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Il silenzio degli innocenti

Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:

Il silenzio degli innocenti - Hannibal Lecter è una psichiatra geniale, un uomo colto e raffinato, un perfetto gentiluomo dotato di un sottile senso dell'umorismo. Ha un unico difetto: è un pericoloso psicopatico e un feroce assassino. Quando Clarice Starling, brillante allieva della Sezione Scienza del Comportamento dell'Fbi, si reca a visitarlo nel manicomio criminale dove è rinchiuso, il dottor Lecter, attratto dalla ragazza e spinto dal desiderio di entrare nella sua personalita, decide di aiutarla. Clarice vuole da lui elementi utili alla cattura di Buffalo Bill, il mostro che terrorizza l'America. Ma il prezzo della collaborazione di Lecter è uno scambio perverso: le consegnerà Buffalo Bill solo se Clarice accetteràa di svelargli i suoi ricordi più tormentati.
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County, Tennessee Bureau of Investigation e Dipartimento Correzione e Pena. C'era da passare un posto di blocco della polizia prima che Clarice potesse entrare a parcheggiare la macchina presa a noleggio.

Il dottor Lecter presentava un ulteriore problema di sicurezza dall'esterno. Arrivavano in continuazione telefonate di minaccia da quando il telegiornale di metà mattina ne aveva comunicato l'arrivo; le sue vittime avevano molti amici e parenti che sarebbero stati felici di vederlo morto.

Clarice Starling si augurava che non ci fosse l'agente residente dell'FBI, Copley. Non voleva procurargli guai.

Vide da tergo la testa di Chilton in mezzo a un gruppo di giornalisti, sul prato accanto alla gradinata principale. Tra la folla c'erano due camere portatili della televisione. Clarice si rammaricò di non avere la testa coperta da una sciarpa. Girò la faccia dall'altra parte e si avvicinò all'entrata della torre.

Un agente statale piazzato davanti alla porta esaminò il tesserino prima di lasciarla entrare nell'atrio. L'atrio della torre, adesso, sembrava un corpo di guardia. Un agente della polizia municipale era di sentinella all'unico ascensore, un altro alla scala. Gli agenti statali, i rimpiazzi delle pattuglie stazionate intorno all'edificio, leggevano il "Commerciai Appeal" stando seduti sui divani dove il pubblico non poteva vederli.

Al banco di fronte all'ascensore troneggiava un sergente. Il cartellino con il nome diceva: TATE, C.L.

«La stampa non è ammessa» disse il sergente Tate quando vide Clarice.

«Non sono della stampa» disse lei.

«È con i collaboratori del procuratore generale?» chiese il sergente dopo aver osservato il tesserino.

«Viceassistente procuratore generale Krendler» disse Clarice. «L'ho appena lasciato.»

Il sergente Tate annuì. «Ci sono piovuti qui poliziotti di ogni genere e tutti vogliono vedere il dottor Lecter. Grazie a Dio, queste cose non succedono spesso. Dovrà parlare con il dottor Chilton prima di salire.»

«L'ho visto là fuori. Oggi a Baltimora abbiamo lavorato insieme sul caso. È qui che si consegnano le armi, sergente Tate?»

Il sergente si tastò per un attimo un molare con la lingua.

«Sì, proprio qui» disse. «Valgono i regolamenti carcerari, signorina. I visitatori devono consegnare le armi, anche se sono poliziotti.»

Clarice Starling annuì. Tolse le cartucce dalla pistola mentre il sergente guardava i movimenti delle sue mani. Gliela porse tenendola per la canna, e lui la chiuse subito a chiave nel cassetto.

«Vernon, accompagnala di sopra.» Compose un numero di tre cifre e annunciò nel microfono il nome di Clarice.

L'ascensore, che era stato aggiunto negli anni Venti, salì scricchiolando fino all'ultimo piano e si aprì su un pianerottolo e un breve corridoio.

«Proprio là di fronte, signora» disse il poliziotto.

Sul vetro smerigliato della porta c'era scritto: SOCIETÀ STORICA DELLA SHELBY COUNTY.

Quasi tutto l'ultimo piano della torre era occupato da un'unica stanza ottagonale dipinta di bianco, con il pavimento e le modanature di quercia lucida. C'era odore di cera e di detergente per i mobili. Con quei pochi mobi

li, l'ambiente aveva un'atmosfera spartana, da congregazione religiosa. Faceva una figura migliore, adesso, di quanto l'avesse fatta come ufficio giudiziario.

Erano in servizio due uomini con l'uniforme del Dipartimento Correzione e Pena del Tennessee. Il più piccolo si alzò dalla scrivania quando Clarice entrò. Il più alto era seduto su una sedia pieghevole in fondo alla stanza, rivolto verso la porta di una cella. Come se dovesse sorvegliare un detenuto con la tendenza al suicidio.

