Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]
- Автор: Уильямсон Джек
- Год: 1952
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Tom Arno
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il figlio della notte [Darker Than You Think - it]». Краткое содержание книги:
Ma Barbee crollò il capo.
«Non so... ma quei sogni sono stati d’una realtà impressionante.» E quasi con furore soggiunse: «Dottore, lei è maledettamente abile, ma in questo caso non si tratta di semplici allucinazioni create dal subcosciente. Sam e Nick stanno montando la guardia a qualcosa che ignoro, chiuso in quella cassa. Stanno ancora combattendo una battaglia accanita contro... non so che cosa. Sono amici miei, dottore». Parve sul punto di scoppiare in pianto. «Voglio aiutarli, non essere lo strumento dei loro nemici.»
Glenn annuì, soddisfattissimo.
«La sua stessa veemenza tende a confermare l’attendibilità della mia interpretazione, sebbene debba pregarla di non dare troppo peso ai miei commenti improvvisati in questa seduta, che è soltanto esplorativa.» Piegò il corpo da una parte per lanciare un’occhiata all’orologio. «Questo è tutto il tempo che possiamo concederci per oggi. Se desidera restare a Glennhaven, possiamo rivederci domani. Penso che farebbe bene a prendersi un paio di giorni di riposo, prima di cominciare in modo organico i nostri rapporti clinici.»
Fece per alzarsi e avviarsi verso la porta, ma Barbee non si mosse dalla sua poltrona.
«Resto, dottore». La sua voce tremava come d’impazienza. «Ma c’è un’altra domanda che devo farle subito.» Scrutò il volto sereno e abbronzato di Glenn. «April Bell mi ha detto di averla consultata una volta. È forse dotata di poteri... soprannaturali?»
L’alta figura del medico si alzò lentamente dalla poltrona.
«Il segreto professionale m’impedisce di parlare dei miei pazienti», disse. «Ma se una risposta di carattere generico può darle qualche sollievo, le dirò che aiutai mio padre ad analizzare migliaia di casi di cosiddetti fenomeni metapsichici di ogni genere, e devo ancora trovare un caso in cui le ordinarie leggi della natura vengano meno.»
Si volse fermamente verso la porta, ma Barbee rimase ancora seduto.
«Il solo contributo scientifico realmente valido ai fenomeni metapsichici e di criptestesia è stato dato dagli studi fatti alla Duke University», aggiunse Glenn. «Alcuni dei risultati pubblicati tendenti a dimostrare la realtà della metapsichica e il controllo mentale delle probabilità sono abbastanza convincenti... ma temo che il desiderio di dimostrare l’esistenza di un mondo soprannaturale abbia accecato i ricercatori, fino a far loro commettere qualche grave menda nei loro metodi sperimentali o statistici.» Scosse il capo, con enfasi rattenuta. «L’universo è per me rigorosamente meccanicistico. Ogni fenomeno che vi si verifica, dalla nascita delle stelle alla tendenza degli uomini a vivere nel timore di forze soprannaturali, era già implicito nel super-atomo primitivo dalla cui esplosiva energia cosmica l’universo trasse appunto origine. Gli sforzi che alcuni eminenti scienziati vanno facendo per trovare giustificazione a una libera volontà umana e a una funzione creativa soprannaturale, che ovviino all’errore rappresentato, nella descrizione meccanicistica, dal principio di indeterminazione di Heisenberg, questi futili sforzi sono così patetici per me come il tentativo pagliaccesco di uno stregone di far piovere, spruzzando il terreno con un po’ d’acqua. Tutto il cosiddetto soprannaturale, signor Barbee, è pura illusione, basata su emozioni male incanalate, osservazioni poco precise e pensieri irrazionali.» La calma faccia abbronzata sorrise, rincuorante. «Questo la fa sentire meglio?»
«Sì, dottore.» Barbee gli prese la mano forte e nervosa, e provò ancora quello strano senso di agnizione, come se avesse ritrovato un forte vincolo dimenticato che li legasse l’uno all’altro. Glenn, pensò, sarebbe stato un alleato potentissimo.
«Grazie», gli disse. «È esattamente quello che avevo bisogno di sentirmi dire!»
