Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
«Nick», mormorò confusamente, «che diavolo sta succedendo?»
Ma non si levò e la lupa avvertì:
«Non può svegliarsi ora... ciò spezzerebbe il circuito».
L’aria limpida e fredda che irrompeva dalla finestra dissolse in parte il fetore che li stordiva con la forza di uno stupefacente. Il rettile fu in grado di trascinare il corpo stritolato di Spivak presso la finestra.
«Presto!» La lupa era imperiosa. «Gettalo giù! Dobbiamo andarcene di qua prima che Quain si svegli... e io devo fare ancora qualcosa di molto difficile, per le mie zampe.»
Balzò sulla scrivania, con la leggerezza di un essere alato, e cercò di stringere la matita che la mano di Spivak aveva abbandonato pochi minuti prima. Barbee avrebbe voluto sapere che cosa stava tentando di scrivere, ma un gemito di Quain nel sonno lo riscosse. Con uno sforzo indescrivibile, riuscì a far precipitare la massa di carne e ossa stritolate oltre il davanzale della finestra. Ma le sue spire dovettero scivolare su una goccia di sangue, perché il suo corpo perse la presa che lo manteneva sull’orlo della finestra, e cadde a sua volta. Udì dietro di sé l’ansiosa ingiunzione della lupa:
«Fuggi di qua, Will!... prima che Quain si svegli!».
Il suo lunghissimo corpo nero precipitò giù, nel vuoto, per nove piani d’altezza, ardentemente teso verso il rifugio — ora — di quell’altro suo misero corpo addormentato a Glennhaven.
Udì, in basso, il tonfo sordo e netto dei resti di Spivak che si abbattevano sul viale di cemento ai piedi della torre. E continuò a precipitare a sua volta, finché non si abbatté — e il mutamento fu questa volta repentino, indolore — presso il suo letto a Glennhaven, comunissimo bipede, istupidito dal sonno.
La testa gli doleva per il gran colpo dato per terra nel cadere dal letto. Si levò ritto, barcollando. Aveva un bisogno imperioso di bere qualcosa di forte. Lo stomaco era sconvolto, sembrava svolazzare per la stanza, e tutto il corpo era in preda a un sordo indolenzimento. Glenn, si disse, gli avrebbe detto, senza dubbio, che lui era rotolato per terra scivolando dai cuscini su cui s’era sostenuto per leggere, e che tutto quello spaventevole sogno era nato poi dal suo tentativo, inconscio e probabilmente d’origine alcoolica, di spiegare in qualche modo la caduta.
15.
Intorpidito, tremante e pieno d’orrore per la certezza che quanto aveva sognato fosse vero, Will Barbee rimase qualche minuto in piedi accanto al letto, nelle tenebre.
Finalmente, con un rauco sospiro d’infelicità si decise ad accendere la luce e a guardare l’orologio. Erano le due e un quarto. Tese la mano verso gli indumenti che aveva lasciato sulla seggiola, spogliandosi, ma l’infermiera aveva dovuto ritirarli mentre dormiva, perché trovò solo la vestaglia rossa e le pantofole dalla suola di feltro.
Sempre tremante, e ricoperto di sudore, si coprì alla meglio, e premette il bottone del campanello. Poi, impaziente, ciabattò fuori della camera per andare incontro all’infermiera del turno di notte, un’atletica e bonaria signorina Hellar, piuttosto matura.
«Oh, signor Barbee, ma io credevo che fosse addormentato!»
«Devo vedere Glenn!», le disse, frenetico. «Subito!»
La larga faccia da lottatrice dell’infermiera si illuminò di un sorriso impietosito, mentre la sua voce mascolina cercava di farsi carezzevole:
«Ma certo, signor Barbee... Perché non se ne torna intanto a fare un po’ di nanna, mentre noi cerchiamo di tei...».
«Madama», la interruppe Barbee in tono di feroce sarcasmo, «non è questo il momento di farmi vedere la vostra tecnica di imbonimento dei pazzi furiosi. Forse sono pazzo e forse non lo sono, non lo so ancora, ma pazzo o sano, devo parlare subito a Glenn. Dove si trova?»
L’infermiera Hellar si rannicchiò su se stessa, come se si trovasse sul quadrato, davanti a un temibile avversario.
