Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
Deliberatamente, congiunse le punte delle dita insieme.
«Inconsciamente, signor Barbee, può aver sospettato che Nick Spivak sarebbe stato gettato da una certa finestra questa notte. Se il suo sospetto dovesse coincidere più o meno con la realtà, la polizia potrebbe avere trovato il suo corpo là dove lei ha sognato che sia caduto.»
«Assurdo!», lo interruppe Barbee rabbiosamente. «Ma se con lui c’era soltanto Sam!»
«Appunto! Appunto!» E la testa ben modellata dello psichiatra s’inclinò due o tre volte, come a dire: “Non te l’avevo detto?”. «Il suo inconscio respinge l’idea che Sam Quain possa essere un assassino... e anche il suo modo di respingerla così veemente fa pensare che inconsciamente lei desideri che Sam Quain muoia per avere ucciso.»
Barbee levò un pugno nocchiuto e peloso.
«Basta con queste assurdità», gracidò più rauco che mai. «Tutto questo... tutto questo è diabolico!» Fece un passo innanzi, ansando, in cerca di un po’ di fiato. «È pazzesco. Le ho già detto, dottore, che Sam Quain e sua moglie sono due miei vecchi amici.»
Dolcemente, il medico domandò:
«Tutti e due?».
«Ma la pianti!», urlò Barbee, stringendo di nuovo i pugni. «Le proibisco... di dirmi simili cose!»
Glenn si ritrasse con una certa premura verso l’anticamera illuminata.
«Un consiglio, signor Barbee.» Sorrise ancora in modo disarmante, e annuì ancora. «La sua violenta reazione mi rivela che è stato toccato un punto molto sensibile, nascosto dentro di lei, ma non vedo la necessità di parlarne ulteriormente ora. E se dimenticassimo tutti i nostri problemi per questa notte e ce ne tornassimo a letto?»
Barbee si calmò e ficcò i pugni nelle capaci tasche della vestaglia rossa.
«D’accordo, dottore», disse stancamente. «Mi scusi per averla disturbata a quest’ora.» Stava per andarsene, ma a un tratto si voltò, colto da un pensiero improvviso. E con voce bassa e rotta, soggiunse in tono disperato: «Ma lei sbaglia di grosso, dottor Glenn: la donna che amo è April Bell».
Con un lieve sorriso sardonico, Glenn chiuse la porta.
Lentamente, Barbee tornò nella notte verso la sua stanza, dove solo due o tre finestre erano vagamente illuminate. Gli sembrava strano camminare su due gambe soltanto, vedendo sagome informi con miopi occhi d’uomo, inconsapevole di tutti gli odori e i sentori dei suoi sogni.
Glenn, si disse, era un ciarlatano, se non peggio. Nessuno psichiatra serio poteva essere di lingua tanto disinvolta. Era vero, lo ammetteva, una volta era stato innamorato di Nora, prima che sposasse Sam. Forse era andato a trovarla più spesso di quanto fosse giusto nei lunghi periodi delle assenze di Sam, ma le rivoltanti conclusioni di Glenn erano assurde.
Quanto al telefonare alla polizia, doveva riconoscere che Glenn aveva ragione; e non poté fare a meno di rabbrividire alla sua diabolica insinuazione che Sam avrebbe potuto essere accusato del delitto. Doveva provvedere in qualche modo.
L’atletica Hellar gli permise con una certa apprensione di servirsi del telefono del suo ufficio, e lui chiamò Nora. Lei venne a rispondere subito, come se fosse stata in attesa di una telefonata, e la sua voce sembrava già piena di paura.
«Sam ha un apparecchio telefonico all’Istituto, vero?», le disse Barbee in risposta alla sua domanda angosciata. «Nora, ti prego, chiamalo immediatamente. Sveglialo, se dorme: e digli di cercare subito Nick Spivak.»
«Perché, Will?», chiese lei con voce che sembrava sul punto di venir meno.
«Perché ho motivo di ritenere che possa essere accaduto qualcosa a Nick. E credo che ora anche Sam si trovi in grave pericolo.»
Per un lungo, lunghissimo istante, Nora non disse nulla. Barbee poteva udire il suo incerto respiro affannoso all’altro capo del filo e il ticchettio dell’orologio sulla scrivania, presso l’apparecchio telefonico. Alla fine, lei domandò con voce soffocata dall’emozione:
«Ma tu, Will, come lo sai?».