14.
Nella piccola anticamera c’era l’infermiera Graulitz che lo stava aspettando. Cedendo completamente alla sua volontà sperimentata, Barbee telefonò all’ufficio di Troy, al quale espresse la sua necessità di passare qualche giorno a Glennhaven per una visita di controllo al suo sistema nervoso.
«Ma certo, Barbee!» La voce aspra di Troy suonava calda e cordiale nel microfono. «Lei si è prodigato troppo in questi ultimi tempi... e so che il povero Chittum era suo amico. Penserà Grady a sostituirla al giornale. Io ho una grande fiducia in Archer Glenn. Se ci sono difficoltà di carattere economico per le sue cure, non si preoccupi: dica a Glenn di telefonarmi; e non pensi al lavoro.»
Balbettando i suoi ringraziamenti, il giornalista pensò che Troy dopo tutto non era poi tanto cattivo. Forse, era stato un po’ troppo severo nel giudicarlo per la campagna Walraven e anche per le prove... «indirette» trovate nell’appartamento di April Bell.
Cedendo ancora alla volontà della formidabile signorina Graulitz, Barbee si convinse di non aver bisogno di tornare fino a Clarendon per il suo spazzolino da denti e un pigiama, e nemmeno di andare al funerale di Rex Chittum. Docilmente, seguì l’infermiera lungo un passaggio coperto dall’edificio centrale a una dipendenza dal tetto di mattoni rossi. La donna lo pilotò attraverso la biblioteca, la sala di musica, la sala da gioco, la sala di soggiorno e la sala da pranzo. Lo presentò casualmente a parecchie persone, lasciandolo incerto su quali fossero i pazienti e quali facessero parte del personale della clinica. Barbee continuava a guardarsi intorno in cerca di Rowena Mondrick, e alla fine si decise a chiedere di lei.
«È nel reparto agitati», rispose il vocione dell’infermiera. «L’edificio attiguo, attorno al quadrilatero. Ho sentito che oggi è peggiorata... qualcosa l’ha sconvolta mentre era fuori per la passeggiata. Non può ricevere visite, e lei dovrà fare a meno di vederla finché non sia migliorata.»
La virago lo lasciò finalmente in quella che doveva essere la sua camera, al primo piano della dipendenza, con l’ingiunzione di suonare per l’infermiera Etting, qualora avesse avuto bisogno di qualche cosa. La camera era piccola, ma comoda, con un piccolo bagno annesso. Non gli fu data chiave della porta.
Le finestre, notò il giornalista, erano di vetro rinforzato con filo di acciaio e munite di una specie di traliccio metallico, così che solo un serpente avrebbe potuto passarvi. Figurarsi! tanto non c’era argento!... si disse. E subito poi pensò: «Dunque, siamo già alla pazzia!».
Si lavò la faccia e le mani sudaticce nel minuscolo camerino da bagno, osservando come tutto fosse studiato e costruito in modo da non avere né spigoli acuti né appigli per nodi scorsoi. Infine sedette stancamente sulla sponda del letto e si sciolse i lacci delle scarpe.
La pazzia? Eppure non gli sembrava di essere pazzo, rifletté; ma del resto, qual era il pazzo che sapeva di esserlo? Si sentiva solo, confuso e stordito per quella lunga lotta per dominare e comprendere situazioni superiori alle sue forze. Era bello potersi riposare per un po’.
Barbee aveva meditato più volte sulla follia, spesso con una specie di cupo terrore... perché suo padre, che ricordava appena, era morto in uno degli squallidi edifici di un manicomio statale. Aveva vagamente immaginato che la perdita della ragione dovesse essere qualcosa di strano ed emozionante, accompagnato da un ininterrotto contrasto di orribili depressioni e accessi di straordinaria euforia. Ma forse non era che qualcosa come quello che lui provava ora, un ritirarsi apatico, sbigottito da problemi divenuti troppo ardui.
Doveva essersi addormentato nel bel mezzo di queste cupe riflessioni; si accorse vagamente di qualcuno che cercava di scuoterlo per la colazione dell’una, ma fu solo dopo le quattro — al suo orologio — che si svegliò.