Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Basta così.» Tyrion lo interruppe con un gesto. «Quella di ser Balon era una battuta. Non m’interessano i pettegolezzi conviviali proditori, Varys.»
«Mio signore, sei tanto saggio quanto tollerante.» La pergamena tornò a svanire nella manica dell’eunuco. «Ora, con tua licenza, ti lascio. Abbiamo entrambi molto da fare.»
Una volta che l’eunuco si fu dileguato, Tyrion si trattenne là a lungo, osservando il consumarsi delle candele e domandandosi come sua sorella avrebbe preso la notizia della rimozione di Janos Slynt. Non bene, se la conosceva quanto bastava. Ma al di là d’inviare un’irata protesta a lord Tywin a Harrenhal, c’era ben poco che Cersei potesse fare in merito. Perché il Folletto ora aveva dalla sua la Guardia cittadina, più oltre cento barbari delle montagne, a cui andavano ad aggiungersi i mercenari che Bronn stava reclutando. Si sentiva ben protetto.
“Senza dubbio anche Eddard Stark si sentiva ben protetto.”
La Fortezza Rossa era immersa nelle tenebre e nel silenzio quando Tyrion lasciò la sala piccola. Bronn lo stava aspettando nel solarium della Torre del Primo Cavaliere.
«Slynt?» domandò il mercenario.
«Lord Janos sarà in viaggio per la Barriera con la marea del mattino. Varys ha cercato di farmi credere di aver rimpiazzato uno degli uomini di Joffrey con uno dei miei. Sarebbe più corretto dire che ho rimpiazzato un uomo di Ditocorto con uno di Varys. Ma per adesso, va bene così.»
«Meglio che tu lo sappia, Tyrion, Timett ha ucciso un uomo…»
«Varys me l’ha detto.»
Bronn non parve sorpreso da questo: «L’imbecille ha creduto che un uomo con un occhio solo sarebbe stato più semplice da fregare. Timett gli ha prima inchiodato il polso al tavolo con la daga, poi gli ha strappato via metà della gola a mani nude. Riesce a fare questo trucchetto contraendo le dita e…».
«Risparmiami i particolari macabri» lo interruppe Tyrion. «Già m’è rimasta la cena sullo stomaco. Come sta andando con il reclutamento?»
«Piuttosto bene. Tre nuovi uomini questa notte.»
«Come fai a decidere quali assoldare?»
«Gli do una bella occhiata, faccio delle domande, in modo da capire dove hanno combattuto e quanto bene mentono.» Bronn sorrise. «Quindi do loro la possibilità di uccidermi, facendo lo stesso con loro.»
«E ne hai ucciso qualcuno?»
«Nessuno che ci sarebbe servito.»
«Ma se uno di loro ti uccide?»
«Allora sarà lui che dovrai assoldare.»
Tyrion era leggermente ubriaco e molto stanco. «Dimmi una cosa, Bronn. Se ti ordinassi di uccidere una bambina… una bambina in fasce, che prende ancora il latte dalla madre… Lo faresti? Senza pormi domande?»
«Una domanda te la farei.» Il mercenario strofinò più volte i polpastrelli del pollice e dell’indice uno contro l’altro. «Ti chiederei: “Quanto?”.»
“E perché mai dovrei aver bisogno del tuo Aliar Deem, lord Slynt?” pensò Tyrion. “Ne ho già cento, di Aliar Deem.”
Tyrion Lannister aveva voglia di ridere. E aveva voglia di piangere. Ma, più di ogni altra cosa, aveva voglia di Shae.
ARYA
Due solchi tra le erbacce: a questo si riduceva ormai la strada del Re. La presenza umana era quasi inesistente, il che era un bene: almeno non c’era nessuno che li indicasse con il dito, sorpreso della direzione verso cui si stavano muovendo.
L’aspetto negativo era che il percorso continuava a snodarsi da una parte all’altra come una serpe, mescolandosi a sentieri più piccoli, più aspri, a volte svanendo addirittura del tutto, per poi tornare a riapparire quasi una lega oltre, o quando loro stavano per abbandonare la speranza. Arya era esasperata. Il paesaggio era piacevole, colline e campi a terrazze intervallati da pascoli, boschi e strette valli nelle quali i salici crescevano talmente folti da rallentare la corrente dei torrenti. Ma, a causa del sentiero stretto e contorto, il loro ritmo di marcia si era ridotto a un tormentoso avanzare palmo a palmo.