«Oh, fa parte del mio mestiere, Nora», le rispose a disagio. «Informazioni confidenziali, sai, tutti i cronisti sono organizzati in questo senso... Ma allora, già sapevi?»
«Sam aveva appena finito di telefonare, quanto tu hai chiamato. Era disperato, Will... sembrava che avesse quasi perduto la ragione.»
«Ma... ma che cosa è successo a Nick?»
«È caduto dalla finestra!» La voce della donna suonò come squarciata dall’orrore. «Dalla finestra del loro laboratorio privato, all’ultimo piano della torre. Sam dice che è morto sul colpo.»
L’orologio continuava a ticchettare calmo e regolare.
«Ma hai detto che potrebbe capitare qualche cosa anche a Sam. Che cosa, Will?»
«Lui e Nick erano soli nel laboratorio, no? E custodivano qualcosa che a quanto sembra ha grande valore in quella cassa che hanno portato dalla Mongolia. Due degli uomini che sapevano che cosa fosse sono già morti... e la loro scomparsa rischia di assumere una fisionomia poco chiara, ora che anche Nick è morto... capisci?»
«No, Will!», gridò Nora al telefono. «Non è possibile!»
«La polizia penserà che Sam abbia ucciso Nick per quello che è contenuto nella cassa. È continueranno a pensarlo fino a quando non sapranno che cosa c’è, in quella cassa... Ma vedrai che Sam non vorrà dirlo.»
«Ma non è stato Sam!», gridò spasmodicamente Nora. «Lo sai anche tu che Sam non potrebbe mai fare una cosa simile!»
Il ticchettìo dell’orologio sulla scrivania faceva pensare a onde lente sulla morta superficie del silenzio. Alla fine, la voce sfinita di Nora risuonò ancora nel microfono:
«Grazie, Will... Richiamerò subito Sam, per metterlo sull’avviso». E con rinnovata protesta che le saliva dall’anima: «Ma non è stato lui!».
Barbee ritornò stancamente nella sua camera, si tolse vestaglia e pantofole e si gettò spossato sul letto. Cercò di riaddormentarsi, ma era pervaso da una strana irrequietezza. Il ricordo del sogno lo ossessionava. Dovette suonare per l’infermiera e farsi dare un sonnifero, ma non si addormentò, ed era ancora sveglio, quando udì il sussurro della lupa bianca.
«Will!... Mi senti, Will Barbee?»
«Ti sento, April», mormorò lui, in preda al torpore. «Buona notte, amore.»
«No, Will!» La lupa aveva di nuovo il suo tono imperioso. «Devi tramutarti ancora questa notte, perché un altro compito ci attende.»
«No, basta!», protestò Barbee. «Non voglio più sognare, e poi so benissimo che non ti sento in realtà, che il tuo richiamo non esiste.»
«Oh, Barbee, non cercar d’ingannare te stesso... Lo sai bene che i tuoi non sono sogni. Ora ti prego di stare calmo e di ascoltarmi.»
«No, non ti ascolto e non sognerò più, non voglio più sognare.»
E agitava la testa sul cuscino, come per liberarla di lei e della sua ossessione.
La voce della lupa squillò imperiosa nella sua mente come una frustata.
«Will! Devi ascoltarmi, tramutarti nuovamente e raggiungermi! Subito! E assumi la forma più spaventosa che puoi! Abbiamo un nemico molto più terribile di Spivak da combattere.»
«Quale nemico?»
«La cieca! Quella donna non è più nella clinica, dove nessuno bada alle sue farneticazioni. È scappata, Will, per andare ad avvertire Sam Quain!»
Barbee sentì un brivido gelido correre lungo la spina dorsale, come quando gli si rizzava il pelo sul collo sotto la forma di lupo. Ma era umano ora, sentiva la carezza delle lenzuola sulla sua pelle d’uomo, e i rumori della clinica, lontani, soffocati, col suo ottuso udito umano: i passi distanti dell’infermiera Hellar, il russare d’un dormiente nella stanza accanto, un telefono che suonava con una certa impazienza, frequentemente:
«Ad avvertire Sam? E di che?», domandò, semiaddormentato.
Il sussurro della lupa sembrò a sua volta carico di terrore: «Rowena conosce il nome del Figlio della Notte!».