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READ-E-BOOK » Научная фантастика » Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
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Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]

Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:

Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!
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Quando fu nei pressi dell’università, fermò la macchina in una viuzza secon­daria, dietro un vasto deposito di legnami, e si avviò zoppicando verso la casa di Sam Quain. Albeggiava.

Dominò l’impulso frenetico di mettersi a correre e di nascondersi in un’al­tra viuzza, nel vedere un ragazzino con un pacco di giornali venirgli incontro in bicicletta, gettando un giornale ripiegato davanti a ogni porta. Cercando di darsi l’aria di un abitante del rione, appena alzato e uscito sulla soglia a dare un’occhiata al tempo, si fermò sull’orlo del marciapiede, frugandosi nel­le tasche della vestaglia in cerca di spiccioli per il giornale.

«Lo Star,signore?»

Barbee annuì:

«Tieni il resto».

Il ragazzino gli porse una copia e ne gettò un’altra verso la porta alle sue spalle, poi si allontanò pedalando; ma non senza avere lanciato, prima, un’occhiata penetrante alla vestaglia rossa.

In gran fretta, Barbee aprì il giornale e i neri caratteri del titolo lo colpiro­no come una mazzata:

UNA MALEDIZIONE PREISTORICA

O UN ASSASSINO IN CARNE E OSSA FA LA SUA TERZA VITTIMA

Nicholas Spivak, 31 anni, antropologo dell’Istituto di Ricerche, è stato trovato cadavere stama­ne ai piedi della torre dell’Istituto, mentre una finestra era aperta al nono piano della torre. Il cadavere è stato trovato da due guardie speciali, assunte dall’Istituto dopo che la morte aveva colpito due altri scienziati della Fondazione nel corso della settimana.

Una maledizione preistorica perseguita forse i membri della spedizione tornati recentemente a Clarendon dai tumuli della Mongolia? I membri superstiti della spedizione smentiscono qualsiasi voce relativa a cose particolarmente misteriose che avrebbero dissotterrato dai presunti luoghi d’origine del genere umano, in quello che è oggi il deserto dell’Ala-shan, ma la morte di Spivak porta ora a tre il numero delle vittime tra coloro che parteciparono alla spedizione.

Si cerca il dottor Samuel Quain, altro membro dell’Istituto, per informazioni in merito alla morte di Spivak, a quanto dichiarano il capo della polizia Oscar Shay e lo sceriffo T.E. Parker, secondo i quali la sua testimonianza dovrebbe gettare nuova luce sulle bizzarre coincidenze dei precedenti decessi.

Ridendo della teoria relativa alla maledizione, Shay e Parker hanno lasciato intendere che una cassa dipinta di verde, portata dagli esploratori dall’Asia, potrebbe contenere una spiegazione meno misteriosa, ma più sinistra, dei tre decessi. Si ritiene che Quain fosse solo con Spivak nella stanza della torre, da cui le autorità di polizia dichiarano che cadde o fu gettato, schiacciandosi al suolo.

Il giornale sfuggì tra le dita intirizzite di Barbee. Pure, Quain non poteva essere l’assassino. Era impensabile.

Un assassino, tuttavia, doveva pur esserci. Con la morte di Rowena, ormai le vittime salivano a quattro. Un cervello spietato sembrava essere all’opera, spietato e fornito di poteri soprannaturali: il cervello, ovviamente, del Figlio della Notte. Ammesso che questo nome celasse veramente un’entità pensan­te.

Incerto ormai su tutto e su tutti, Barbee si affrettò per le quiete viuzze verso la casa di Sam, cercando di aver l’aria di chi ritiene che una passeggiata mattutina in una svolazzante vestaglia rossa sia la cosa più naturale di questo mondo.

Eppure il mondo esterno, nel suo risvegliarsi al primo mattino autunnale, aveva un’aria quanto mai normale e credibile. Come il sorriso allegro che gli rivolse l’uomo in tuta, in attesa col pacchetto della colazione presso la ferma­ta dell’autobus, un muratore, probabilmente, si disse Barbee.

