Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
La lupa bianca aveva digrignato i denti e si ritraeva ora dalla tappezzeria sfilacciata.
«Perché? Dov’è il pericolo che ci minaccia?», volle sapere Barbee.
«Là, in quel tessuto e nella storia che narra... e in tutti i miti delle guerre e delle alleanze fra dèi, uomini e giganti, che la maggior parte del genere umano crede siano soltanto fiabe e leggende. Mondrick aveva capito troppe cose e noi l’abbiamo lasciato vivere troppo.»
Fiutò ancora l’odore nauseabondo, d’una putredine dolciastra.
«Dobbiamo agire subito! Prima che questi due maledetti scoprano tutto quello che Mondrick e sua moglie sapevano, e trasformino questo luogo in un’altra trappola per noi!» Rizzò le lunghe orecchie ad ascoltare. «Vieni, Barbee... i tuoi ex amici sono dall’altra parte del corridoio.»
Attraversarono il corridoio immerso nelle tenebre, e il lungo serpente strisciò dinanzi a lei attraverso la parte inferiore di un uscio chiuso a chiave. Ma poi sussultò, levando la nera testa in allarme, alla vista di Sam Quain e Nick Spivak.
La lupa lo raggiunse, beffarda: «Siamo in tempo, credo. Questi sciocchi non devono avere scoperto l’identità del Figlio della Notte, e la cieca non deve essere riuscita a comunicare con loro, per avvertirli di circondarsi di argento. Ora potremo porre fine a questi mostri umani e salvare così il Figlio della Notte».
I due uomini chiusi nella cameretta non parvero molto mostruosi a Barbee. Nick Spivak scriveva, stancamente semisdraiato sulla scrivania. Alzò la testa quando Barbee lo guardò, con un soprassalto nervoso. Dietro le lenti spesse, i suoi occhi erano iniettati di sangue, febbrili, spiritati, e la faccia livida dalla stanchezza era coperta da una barba di qualche giorno.
Sam Quain dormiva su una branda lungo il muro. Era così sfinito che anche nel sonno la sua faccia era stirata e contratta per la stanchezza. Da sotto le coperte sporgeva il braccio robusto, a stringere una delle maniglie di cuoio della cassa, anche nel sonno.
La cassa era sempre chiusa col lucchetto. Barbee fece uno sforzo mentale, a tentoni, verso il suo contenuto, e sentì quel massiccio rivestimento d’argento all’interno del ferro e del legno della cassa: una barriera che gli fece scorrere un freddo brivido lungo le spire. Indietreggiò già in preda a un vago malessere, annebbiato dal fetore immondo che emanava la cassa. La lupa gli si accucciò vicino, spaventata e in preda al malessere.
Sempre alla scrivania, Spivak fissava coi suoi poveri occhi arrossati Barbee, ma non parve vedere né il serpente né la lupa. Rabbrividendo un poco, come di freddo, riprese infine il suo lavoro.
Barbee gli fluì vicino, sollevando la lunga testa piatta per guardare di sopra la sua spalla magra e curva. Vide le dita tremanti di Spivak girare distrattamente il frammento stranamente conformato di un osso ingiallito dal tempo. Vide poi l’uomo prendere un altro oggetto sulla scrivania, e uno sgradevole torpore irrigidì le sue spire.
Quell’oggetto era di gesso bianco. Sembrava il calco di una pietra a forma di cuore, profondamente incisa. Una parte dell’orlo ricurvo dell’originale doveva essere stato appiattito dall’usura; doveva essersi spezzato, vide Barbee, e un pezzetto ne mancava. Il fetore dolciastro che ne emanava come una nube era così potente che dovette ritrarre la testa nera di scatto.
«Dev’essere un calco della Pietra», spiegò la lupa, barcollando sulle zampe. «E la Pietra stessa deve trovarsi in quella cassa... col segreto che annientò la nostra specie inciso su di essa e protetto da quell’intollerabile emanazione. Non possiamo arrivare alla Pietra stanotte... ma penso che potremo impedire al tuo amico di leggere l’iscrizione.»