«E cerchi di non fare la furba», le consigliò Barbee guardandola con occhi sfavillanti. «Può darsi che lei sappia trattare a meraviglia i pazzi comuni, ma il mio caso è specialissimo, capisce?»
Gli parve di vederla assentire di malavoglia, e non poté fare a meno di aggiungere: «Chi sa come si metterà a correre, quando mi trasformerò in un sorcio enorme, tutto nero!».
La donna cominciò a indietreggiare lentamente, un poco pallida, ora.
«Voglio solo parlare a Glenn per cinque minuti, ma subito!», aggiunse con un urlo improvviso. «E se Glenn troverà da ridire, me lo metta in conto.»
«Temo che verrà una nota piuttosto salata», osservò l’infermiera, «se sono questi i suoi sistemi!»
Barbee la guardò sorridendo, e improvvisamente si buttò a terra a quattro gambe.
«Buono, buono!», ammonì la donna, nervosamente. «Ora le mostro il suo alloggio.»
«Brava la mia ragazza!» E si rialzò sulle due gambe.
L’infermiera Hellar si fece prudentemente da parte, e volle che la precedesse per il corridoio e giù per le scale... e Barbee ebbe la sgradevole sensazione che la donna credesse realmente alla possibilità che lui si trasformasse in un enorme topo nero. Dalla porta sul retro dell’edificio, l’infermiera gli indicò la palazzina di Glenn immersa nelle tenebre, e fu manifesto che la forte Hellar trasse un sospiro di sollievo, quando lui si avviò da solo verso la palazzina.
Delle luci si accesero al piano superiore ancor prima che Barbee giungesse davanti alla porta, segno che l’infermiera aveva telefonato prima. Il soave e altissimo psichiatra in persona venne ad aprire, avvolto in una lussuosa vestaglia di gusto piuttosto barbarico.
«Dunque, signor Barbee?»
«È successo un’altra volta!», annunciò il giornalista in tono tragico. «Ho fatto un altro di quei sogni, e so che non si tratta semplicemente di un sogno. Questa volta ero un serpente. E ho ammazzato... Nick Spivak!» Tacque un istante per riprender fiato. «Deve chiamare la polizia. Lo troveranno morto sotto una finestra aperta al nono piano della torre dell’Istituto... e l’assassino sono io!»
Barbee si asciugò la fronte madida, scrutando ansiosamente il volto del medico per scoprirne le reazioni. Lo psichiatra batté due o tre volte le pesanti palpebre sui sonnolenti occhi nocciola e si strinse nelle spalle sotto la vestaglia sontuosa. Sorrise appena, con simpatia, buttando indietro la bruna testa ricciuta, e in quel momento, ancora una volta, parve a Barbee di averlo già conosciuto, in epoche chi sa quanto remote.
«Come», fece Barbee, «non vuole? Non vuole telefonare alla polizia?»
Con molta calma, Glenn scosse il capo:
«No, non possiamo farlo».
«Ma Nick è morto, le dico! Era mio amico!»
«Non siamo precipitosi, signor Barbee!» E Glenn alzò le forti spalle mollemente. «Se non si trova nessun cadavere, avremo dato una seccatura alla polizia per niente. Se si dovesse trovare un cadavere, potremmo trovarci in difficoltà a spiegare come lo abbiamo saputo...» La sua faccia abbronzata s’illuminò d’un sorriso cordiale. «Io, vede, sono un materialista convinto... ma gli uomini della polizia sono materialisti brutali!»
Barbee batteva i denti:
«Crede che io... abbia assassinato realmente Nick Spivak?».
«No davvero», rispose la voce sedativa di Glenn. «La Hellar mi assicura che lei è stato profondamente addormentato fino a pochi minuti fa. E poi vedo un’altra possibilità molto interessante, che potrebbe spiegare il suo sogno.»
«Sì?» E Barbee trattenne il fiato. «Quale?»
Glenn batté ancora le palpebre insonnolite.
«Lei ha cercato recentemente di risolvere un mistero che circonda, nella vita reale, la condotta del suo vecchio amico Quain e dei suoi colleghi. Consciamente, non è riuscito a trovare una soluzione attendibile, ma l’inconscio, non dimentichiamolo, è spesso molto più astuto di quanto noi ordinariamente sospettiamo.»