio, quando mi ha fatto convocare ufficialmente.

— Davvero? — “Sì” pensò Buckman, “è vero. Gliel’ho chiesto io. Per agire prima che i marescialli potessero mettere assieme la loro storia.” — Per favore, non disegni — disse. — Ho mal di testa. Parli e basta.

— Abbiamo scoperto che l’esclusività dello spazio è solo una funzione del cervello per gestire le percezioni. Ordina i dati in termini di unità spaziali che si escludono reciprocamente. A milioni. Anzi, in teoria a trilioni. Ma, di per sé, lo spazio non è esclusivo. In effetti, di per sé lo spazio non esiste affatto.

— Il che significa?

Westerburg frenò l’impulso di disegnare. — Una droga come il KR-3 annulla la capacità del cervello di escludere un’unità spaziale da un’altra. Quindi, nel processo di gestione delle percezioni, i concetti di “qui” e “là” scompaiono. Il cervello non è più in grado di capire se un oggetto non c’è più o c’è ancora. Quando questo accade, il cervello non può più escludere i vettori spaziali alternativi. Spalanca l’intero spettro di varianti spaziali. Non è più capace di dire quali oggetti esistano e quali siano solo possibilità latenti, non spaziali. Il risultato è che si aprono corridoi alternativi. Il sistema percettivo alterato vi entra e il cervello percepisce un intero nuovo universo in via di creazione.

— Capisco — disse Buckman. In realtà non capiva, e non gliene importava niente. “Voglio solo andare a casa” pensò. “E dimenticare tutto.”

— È una cosa molto importante — continuò Westerburg, entusiasta. — Il kr-3 è una scoperta straordinaria. Chiunque ne subisca gli effetti è costretto a percepire universi irreali, lo voglia o no. Come dicevo, in teoria trilioni di possibilità diventano improvvisamente reali. Entra in gioco il caso, e il sistema percettivo della persona sceglie una possibilità fra tutte quelle che gli si presentano. Deve scegliere, perché, se non lo facesse, gli universi alternativi si sovrapporrebbero e svanirebbe il concetto stesso di spazio. Mi segue?

Herb Maime sedeva poco lontano dai due, alla propria scrivania. Disse: — Sta dicendo che il cervello sceglie l’universo spaziale più a portata di mano.

— Sì — confermò Westerburg. — Lei ha letto il rapporto sul kr-3, vero, signor Maime?

— L’ho letto poco più di un’ora fa — rispose Maime. — In buona parte era troppo tecnico per me. Però ho notato che gli effetti sono transitori. Alla fine, il cervello torna a prendere contatto con i veri oggetti spazio-temporali che percepiva in precedenza.

— Esatto. — Westerburg annuì. — Ma, nell’intervallo in cui la droga è attiva, il soggetto esiste, o pensa di esistere…

— Non c’è alcuna differenza — disse Herb — tra i due universi. È il modo di agire della droga: abolisce le distinzioni.

— Tecnicamente — disse Westerburg. — Ma il soggetto si sente parte di un ambiente reale, un ambiente alieno a quello che ha sempre sperimentato, e agisce come se fosse entrato in un nuovo mondo. Un mondo con dei cambiamenti… L’entità di tali cambiamenti è determinata dalla distanza, per così dire, tra il mondo spazio-temporale che il soggetto percepiva prima e quello nuovo nel quale si trova costretto ad agire.

— Io vado a casa — disse Buckman. — Non ce la faccio più. — Si alzò. — Grazie, Westerburg. — Tese automaticamente la destra al suo capo coroner Si strinsero la mano. — Preparami un rapporto riepilogativo — disse a Maime. — Lo leggerò domattina. — Si incamminò, con il soprabito grigio sul braccio. Come sempre.

— Sa cos’è successo a Taverner? — chiese Herb.

Buckman si fermò. — No.

— Si è trasferito in un universo nel quale non esisteva. E noi ci siamo trasferiti con lui perché siamo oggetti del suo sistema percettivo. Poi, quando l’effetto della droga è finito, si è trasferito di nuovo qui. A riportarlo qui non è stato qualcosa che ha assunto ma la morte di Alys. Dopo di che, com’è ovvio, dalla centrale dati ci è arrivato il suo dossier.

— Buonanotte — disse Buckman. Lasciò l’ufficio, attraversò la grande, muta sala con le immacolate scrivanie di metallo, tutte identiche, tutte in perfetto ordine al termine della giornata, compresa quella di McNulty; e finalmente si trovò nel tubo di salita, diretto al tetto.

L’aria della notte, fredda e tersa, portò il mal di testa a un livello terribile. Chiuse gli occhi e strinse i denti. Poi pensò: “Potrei farmi dare un analgesico da Phil Westerburg. Ce ne saranno probabilmente una cinquantina di tipi diversi nella farmacia dell’accademia. E Westerburg ha le chiavi”.

Ridiscese al tredicesimo piano, tornò nella sua suite ufficio, dove Herb Maime e Westerburg stavano ancora parlando.

Herb gli disse: ·.— Vorrei spiegarle una cosa che ho detto. Il fatto che noi siamo oggetti del sistema percettivo di Taverner.

— Non lo siamo — replicò Buckman.

— Lo siamo e non lo siamo — continuò Herb. — Non è stato Taverner a prendere il kr-3. L’ha preso Alys. Taverner, come tutti noi, è diventato un dato del sistema percettivo di sua sorella ed è stato trascinato nell’insieme alternativo di coordinate nel quale è finita Alys. Evidentemente sua sorella vedeva in Taverner un potente catalizzatore, la realizzazione concreta dei suoi desideri nei confronti degli artisti, e da un po’ di tempo cullava la fantasia di poterlo conoscere di persona. Ma, anche se è riuscita a realizzarla prendendo la droga, Taverner e noi siamo rimasti, allo stesso tempo, nel nostro universo. Abbiamo occupato due corridoi spaziali contemporaneamente: uno reale, l’altro irreale. Uno è una realtà. L’altro è una possibilità latente tra molte, concretizzata momentaneamente dal kr-3. Ma solo momentaneamente. Per due giorni circa.

— Quanto basta — disse Westerburg — per provocare un enorme danno fisico al cervello del soggetto. Il cervello di sua sorella, signor Buckman, probabilmente non è stato distrutto dalla tossicità ma da un sovraccarico elevatissimo e continuo. Potremmo scoprire che la causa scatenante della morte sono stati i danni irreversibili ai tessuti corticali, un’accelerazione del normale decadimento neurologico. Il suo cervello, per così dire, è morto di vecchiaia in un intervallo di due giorni.

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