Barbee si eresse come una nera colonna arabescata per vedere meglio sulla scrivania: Nick Spivak aveva ricopiato tutte le iscrizioni dal disco di gesso strofinando una matita su morbida carta gialla. Ora cercava di decifrarle, indubbiamente, perché i bizzarri caratteri eano sparsi in file e colonne su varie pagine, frammisti ad appunti e quadri sinottici in caratteri comuni.
«Sei fortissimo questa notte, Barbee», anelò la lupa. «Posso vedere una sicura probabilità di morte per Spivak... un campo magnetico a cui tu puoi attingere...»
Digrignò improvvisamente le zanne. «Uccidilo! Uccidilo finché esiste il nesso!»
Rigidamente, penosamente, Barbee si costrinse a immergersi di nuovo nella nuvola di fetore letale che aleggiava intorno al calco di gesso. Spinse poi le spire ricoperte di scaglie verso l’uomo sfinito intento a scrivere, perché quell’uomo era un nemico del Figlio della Notte e tutto era cambiato, ormai. Nessuna cosa più, della sua vita diurna, era importante.
Importava solo la sua nuova potenza, l’atteso arrivo del Figlio della Notte e l’amore della lupa dagli occhi verdi.
Nervosamente, Nick Spivak, messi da parte i suoi appunti, studiava ora attraverso una lente il calco di gesso, come per cercare un errore fatto nel rilevare l’iscrizione. Crollò il capo, accese una sigaretta e la schiacciò subito nel portacenere. Infine si volse a guardare con la fronte aggrottata Sam Quain addormentato sulla branda.
«Gran Dio!», mormorò. «Sono isterico, questa notte!» Allontanò da sé il calco e si chinò nuovamente sulle carte. «Se potessi almeno identificare quel maledetto carattere!» Si mise a succhiare la matita, aggrottando la fronte. «I creatori del disco riuscirono ad annientare quei demoni, un tempo, e la loro scoperta può riuscirvi ancora!» Le sue spalle curve si eressero risolutamente. «Vediamo... se il carattere alfa rappresenta veramente l’unità...»
Fu tutto quello che disse. Perché il rettile aveva scagliato la testa sottile tra il volto dell’uomo e il piano della scrivania. Tre volte il lunghissimo corpo si avvolse attorno all’uomo, poi, stringendo le spire, si tese con tutta la sua forza verso il campo magnetico della probabilità favorevole.
Il volto affinato e smunto di Spivak si contrasse in un’espressione di orrore. Dietro le lenti, i suoi occhi sembravano prossimi a scoppiare. Aprì la bocca per urlare, ma un colpo secco infertogli dalla dura testa del rettile lo paralizzò alla gola. Il fiato gli usciva in un sibilo dal petto, che cedeva sotto la stretta terribile.
Con le mani ad artiglio cercò di puntellarsi al tavolo per alzarsi in piedi. Ma le spire si strinsero ancora di più e il torace dell’uomo s’incavò in modo impressionante. Le dita brancicanti, in un ultimo sforzo frenetico, afferrarono il disco di gesso e lo scagliarono debolmente contro le costole di Barbee. Il freddo urto del suo tocco e l’odore intollerabile annebbiarono il serpente, le cui spire palpitanti si rilassarono un poco.
Ma ormai il povero Nick era già morto. Il disco gli cadde dalle dita inerti e si spezzò sul pavimento. La lupa corse verso la finestra:
«Presto! Quain si sta svegliando.»
Barbee le corse accanto e si accinse a dissolvere la materia della finestra; ma la lupa scosse la testa sottile.
«No. Dobbiamo riuscire ad aprire la maniglia. Non ci sono persiane e Spivak era sonnambulo, quando si trovava in condizioni di estrema stanchezza. E questa notte sembrava sfinito. È questo il circuito magnetico delle probabilità che ho trovato per aiutarti a ucciderlo.»
Finalmente, dopo un lungo affaccendarsi con le zampe e le zanne, mentre il rettile cercava di aiutarla usando la dura testa come leva, la lupa riuscì a far girare la maniglia e ad aprire la finestra con uno schianto che fece sussultare Quain. Questi si mosse pesantemente sulla branda.