Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
Qualcuno gli aveva tolto le scarpe e gettato addosso una coperta. L’aria gli sembrava viziata e gli doleva un poco il capo. Aveva un gran bisogno d’un sorso di qualcosa di forte. Forse, era possibile far entrare di contrabbando una bottiglia di liquore. Anche se era per colpa del whisky che si trovava là dentro, un sorso doveva berlo. Alla fine decise, pur senza troppe speranze, di tentare con l’infermiera Etting. Levatosi a sedere sul letto, premette il bottone che pendeva da un filo elettrico a capo del letto.
Muscolosa e abbronzata, l’infermiera Etting aveva una faccia da fumetti umoristici, con denti sporgenti e capelli color topo su cui erano evidenti le tracce di cure infinite e inutili. Sì, gli disse con voce nasale e precisa, gli erano consentiti un bicchierino prima di pranzo e non più di due dopo. Gli portò una dose generosa di eccellente bourbon e un bicchiere di soda.
«Grazie!» Stupito di aver ottenuto da bere, Barbee era ancora vagamente risentito della noncurante sicumera di Glenn e del suo corpo sanitario. «Alla salute dei serpenti!»
Bevve il liquore d’un fiato. Senza battere ciglio, l’infermiera se ne andò col bicchiere vuoto rotolando sulle gambe robuste. Barbee rimase disteso sul letto supino, le mani incrociate sotto la nuca, ripensando a tutto quello che Glenn gli aveva detto. Forse quell’irriducibile materialista aveva ragione. Forse il Lupo Mannaro e la tigre non erano state che allucinazioni...
Ma non poteva dimenticare la vivida realtà delle sensazioni provate nei suoi terribili sogni. Nonostante tutti gli argomenti convincentissimi di Glenn, non aveva mai provato nulla di così reale e tangibile nella vita come ciò che aveva sentito e fatto in sogno.
L’abbondante dose di whisky gli aveva di nuovo disteso i nervi, e si sentì riprendere dalla sonnolenza. Cominciò a pensare che sarebbe stato facilissimo per un serpente scivolare attraverso l’intelaiatura e la graticciata della finestra, appena la luce del giorno se ne fosse andata. Quando si fosse coricato, quella sera, si ripromise, avrebbe cercato di tramutarsi in un gigantesco, bonario serpente e si sarebbe recato ancora da April Bell. Se poi avesse trovato il Presidente con lei... bene, un boa constrictor lungo dieci metri poteva ben sistemare un ometto grasso come Preston.
Un rumore lo svegliò di soprassalto dal dormiveglia in cui stava scivolando, e d’un balzo si levò dal letto. Di quel genere di fantasticherie doveva farne a meno, e lui era a Glennhaven proprio per imparare a guarirne. Le tempie gli pulsavano ancora e la nuca era trafitta dalle solite punture, ma ormai fin dopo il pranzo non c’era più niente da bere. Si lavò la faccia con acqua molto fredda e decise di scendere a pianterreno.
Glennhaven non aveva nulla della cupa tetraggine e della sottintesa violenza che normalmente si attribuiscono agli ospedali psichiatrici. Faceva pensare piuttosto a una tenue terra sognata, dove anime timide e stanche si ritiravano sempre più dalla realtà del mondo esterno e anche da un’altra realtà di quello interiore.
Nella sala di musica, quando Barbee si mise ad ascoltare il giornale radio che parlava di un incidente automobilistico, una ragazza esile, graziosa, lasciò cadere la calza che stava rammendando e corse via, scossa dai singhiozzi. Barbee si mise a giocare a dama con un ometto dalla faccia rosea e la barba bianca, che riusciva a rovesciare con un soprassalto la scacchiera ogni volta che Barbee gli soffiava una pedina, e poi si profondeva in scuse.
A tavola, il dottor Dilthey e il dottor Dorn fecero un tentativo penoso e tutt’altro che fortunato di condurre una conversazione leggera e briosa. Barbee fu lieto di vedere le ombre del crepuscolo autunnale addensarsi fuori delle finestre. Tornò subito in camera sua, suonò per l’infermiera e ordinò i suoi due whisky in una volta sola.