Ma, ragionò Barbee allontanandosi a passo sempre più rapido, incalzato dai suoi fantasmi, la città, così tranquilla e normale e reale, in verità si nasconde­va sotto l’illusoria parvenza di un velo dipinto. La sua atmosfera lievemente assonnata celava orrori misteriosi, troppo terrificanti perché una mente sana potesse considerarli. Anche il muratore che gli aveva sorriso, col suo pac­chetto della colazione sotto il braccio, quello stesso muratore poteva essere il Figlio della Notte.

Nora venne ad aprirgli, con gli occhi rossi per la veglia e le lacrime. Era mortalmente pallida, e la sua tonda faccia lievemente lentigginosa esprimeva lo sconvolgimento in cui si trovava.

«Oh, Will!», esclamò affettuosamente. «Come mi fa piacere che tu sia venu­to! Dio, che notte è stata mai questa!» Ma nel vederlo a sua volta così scon­volto e disperato in quella strana acconciatura, gli fece un pallido sorriso di conforto. «Anche tu hai l’aria stanca, Will! Vieni in cucina, ti verso una tazza di caffè...»

La seguì in cucina col cuore gonfio di gratitudine. Batteva i denti dal fred­do.

«Sam è in casa?», domandò ansioso. «Ho assoluto bisogno di parlargli.»

Lei lo guardò con occhi dolenti.

«No, non c’è», rispose laconicamente.

«Strano, ho visto davanti alla porta la giardinetta della Fondazione», osser­vò. «Credevo che Sam fosse in casa.»

Le labbra esangui di Nora si strinsero in un deciso riserbo. Camminarono in punta di piedi, passando davanti alla porta della nursery,e Barbee vide che le labbra di Nora tremavano, come se stesse per piangere.

«Pat è ancora addormentata», sussurrò. «Credevo che si sarebbe svegliata, quando è venuta la polizia. Sono rimasti qui ore e ore, cercando di farmi dire dove fosse andato Sam...» Dovette vedere il sussulto di Barbee, perché si affrettò ad aggiungere con dolcezza: «Non preoccuparti, Will, non ho detto loro che mi avevi telefonato di avvertire Sam».

«Grazie, Nora», e Barbee si strinse nelle spalle, sotto la sua vestaglia rossa. «Non che la cosa possa avere grande importanza, ma la polizia mi sta cercan­do per qualcosa di più grave ancora.»

Nora non fece domande. Ma gli versò una tazza di caffè dalla caffettiera sul fornello elettrico, e glielo servì con un piattino di crema e la zuccheriera.

«Grazie, Nora», ripeté lui. Sorseggiò la bevanda bollente, gli occhi pieni di lacrime di riconoscenza e di dolore. La sua solitaria disperazione si disciolse dal duro nodo in cui s’era raggrumata nel suo cuore, e improvvisamente an­nunciò proprio la cosa che non avrebbe voluto dire:

«Rowena Mondrick è morta!».

Nora lo guardò muta, gli stanchi occhi sbarrati.

«È scappata da Glennhaven.» Una stolida perplessità gli rendeva la voce lenta e incerta. «È stata trovata morta sul ponte del Deer Creeck. La polizia crede che io l’abbia investita. Ma non è vero!» La sua voce si ruppe in una nota troppo alta e stridula. «Non sono stato io!»

Nora sedette davanti a lui, dall’altra parte del tavolo di cucina. Scrutò il suo volto emaciato, e alla fine assentì, con un lieve sorriso di comprensione inte­nerita.

«Parli e ti comporti esattamente come Sam», disse poi. «Era così stravolto, non riusciva a capire, e non sapeva che cosa gli convenisse fare.» Ancora una pausa, durante la quale il suo sguardo indugiò sulla faccia contratta di Barbee. «Will, c’è qualcosa di spaventevole sotto questa tragedia. Sono convinta che ne sei vittima innocente, proprio come Sam. Tu credi... credi veramente di poterlo aiutare?»

«Credo che possiamo aiutarci a vicenda.»

La donna rimase in silenzio un istante, mentre lui rimescolava il caffè.

«Allora ti dirò di Sam», decise alla fine, inghiottendo la saliva come se stes­se soffocando. «Perché Sam... ha bisogno di aiuto, terribilmente bisogno!»

«Farò tutto quello che posso. Dove si trova ora?»

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