Erano i carri a rallentarli, un lento sussulto dopo l’altro, i semiassi che scricchiolavano penosamente sotto il pesante carico. Non passava giorno senza che fossero costretti a fermarsi almeno una dozzina di volte per liberare una ruota finita in una buca, o per ammassarsi dietro questo o quel carriaggio per spingerlo fuori dalla morsa del fango. Una volta, nel mezzo di un fitto bosco di querce, si ritrovarono faccia a faccia con tre uomini che spingevano un carico di legname su un carro tirato da un bue. Riuscire a passare insieme era impossibile. Non c’era stato altro da fare se non aspettare che i tre staccassero il bue dal giogo, lo spostassero fuori pista aggirando gli alberi, facessero ruotare il carro su se stesso, aggiogassero nuovamente il bue e tornassero nella direzione dalla quale erano venuti. E il bue era addirittura più lento della loro carovana. Fu un giorno dannato in cui rimasero pressoché fermi.
Arya non riusciva a evitare di guardarsi alle spalle, né di domandarsi quando le cappe dorate sarebbero riapparse. Di notte, si svegliava di soprassalto a ogni più piccolo rumore, afferrando l’impugnatura di Ago. Non si accampavano mai senza piazzare sentinelle di guardia, ma Arya non si fidava di loro, soprattutto dei ragazzi orfani. Nei vicoli fetidi di Approdo del Re se la sarebbero anche cavata, ma qui fuori erano persi. Silenziosa come un’ombra, Arya era in grado di scivolare alle loro spalle, in modo da andare a fare i suoi bisogni nella foresta dove nessuno poteva vederla. Una notte, durante il turno di guardia di Lommy Maniverdi, Arya scalò una quercia e continuò a spostarsi da un albero all’altro fino ad arrivargli proprio sopra. E lui non si accorse di nulla. Arya avrebbe voluto saltargli addosso, ma sapeva che il grido di Lommy avrebbe svegliato l’intero accampamento e che Yoren avrebbe di nuovo alzato il bastone su di lei.
La regina voleva la testa del Toro, per cui adesso Lommy e gli altri lo trattavano come se fosse un tipo speciale. Lui, però, non voleva saperne. «Non ho fatto niente alla regina» aveva risposto con rabbia. «Io lavoravo nella fucina e basta. Mantici e pinza, porta questo e scarica quello. Sarei diventato armaiolo, ma poi un giorno maestro Mott mi dice che devo entrare nei Guardiani della notte. Non so altro.» Detto questo, si era messo nuovamente a lucidare il suo elmo. Era uno splendido elmo da guerra, arrotondato e bombato, con una feritoia nella celata e un paio di grandi corna di metallo. Arya osservava il ragazzo mentre puliva e ripuliva l’elmo con una pezza oleata, tirandolo talmente lucido da poter distinguere nell’acciaio il riflesso del fuoco da campo. Eppure, quell’elmo così imponente il ragazzo non lo aveva mai indossato.
«Ci scommetto che è il figlio bastardo di quel traditore» disse Lommy una notte a voce bassissima, in modo da non farsi udire da Gendry. «Il lord del lupo, quello cui hanno tagliato la testa davanti al tempio di Baelor.»
«Non è vero» rispose Arya. “Mio padre aveva un solo figlio bastardo: Jon.”
S’inoltrò fra gli alberi, camminando a lunghi passi. Quanto avrebbe voluto semplicemente sellare la sua cavalla e correre a casa. Era una buona cavalcatura, una puledra castana con un diamante bianco sulla fronte. E Arya era sempre stata un’ottima cavallerizza. Se avesse voluto, avrebbe potuto montare in sella e via, al galoppo. Solo che allora non ci sarebbe stato più nessuno a tenere d’occhio la strada avanti a lei, né a guardarle le spalle, né a montare la guardia quando dormiva. E se le cappe dorate fossero riuscite a catturarla, lei sarebbe stata completamente sola. No, era più sicuro rimanere con Yoren e gli altri.
«Non siamo troppo lontani dall’Occhio degli Dei» disse un mattino il confratello in nero. «La strada del Re non sarà sicura fino a quando non attraverseremo il Tridente, per cui ci conviene andare a nord seguendo la sponda occidentale del lago. Difficile che ci cerchino là.»