La signorina Etting era fuori servizio e una brunetta zitella e penosamente vivace, di nome Jedwick, gli portò le sue due misure di bourbon e un voluminoso romanzo storico d’aspetto vetusto che Barbee non aveva chiesto. La ragazza si diede poi un gran da fare per la stanza, preparando il pigiama sul letto, pantofole dalla suola di feltro sul tappetino, una vestaglia rossa sulla spalliera della sedia, spianando il letto e palesemente mostrandosi gaia e serena. Ma Barbee trasse un profondo sospiro di sollievo quando finalmente lo lasciò solo.
La doppia dose di liquore lo riempì di una profonda sonnolenza, sebbene il suo orologio segnasse soltanto le otto e lui avesse dormito quasi tutto il giorno. Cominciò a spogliarsi e si interruppe per tendere l’occhio, in preda a un vago malessere. Lontanissimo, chi sa dove, aveva udito un ululato fievole, bizzarro.
I cani delle case coloniche intorno a Glennhaven cominciarono ad abbaiare furiosamente, ma Barbee sapeva che non era stato un cane a ululare. Corse alla finestra, tendendo ancora l’orecchio, e percepì un altro tremulo ululato soprannaturale.
Era la lupa bianca. Che lo attendeva, là, presso il fiume.
Barbee tornò presso il gran letto invitante, e una tremenda paura lo colse. Secondo la logica razionale, scientifica di Glenn, lui doveva accarezzare nel suo subcosciente un odio geloso per Quain e Spivak. Nella logica pazzesca dei suoi sogni, April Bell era ancora decisa a ucciderli, a causa dell’arma ignota ch’essi custodivano nella cassa verde.
Lo atterrì il pensiero di ciò che il terribile serpente avrebbe potuto commettere.
Indugiò il più a lungo possibile, prima di coricarsi. Si pulì i denti con uno spazzolino nuovo fino a farsi sanguinare le gengive. Fece la doccia e con gran cura si tagliò le unghie delle estremità, indossando alla fine un enorme pigiama bianco. Avvolto nella rossa vestaglia che portava ricamato sulla schiena Glennhaven,sedette in una poltrona per un’ora cercando di leggere il romanzo storico.
E intanto la lupa ululava.
Lo stava chiamando, ma lui aveva paura di andare. Si mise a passeggiare nervosamente per la stanza, e un altro suono, ancora più debole dell’ululato, lo fermò di colpo. Era l’urlo di una donna, soffocato, ma non lontano, monotono e terrificante, l’urlo di una donna in preda al terrore e alla disperazione: era la voce di Rowena Mondrick.
Richiuse in fretta la finestra e se ne andò a letto col libro, cercando di sprofondarsi nella lettura, di non udire più nulla, né la voce di Rowena, né il richiamo della lupa bianca, scacciando il sonno che gravava su di lui, sempre più torpido. Ma le parole si confondevano sotto i suoi occhi e il mondo fantasmagorico che lo attendeva lo attirava, con le sue immense possibilità, rispetto alla tetraggine e allo squallore di quello in cui viveva... A un tratto cedette: spense la luce, per abbandonarsi alla sua nuova realtà. Il libro gli cadde di mano...
Ma lui non aveva più mani. Scivolò via dalla forma penosa e vuota che giaceva abbandonata, respirando appena, sul gran letto bianco. Lasciò che il suo lunghissimo corpo fluisse sopra il tappeto, e sollevò la testa piatta e triangolare verso la finestra.
Cadde sul prato sottostante, in un viluppo di spire possenti, e corse strisciando e ondulando, rapidissimo, verso gli alberi che nereggiavano presso il fiume.
La lupa bianca gli venne incontro trotterellando fuori da un folto di salici, coi lunghi occhi obliqui fosforescenti d’una luce verde. Il rettile saettò la nera lingua sottile a sfiorarle il muso fresco e umido, e le scaglie lucenti del suo corpo compatto ondularono di voluttà all’estasi di quel bacio mostruoso.
«Era per i troppi dacquari, dunque», sibilò, «che mi facesti credere la tua favola sulla stregoneria?»
La lupa rise, con la rosea lingua penzolante da una parte delle fauci.
«Non tormentarmi più», pregò lui. «Sai che mi stai facendo lentamente impazzire?»
Lei gli lambì il muso piatto affettuosamente.