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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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— Stiamo andando a sud, in Egitto, per offrire i nostri servizi al Sommo Re di quella terra.

Lui mi fissò, poi si schiarì il catarro dalla gola e sputò sul terreno bruciato. — Questo per il Faraone. Alla mia gente ci sono volute quattro generazioni per sfuggire alla schiavitù dell’Egitto.

Io mi strinsi nelle spalle e risposi: — Noi siamo soldati professionisti. Abbiamo sentito che il re egiziano ha bisogno di soldati.

Quegli occhi sospettosi mi fissarono. — Non siete al servizio di nessuno, adesso?

— No. Il vecchio impero è crollato…

— Il Dio di Israele ha colpito gli Ittiti — mormorò, e stavolta sorrise davvero.

Io diedi uno sguardo a Lukka, ancora sul suo cavallo, in disparte, e fui felice di vedere che non capiva la lingua ebraica.

— Ed ora, Egli colpirà i perfidi adoratori di Baal, che si sono rinchiusi nella loro città. — Beniamino guardò dietro di me, gli uomini e i loro animali, i carri, Lukka in groppa al suo cavallo leggermente alle mie spalle, e infine ancora me. C’era una nuova luce nei suoi occhi. — Servirete il nostro Dio e il nostro popolo e ci aiuterete a prendere la città di Gerico, proprio come avete preso la città settentrionale di cui parli.

— Non stiamo cercando un’occupazione qui — dissi io. — Stiamo viaggiando verso l’Egitto.

— Servirete il Dio di Israele — insistette Beniamino. Poi, addolcendosi leggermente, disse: — Almeno venite a passare la notte nel nostro accampamento e a conoscere il nostro grande capo, Giosuè.

Io esitai, sentendo odor di trappola.

Il giovane sorrise timidamente. — Non mi perdonerebbe se vi permettessi di andarvene senza condurvi davanti a lui. Cadrei in disgrazia agli occhi di mio padre.

Era difficile discutere con lui.

— Inoltre — aggiunse, con il sorriso che si illuminava un po’ — sarà impossibile per voi andare ancora a sud senza imbattervi in altri gruppi della nostra gente. Siamo una vera moltitudine.

Mi inchinai all’inevitabile e accettai la sua offerta di ospitalità più gentilmente che potei.

Gli Israeliti erano davvero una moltitudine: centinaia di famiglie accampate in una vasta pianura tra il fiume che chiamavano Giordano e le nude montagne consumate, marrone bruciato. Le loro tende punteggiavano la terra verde e le loro greggi sollevavano nubi di polvere, mentre venivano condotte dal pascolo ai rozzi steccati degli ovili notturni.

Con il sole che calava tingendo di rosso il cielo e il vento caldo che cominciava a soffiare da quelle montagne riarse; l’odore delle greggi era quasi insopportabile. Nessuno sembrava notarlo tranne noi, nuovi arrivati. Le famiglie si stavano riunendo davanti a ciascuna tenda e cominciavano ad accendere i fuochi della sera, chiacchierando nella loro lingua gutturale; c’erano bambini che correvano, ragazzi che gridavano l’uno contro l’altro giocando con spade e scudi di legno, ragazze che ridevano con voci dal timbro acuto.

Ma quello che attirò il mio sguardo, e quello di Lukka, fu la città circondata da mura in cima a una bassa collina al centro della pianura. Dominava la regione, proprio come Troia aveva dominato la pianura di Ilio.

— Quella è Gerico — dissi a Lukka.

— È nota come la città più antica del mondo — disse lui.

— Davvero? Certo, le mura sembrano alte e grosse.

— Più forti di quelle di Troia.

— Vogliono che li aiutiamo a conquistarla.

Lui fece un borbottio e tossì.

— Si può fare?

Lukka si grattò la barba. — Mio signore Orion, qualunque città può essere espugnata. È solo questione di tempo e di quante vite si è disposti a perdere.

Mettemmo il campo il più lontano possibile dai recinti degli animali. Mentre gli uomini montavano le tende, io feci uscire Elena dal carro coperto. Non aveva più senso cercare di tenerla nascosta, lì.

— Gli uomini vorranno unirsi alle donne — mi disse Lukka.

Io annuii, ma lo avvisai: — Di’ loro di stare attenti e di controllare le loro maniere. Dubito che queste donne siano del tipo che prende in simpatia gli stranieri.

