Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
Si era appena fermato, quando vide i fari di un’altra macchina alle sue spalle. Non c’era altro da fare, si disse, che prendere la cieca in macchina e portarla da Sam Quain. Un gesto tanto leale avrebbe restituito a Rowena l’antica sua fiducia in lui e sopito gli irragionevoli sospetti di Sam. Ma la cieca aveva udito lo stridere dei freni della sua macchina, perché ora correva via pazzamente nel cono di luce bianca gettato dai fari dell’auto. Poi la poveretta inciampò nel rialzo di cemento ai margini della strada, cadde carponi e si rialzò traballando, mentre lui, sceso di macchina, le gridava:
«Rowena, aspettami!... Voglio aiutarti!». La donna parve sobbalzare, nel volgersi ad ascoltare. «Lascia che ti aiuti a salire sulla mia macchina, e ti porto da Sam Quain!»
Ma la cieca riconobbe la sua voce, aprì la bocca in un urlo di terrore infinito e si rimise a correre, finché non andò a urtare contro il parapetto di cemento; allora, tenendovi sopra la mano come su una guida, lo seguì e si allontanò sopra il ponte.
Come istupidito, Barbee rimase fermo un istante; i fari della macchina inseguitrice si stavano avvicinando. Aveva pochissimo tempo per prendere Rowena a bordo, se voleva che arrivasse sana e salva da Sam. Ingranò la marcia, spinse l’acceleratore... e l’antica ombra di sgomento scese su di lui come una cappa tenebrosa.
In quel momento aveva visto la lupa bianca.
Sapeva che non avrebbe potuto vederla, perché in quel momento non sognava, e le mani ossute e pelose che stringevano tremanti il volante erano mani umane.
La lupa balzò con languida eleganza dalle ombre oltre il margine della strada e venne a sedersi nel mezzo della pista di cemento. La luce dei fari traeva serici riflessi dal suo bianco mantello e rendeva fosforescenti gli straordinari occhi verdi. La luce doveva darle una gran noia, ma lui la vide sogghignare, la rosea lingua pendula da un lato.
Ancora una volta Barbee schiacciò freneticamente il pedale del freno, ma non fece a tempo a fermare la macchina appena avviata. Nemmeno il tempo di chiedersi se la lupa fosse reale o soltanto la folle immaginazione di un accesso di delirium tremens. S’era venuta a sedere troppo vicino alla macchina, e lui, automaticamente, sterzò per non schiacciarla.
Il parafango sinistro cozzò contro la barriera di cemento. Il volante parve affondarglisi nel petto, mentre la sua testa entrava in durissimo contatto col parabrezza. L’urlo dei freni, il fragore del metallo e dei cristalli che si spezzavano, tutto si dissolse in una muta tenebra.
Il colpo alla testa doveva averlo stordito, ma solo per pochi istanti, perché lui si riadagiò a un tratto contro lo schienale del sedile, le mani sul volante, mentre cercava di riempirsi d’aria i polmoni e si accorgeva che il suo mal di capo era tornato più violento che mai.
Tremando al freddo della notte, si strinse attorno al corpo rinsecchito la sottile vestaglia di cotone. La macchina s’era fermata diagonalmente attraverso il ponte. Il motore era spento, ma il fanale destro ardeva ancora.
Barbee fiutò nell’aria l’odore della benzina combusta e della gomma rovente.
«Ottimo lavoro, Will!», guai allegramente la lupa bianca. «Sebbene non mi aspettassi che questa fosse la tua forma più spaventosa!» E la vide puntargli addosso il fuoco verde dei suoi occhi da dietro una massa oscura, immobile, nel bianco fascio di luce del fanale rimasto. Non riuscì a distinguere la massa informe ai piedi della lupa, ma nulla si muoveva sul ponte e non si udivano più i passi atterriti della cieca. Un dubbio atroce gli attanagliò il cuore.
«Lavoro preciso!», sogghignò ancora la lupa. «Ho potuto sentire il circuito quando ti ho chiamato poco fa: una cieca in fuga sull’autostrada, vestita di nero nel buio della notte e troppo impaurita per sentire l’arrivo improvviso di un’automobile, rappresenta una quasi certa probabilità di morte. Noi l’abbiamo afferrata molto abilmente. E credo, in fondo, che la tua forma fosse per lei la più spaventosa che si possa immaginare. La sua collana si è spezzata e tutte le perline d’argento si sono perdute, quando l’hai urtata. Sarà ben difficile, ora, che possa dire a Sam Quain il nome del Figlio della Notte.»
