Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
«Sei sbigottito, lo so... i primi risvegli sono sempre molto penosi, fino a quando non hai imparato bene.»
«Fuggiamo via di qua», propose lui, mentre un brivido passava ondulando sulle sue scaglie. «Rowena Mondrick sta urlando, là, nella sua stanza. Non posso sopportare quella voce. Voglio scappare via da lei e da tutta questa incertezza...»
«Stanotte abbiamo un altro lavoro da fare, Will. Tre dei nostri più pericolosi nemici sono ancora in vita... Quain, Spivak e la cieca. La cieca l’abbiamo ridotta dove non può fare nulla di più pericoloso che urlare, ma Spivak e Quain sono ancora all’opera, e stanno imparando, si preparano a usare l’arma nascosta nella cassa.»
Barbee avrebbe voluto protestare, ma cedette subito alla volontà di April. Nello splendido ridestarsi dall’incubo orrendo della sua vita quotidiana, tutti i valori si tramutavano, capovolgendosi. Avvolse nelle due ultime spire del suo corpo la forma sottile della lupa, fin quasi a soffocarla.
«Tu vuoi la morte di tutti i miei ex amici», sibilò. «Ma se un giorno un dinosauro ti sorprenderà tra le braccia di Prestron Troy, non venirmi a piangere poi la sua sorte.»
Allentò la stretta delle sue spire, e la lupa si scrollò il bianco mantello con disdegno.
«Non osare toccarmi, rettile!»
Si tese ancora verso di lei:
«Dimmi, che cosa rappresenta Preston per te?».
D’un balzo, lei si sottrasse alle terribili spire.
«Perché vuoi saperlo?» E le candide zanne della lupa si scoprirono come in un sogghigno. «Andiamo ora. Cose più importanti ci attendono.»
Le ondulazioni del suo lunghissimo corpo spinsero Barbee in avanti accanto a lei, in fremiti fluenti di forza. La frizione delle scaglie lucenti sulle foglie cadute sollevava dal suolo un sommesso brusio. Il serpente procedeva agevolmente al fianco della lupa, la testa triangolare sollevata all’altezza di quella di lei.
Il mondo notturno era stranamente diverso ora per lui. Il suo fiuto non era più così sottile come era stato quand’era lupo, né la sua vista così acuta come da tigre. Poteva udire il dolce mormorio del fiume, tuttavia, e il fruscio dei roditori nei campi e tutti gli impercettibili suoni degli animali e degli uomini addormentati nelle fattorie presso le quali passavano.
Clarendon, a misura che vi si avvicinavano, divenne una terrificante cacofonia di motori, di freni stridenti, di clacson, di radio a tutto volume, di abbaiar di cani e di voci umane.
La luce splendeva al nono piano della torre grigiastra dove Quain e Spivak combattevano la loro guerra segreta contro il Figlio della Notte; e un fetore indistinto ma percettibilissimo aleggiava nell’aria.
La porta sbarrata si dissolse davanti alla coppia mostruosa e in breve furono nel vestibolo fortemente — e, per loro, penosamente — illuminato. Il fetore era molto più intenso là dentro, ma Barbee sperò che il rettile potesse resistervi meglio di quanto non avesse fatto il lupo.
Due uomini dagli occhi duri e penetranti, troppo anziani per i maglioni universitari che indossavano, sedevano giocando a carte al banco delle informazioni presso gli ascensori. Mentre la lupa e il gran rettile passavano silenziosi, uno dei due uomini di guardia sbatté nervosamente sul tavolo le carte spiegazzate che aveva in mano e si tastò la grossa pistola d’ordinanza che aveva sull’anca sotto la giubba.
«Abbi pazienza, Jug, ma non riesco a distinguere i fiori dalle picche, stasera...» La sua voce si abbassò, roca. «Di’ quello che vuoi, ma questo servizio all’Istituto mi sta rovinando il sistema nervoso. Sembrava buono, in principio... venti dollari al giorno solo per non far entrare nessuno... ma non mi piace più come prima!»
L’altro raccolse il mazzo di carte.
«Perché, Charlie?»
«Ma non senti?» E l’omaccione tese l’orecchio. «Tutti i cani di Clarendon si sono messi a ululare, e io non posso fare a meno di chiedermi che diavolo stia succedendo. Questi professori dell’Istituto hanno paura di qualche cosa, ed è strano, a pensarci, il modo in cui se ne sono andati il vecchio Mondrick e Chittum. Quain e Spivak hanno l’aria di chi sa di essere il prossimo della lista. Non so che cosa abbiano in quella cassa misteriosa, ma non vorrei metterci sopra gli occhi per quaranta milioni!»
