Il silenzio degli innocenti
- Автор: Thomas Harris
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: R. Rambelli
- Жанр: Маньяки
Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:
Pembry era riuscito a sollevarsi a sedere. Gridava. Il dottor Lecter lo guardò con il suo sorriso rosso. «Io sono pronto, agente Pembry» disse.
Il manganello descrisse un arco nell'aria e colpì alla nuca Pembry che si allungò sussultando come un pesce centrato da una mazzata.
Le pulsazioni del dottor Lecter erano salite a più di cento, ma rallentarono subito e tornarono alla normalità. Spense il mangianastri e ascoltò.
Andò alla scala e ascoltò di nuovo. Vuotò le tasche di Pembry, prese la chiave della scrivania e aprì tutti i cassetti. Nell'ultimo c'erano le armi di Boyle e di Pembry, un paio di pistole .38 Special. E c'era di meglio: nella tasca di Boyle trovò un coltello a serramanico.
37
L'atrio era pieno di poliziotti. Erano le sei e mezzo del pomeriggio e gli agenti di guardia all'esterno avevano appena avuto il cambio secondo l'intervallo regolare di due ore. Gli uomini che entravano nell'atrio, in quella serata fredda, si scaldavano le mani alle stufe elettriche. Alcuni di loro avevano fatto scommésse sulla partita di pallacanestro per la finale statale ed erano ansiosi di sapere come andava.
Il sergente Tate non aveva dato il permesso di tenere una radio accesa nell'atrio, ma un agente aveva un Walkman e ascoltava attraverso la cuffia. Riferiva il punteggio piuttosto spesso, ma non abbastanza per soddisfare gli scommettitori.
Nell'atrio c'erano in tutto quindici agenti di polizia armati, più due guardie del Dipartimento Correzione e Pena che dovevano dare il cambio a Pembry e Boyle alle sette. Il sergente Tate non vedeva l'ora di andarsene anche lui: era di servizio dalle undici alle sette.
Tutti i posti di controllo riferivano che c'era calma. Nessuno dei pazzi che avevano telefonato minacciando Lecter era passato alle vie di fatto.
Alle 6.45, Tate sentì salire l'ascensore. Vide la freccia di bronzo che cominciava a muoversi piano piano sul quadrante sopra la porta. La freccia si fermò sul cinque.
Tate si guardò intorno. «Sweeney è salito a riprendere il vassoio?»
«No, sono qui, sergente. Le dispiace chiamare per sentire se hanno finito? Io dovrei andare.»
Il sergente Tate compose un numero di tre cifre e ascoltò. «Occupato» disse. «Sali a vedere.» E tornò a scrivere sul registro le annotazioni che stava completando per il suo turno.
L'agente Sweeney premette il pulsante per chiamare l'ascensore. L'ascensore non venne.
«Stasera gli ho portato braciolette d'agnello al sangue» disse Sweeney. «Cosa pensate che vorrà per colazione? Qualche fottuta bestia dello zoo? E chi dovrà catturargliela? Sweeney.»
La freccia di bronzo sopra la porta continuò a restare immobile sul cinque.
Sweeney attese ancora un minuto. «Che razza di stronzata è?» chiese.
La .38 tuonò lassù, sopra di loro. Gli spari echeggiarono sulla scala di pietra: due colpi in rapida successione, quindi un terzo.
Il sergente Tate balzò in piedi al terzo sparo, con il microfono in pugno. «Posti di controllo, hanno sparato nella torre. I posti all'esterno tengano gli occhi bene aperti. Ora saliamo.»
Grida e movimento nell'atrio.
Poi Tate vide la freccia di bronzo dell'ascensore che si muoveva. Era già sul quattro. Tate ruggì, in mezzo al baccano: «Fermi! Correte tutti alle vostre postazioni all'esterno. La prima squadra resta con me. Berry e Howard, coprite quel fottuto ascensore, se scende...». La freccia si fermò sul tre.
«Prima squadra, andiamo. Non passate davanti a una porta senza controllare. Bobby, va' fuori... prendi un fucile e i giubbotti antiproiettile e portali su.»
Mentre saliva correndo la prima rampa di scale, Tate rifletteva disperatamente. La prudenza lottava con la necessità tremenda di aiutare gli agenti che stavano lassù. Dio, fa' che non sia scappato. Nessuno porta i giubbotti. Maledetti quegli idioti di Correzione e Pena.