La lupa bianca girò bruscamente il capo, rizzando le orecchie aguzze.
«Stanno arrivando, quegli sciocchi di Glennhaven... Corri, Barbee, lascia la morta dove si trova!»
«La morta!», ansimò Barbee. «Che cosa... che cosa mi hai fatto fare?»
«Il tuo dovere nella nostra lotta contro il genere umano! E contro i bastardi traditori, come questa vedova, che cercano di rivolgere i poteri del nostro sangue contro di noi! Tu hai dato prova di te stesso, Barbee... Ora so che sei completamente con noi... Ma corri! Non farti trovare qui!» E con un balzo lunghissimo si allontanò nelle tenebre.
Barbee rimase inerte, nella luce dell’automobile che si avvicinava. Poi scese e si avvicinò alla forma vestita di nero che giaceva immobile davanti all’occhio solitario della sua macchina. Singhiozzando di disperazione e di pietà raccolse il povero corpo tra le braccia: ma era troppo pesante per le sue forze esauste. E allora lo riadagiò per terra. Non c’era altro da fare.
«Scappa, Will!» La voce della lupa gli giunse dalle tenebre. «O ti accuseranno di averla uccisa. Raggiungimi a casa mia, al Trojan Arms; e insieme ci recheremo dal Figlio della Notte!»
Improvvisamente, il panico s’impadronì di lui. Semiaccecato dalle luci della macchina vicinissima, ormai, ritornò con un salto dietro il volante e premette il bottone della messa in moto. Il motore rombò obbediente, e allora lui cercò di fare marcia indietro, per staccarsi dal parapetto. Ma il volante non voleva girare. Si precipitò nuovamente fuori, nel bagliore bianchissimo del faro, e vide che il parafango s’era ripiegato contro la ruota.
Cercò con le deboli mani tremanti, di raddrizzare quel maledetto parafango; ma le mani gli scivolavano, il metallo era duro e tagliente. Alla fine, cedette.
L’altra macchina venne a fermarsi immediatamente contro la sua.
«Ma, signor Barbee!» La voce seccata che proveniva da dietro il fulgore accecante dell’altra macchina era quello del dottor Bunzel. «Vedo che ha avuto un piccolo incidente!»
Barbee, frugando disperatamente sotto il parafango, constatò finalmente che il pneumatico non lo toccava più. Senza rispondere, tornò in gran fretta sulla macchina, tremando di terrore e di emozione.
«Un momento, signor Barbee!» Udì un rumore di passi frettolosi sull’asfalto. «Lei ha diritto a essere trattato con la massima cortesia possibile finché rimane nostro ospite a Glennhaven, ma non dovrebbe ignorare che non può condursi come in un albergo, salvo permesso speciale del dottor Glenn. Temo che saremo costretti a...»
Barbee non si curò di ascoltare oltre. Tra un fracasso di ferraglia e di vetri triturati ingranò la marcia indietro, cozzò violentemente contro l’altra auto, sterzò, ripartì a tutto acceleratore, spinto da una paura mostruosa, frenetica. Udì per un istante la voce di prima che urlava:
«Barbee!... si fermi...».
I fari dell’altra macchina erano scomparsi, e lui, scansando per miracolo il corpo per terra e slittando per un istante su qualcosa di viscido, rombava ora a tutta velocità sul ponte.
L’altra macchina non poteva più inseguirlo. Calcolò che, costretto a tornare a piedi a Glennhaven, Bunzel non avrebbe potuto telefonare alla polizia prima di mezz’ora. Ma all’alba tutta la polizia di Clarendon si sarebbe lanciata alla ricerca di un pazzo furioso, che, affetto da mania omicida, correva le campagne in vestaglia rossa su una vecchia macchina chiusa macchiata di sangue.
La disperata solitudine di chi precipita negli abissi del cosmo s’impadronì di lui mentre guidava la sua traballante automobile nella notte. Solitudine, disperazione, orrore. Qual era la realtà? Quale la sua allucinazione? L’universo intorno a lui era divenuto improvvisamente incomprensibile. E nessuno a cui rivolgersi, a cui chiedere aiuto!