Jug affondò lo sguardo nelle ombre lontane del corridoio, oltre la lupa e il serpente che scivolavano entro l’edificio, e lui pure, inconsciamente, si toccò la grossa pistola al fianco.
«Venti dollari al giorno son venti dollari al giorno, Charlie, e tu ti stai suggestionando... Ma vorrei saperne anch’io qualche cosa di più. Non che io creda alle stupidaggini, che dicono le donnette, di qualche maledizione dissotterrata in quelle vecchie tombe in Mongolia, no, ma qualcosa devono avere trovato!»
«Io non lo so e non lo voglio sapere!», disse Charlie. «Su, dai le carte. Meno ci pensiamo, a questa faccenda, e meglio è!»
Sebbene i due uomini volgessero spesso, senza volerlo, ma con strana insistenza, gli occhi verso le ombre in fondo al vestibolo, non videro la lupa e il serpente sostare davanti alla porta, chiusa a chiave, delle scale, fino a quando una parte di questa si dissolse per lasciarli passare; e continuarono, annoiati e impazienti insieme, la loro partita.
Il serpente seguì la lupa per otto piani di scale immerse nelle tenebre. Il terribile sentore, dolciastro, ributtante e putrido, s’era fatto più denso a mano a mano che la coppia saliva, tanto che a un certo punto la lupa dovette fermarsi, come davanti a una barriera atroce.
L’immane rettile proseguì la sua rapida marcia ondulante. Un’altra porta, davanti a Barbee, divenne un denso rettangolo di nebbia, e la testa triangolare del serpente si volse a chiamare la lupa, riluttante a seguirlo nel fetore delle camere del nono piano.
Una di quelle camere era stata attrezzata con banchi metallici, strumenti, provette e tutto l’occorrente per le più disparate analisi chimiche. Le esalazioni brucianti dei reagenti erano sommerse dal fetore mortale che emanava da un pizzico di polvere grigia, messa ad asciugare su un filtro di carta. Quella stanza era silenziosa, a eccezione del gocciolio lento di un rubinetto, ma tanto la lupa quanto il serpente arretrarono davanti al tanfo.
«Vedi?», Barbee sentì che April gli diceva, «i tuoi ex amici stanno tentando di analizzare quell’antico veleno nella speranza di annientarci.»
La camera attigua era un museo di scheletri articolati, appesi candidi a sostegni metallici. Barbee si guardò intorno a disagio coi suoi neri occhi di rettile. Riconobbe le ossa abilmente riconnesse dell’uomo moderno e delle moderne scimmie antropomorfe e le bianche ricostruzioni di tipi scimmieschi di ominidi quali l’uomo chelleano, quello musteriano e il prechelleano. Altri reperti lo lasciarono perplesso; le ossa ricostituite erano troppo sottili, i denti nel sogghigno del teschio troppo aguzzi, i teschi stessi troppo lisci e allungati.
Evidentemente Quain e Spivak prendevano misure e calcolavano rapporti, alla ricerca di elementi che permettessero loro di colpire il nemico.
L’altra camera ancora era immersa nelle tenebre e nel silenzio. Grandi mappe a colori illustravano i continenti moderni e quelli del passato; i margini dei ghiacciai delle epoche glaciali erano tracciati come linee di un campo di battaglia. Entro vetrine di cristallo, si vedevano i quaderni di appunti e i diari di Mondrick.
La lupa a un tratto emise un lieve ringhio e Barbee si accorse che i suoi occhi verdastri fissavano un largo frammento di arazzo medievale, chiuso in una cornice di vetro e appeso sopra la scrivania, come se si trattasse di un tesoro speciale.
Il disegno sbiadito mostrava un gigantesco lupo grigio che spezzava tre catene che lo imprigionavano, per balzare su di un vecchio barbuto con un solo occhio.
Studiando meglio l’antico tessuto, Barbee nel lupo riconobbe Fenris, demone della mitologia scandinava. Il vecchio Mondrick aveva una volta analizzato il mito antichissimo, paragonando la demonologia vichinga a quella greca. Generato dal malefico Loki e da una gigantessa, il lupo gigante Fenris aveva continuato a crescere fino a quanto gli dèi impauriti lo avevano incatenato. Fenris aveva spezzato due catene, ma la terza aveva magicamente resistito fino al terribile giorno di Ragnaròk, quand’era riuscito a liberarsi per aggredire Odino, signore degli dèi, rappresentato come un gran vecchio con un occhio solo.