«È autorizzata a parlare con il prigioniero, signora?» chiese l'agente alla scrivania. Il nome sulla targa diceva PEMBRY, T.W., e il corredo della scrivania includeva un telefono, due manganelli e un Chemical Mace. Nell'angolo, dietro di lui c'era una lunga corda.

«Sì, certo» disse Clarice. «L'ho interrogato altre volte.»

«Conosce le regole? Non deve superare la barriera.»

«Certamente.»

L'unica macchia di colore nella stanza era la barriera antitraffico, un cavalietto a strisce arancione e gialle con lampeggiatori rotondi che adesso erano spenti. Era piazzato sul pavimento tirato a lucido, a un metro e mezzo dalla porta della cella. A un attaccapanni erano appesi alcuni oggetti tolti al dottor Lecter... la maschera da hockey e qualcosa che lei non aveva mai visto in vita sua: un cosiddetto "giubbotto da forca del Kansas". Di cuoio pesante, con manette a doppia serratura fissate alla vita e fibbie sulla schiena, era molto più efficace della camicia di forza. La maschera e il giubbotto nero appeso all'attaccapanni formavano una composizione inquietante contro lo sfondo bianco del muro.

Clarice Starling poté vedere il dottor Lecter mentre si avvicinava alla cella. Leggeva, seduto a Un tavolino imbullonato al pavimento. Voltava le spalle alla porta. Aveva numerosi libri e la copia del dossier su Buffalo Bill che lei gli aveva dato a Baltimora. A una gamba del tavolo era incatenato un piccolo mangiacassette. Era strano vedere Lecter fuori dal manicomio.

Da bambina, Clarice Starling aveva visto celle come quelle. Venivano prefabbricate da una ditta di St. Louis intorno all'inizio del secolo, e nessuno ne aveva mai costruite di migliori... una gabbia modulare di acciaio temperato che trasforma qualunque stanza in una cella. Il pavimento era di lamine d'acciaio posate su sbarre, e le pareti e il soffitto erano di sbarre forgiate a freddo. Non c'erano finestre. La cella era di un candore immacolato, e illuminata a giorno. Davanti al gabinetto c'era un fragile paravento di carta.

Le sbarre bianche sembravano costolature contro le pareti. Il dottor Lec-ter aveva la testa scura e lustra.

E un visone da cimitero. Vive in una cassa toracica, tra le foglie secche di un cuore.

Clarice batté le palpebre per scacciare quel pensiero.

«Buongiorno, Clarice» disse il dottor Lecter senza voltarsi. Finì la pagina, mise un segno nel punto dov'era arrivato e girò la sedia, con gli avambracci appoggiati allo schienale, il mento sugli avambracci. «Dumas sostiene che l'aggiunta di un corvo al brodo in autunno, quando il corvo si è nutrito di bacche di ginepro, migliora di molto il colore e il sapore del brodo. A lei piacerebbe, Clarice?»

«Ho pensato che volesse i suoi disegni, la roba che aveva lasciato in cella, in attesa di avere la veduta.»

«Quanta premura. Il dottor Chilton è euforico perché lei e Jack Crawford siete stati esclusi dal caso. Oppure l'hanno mandata per un'ultima punzecchiata?»

L'agente di guardia alla cella era andato a parlare con l'agente Pembry alla scrivania. Clarice si augurò che i due non potessero sentirli.

«Non mi hanno mandato loro. Sono venuta di mia iniziativa.»

«La gente dirà che siamo innamorati. Non voleva chiedere qualcosa di Billy Rubina, Clarice?»

«Dottor Lecter, anche senza impugnare in alcun modo... quello che ha detto alla senatrice Martin, mi consiglierebbe di continuare a lavorare sulla sua idea a proposito di...»

«Impugnare... è una parola che mi piace. Non le consiglierei un bel niente, Clarice. Ha tentato d'imbrogliarmi. Crede che stia cercando di giocare

con questa gente?»

«Credevo che mi avesse detto la verità.»

«Peccato che abbia cercato di prendermi in giro, no?» Il dottor Lecter abbassò la faccia dietro le braccia, e rimasero visibili solo gli occhi. «È un peccato che Catherine Martin non debba rivedere mai il sole. Il sole è un materasso incendiato sul quale è morto il suo Dio, Clarice.»

«È un peccato che lei ora debba fare il compiacente e leccare qualche lacrima quando può» disse Clarice. «È un peccato che non siamo riusciti a esaurire l'argomento di cui stavamo parlando. La sua idea dell'imago, la sua struttura, aveva una sorta di... di eleganza che è difficile dimenticare. Adesso è come una rovina, un mezzo arco isolato.»

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