Gli uffici del secondo, del terzo e del quarto piano dovevano essere vuoti e chiusi a chiave. Da quei piani si poteva passare dalla torre all'edificio principale, se si attraversavano gli uffici; ma dal quinto non si poteva.
Tate aveva frequentato l'ottima scuola dello SWAT del Tennessee e sapeva cosa fare. Doveva andare avanti per primo e tenere a freno i giovani. Salirono le scale in fretta e con prudenza, coprendosi reciprocamente da un pianerottolo all'altro.
«Se voltate le spalle a una porta prima di aver controllato, vi prendo a calci nel sedere.»
Le porte del pianerottolo del secondo piano erano buie e chiuse a chiave.
Su, al terzo piano. Il piccolo corridoio era immerso nella semioscurità. C'era un rettangolo di luce sul pavimento, e la luce veniva dalla porta aperta dell'ascensore. Tate si mosse lungo il muro di fronte: nella cabina non c'erano specchi che potessero aiutarlo. Guardò all'interno, premendo leggermente il grilletto per tenersi pronto a sparare. La cabina era vuota.
Tate urlò, su per la scala. «Boyle! Pembry! Merda!» Piazzò un uomo al terzo piano e riprese a salire.
Il quarto era inondato dalla musica del pianoforte che giungeva dal quinto piano. La porta degli uffici si aprì appena la spinse. In fondo, il fascio di luce della torcia elettrica inquadrò una porta spalancata che immetteva nell'edificio principale.
«Boyle! Pembry!» Tate lasciò due uomini sul pianerottolo. «Tenete d'occhio la porta. Stanno per arrivare i giubbotti. Non mostratevi nel vano.»
Salì la scala di pietra, immerso nella musica. In cima alla torre, al quinto piano, c'era una luce fievole nel breve corridoio. E una luce viva filtrava attraverso il vetro smerigliato con la scritta SOCIETÀ STORICA DELLA SHELBY COUNTY.
Tate si chinò per passare al di là della porta a vetri e raggiunse il lato opposto ai cardini. Fece un cenno a Jacobs che si era piazzato dall'altra parte, girò la maniglia e spinse con forza. La porta si spalancò, sbattè e il vetro si ruppe. Tate entrò fulmineamente, si allontanò dal vano della porta e inquadrò la stanza attraverso il mirino della pistola.
Tate ne aveva viste molte di cose. Aveva visto innumerevoli incidenti, risse, omicidi. Aveva visto sei poliziotti morti. Ma pensava che ciò che stava ai suoi piedi fosse quanto di peggio poteva accadere a un agente. La carne al di sopra del colletto dell'uniforme non sembrava più una faccia. La parte anteriore e la sommità della testa erano una crosta viscida di sangue tra la carne dilaniata, e un occhio era accanto alle narici, le orbite erano insanguinate.
Jacobs passò accanto a Tate, e scivolò su una macchia di sangue nell'entrare nella cella. Si chinò su Boyle, ancora ammanettato alla gamba del tavolo. Era parzialmente sventrato, con la faccia a pezzi: pareva che il suo sangue fosse esploso nella cella. Le pareti e la branda spoglia erano coperti di gocce e spruzzi.
Jacobs gli tastò il collo. «Questo è morto» gridò, più forte della musica. «Sergente?»
Tate era tornato in sé e si vergognava di essere crollato per un momento. Stava parlando alla radio. «Posto di comando, due agenti fuori combattimento. Ripeto, due agenti fuori combattimento. Il detenuto è scomparso. Lecter è scomparso. Le postazioni esterne sorveglino le finestre. Il detenuto ha tolto lenzuola e coperte dalla branda, e può darsi che stia preparando una specie di fune. Confermate l'invio delle ambulanze.»
«Pembry è morto, sergente?» Jacobs spense il mangianastri.
Tate s'inginocchiò. Mentre tendeva la mano verso il collo, la cosa orrenda che giaceva sul pavimento gemette e una bolla di sangue spuntò sulle labbra.
«Pembry è vivo.» Tate non voleva accostare la bocca a quell'orrore sanguinante. Sapeva che l'avrebbe fatto se avesse dovuto aiutare Pembry a respirare, sapeva che non avrebbe costretto uno degli agenti a farlo al posto suo. Sarebbe stato meglio se Pembry fosse morto, ma l'avrebbe aiutato a respirare. Il cuore batteva ancora, lo si sentiva, e c'era il respiro: era irregolare e gorgogliante, ma era un respiro. L'orrore respirava da sé.