Lui fece un sorrisino. — Sembrano tutte ben protette dai maschi della famiglia — fu d’accordo. — Però… non c’è niente di male ad essere amichevoli.

— Assicurati soltanto che non siano tanto amichevoli da farsi tagliare la gola.

Beniamino tornò da noi mentre il sole sprofondava dietro le montagne e lunghe ombre violacee si disegnavano sulla pianura.

— Giosuè ti invita a cenare con lui. — Sembrava eccitato e compiaciuto.

In quel momento Elena uscì dalla mia tenda; si era appena lavata con l’acqua portata dal lontano fiume, indossava una veste pieghettata color cremisi e una collana e un bracciale d’oro erano i suoi soli gioielli.

Beniamino rimase a bocca aperta davanti a lei.

— Questa è Elena, principessa della perduta città di Troia — dissi, decidendo di non menzionare il fatto che era, tra l’altro, Regina di Sparta. — Mi accompagnerà a cena.

Ci vollero diversi secondi prima che il giovane riuscisse a chiudere la bocca e a distogliere gli occhi da Elena. Infine, si voltò verso di me e disse: — Tra noi, le donne non mangiano con gli uomini.

— In questo caso, il tuo capo dovrà fare un’eccezione.

Beniamino annuì silenziosamente e si precipitò ad informare Giosuè della nuova svolta degli eventi.

Elena mi si avvicinò. — Io posso restare qui, Orion. Non è saggio creare problemi a causa mia.

Io non ero d’accordo. — Ormai è necessario che tu venga con me. Voglio che questo Giosuè, chiunque sia, si renda conto che non può darmi ordini come se fossi un suo servo.

— Ah, capisco — disse lei. Poi, con un sorriso: — E io credo che non potresti sopportare l’idea di mangiare senza avermi al tuo fianco.

Le sorrisi anch’io. — Anche per questo.

Beniamino tornò con una guardia d’onore, sei uomini dagli indumenti puliti, armati solo di una corta spada in un fodero sul fianco, che ci scortarono sino a una tenda larga e bassa di pelli di capra. Dovetti inchinarmi per passare sotto il lembo d’entrata.

All’interno, la tenda era spaziosa. Tappeti consumati coprivano il pavimento. Su un tavolo basso c’erano scodelle di carne fumanti e piatti di olive, cipolle e verdure che non riuscii a identificare. Una dozzina di vecchi sedeva intorno a un tavolo, su cuscini brillantemente decorati. Al centro stava un uomo più giovane, con i lunghi capelli e la barba ancora scuri, gli occhi accesi di un fuoco interiore.

Furono quegli occhi che mi fecero formicolare i nervi come un campanello d’allarme. Ardevano di uno zelo che non conosceva barriere, come di chi è così sicuro di star facendo la cosa giusta, da non dubitare mai, nemmeno per un attimo, di nessuna delle proprie azioni. Era un uomo fra i trenta e i quarant’anni, sottile come una spada e altrettanto dritto anche sotto il peso del fardello che comportava guidare il suo popolo alla conquista di una terra da eleggere a patria. Beniamino fece le presentazioni. Nessuno degli Israeliti si alzò, ma Giosuè ci invitò a sederci nei posti vuoti attorno al tavolo, dopo che fummo debitamente presentati a tutti. Io sedetti proprio di fronte a Giosuè, Elena alla mia sinistra, Beniamino a destra. Gli uomini ignorarono Elena così completamente che mi resi conto che la sua presenza li disturbava assai.

Non c’era vino a tavola, solo un leggero latte di capra fermentato così acido da farmi preferire l’acqua. Il cibo era abbondante, però. Per essere una tribù nomade in marcia attraverso terre ostili, ne avevano moltissimo. Almeno l’avevano i capi.

Giosuè rimase in silenzio durante il pasto, ma mi osservava attentamente, e i suoi occhi non mi lasciarono mai. I vecchi mi fecero centinaia di domande su chi ero, da dove venivo, se i miei uomini erano davvero soldati ittiti, se il Dio di Israele aveva realmente distrutto l’impero ittita. Io risposi più sinceramente che potei, e mentre terminavamo il pranzo con datteri e melone, mi complimentai per il cibo con Giosuè.

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