L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
— Per i manati. Sono nel fiume ed entravano a nuoto passando dalla conduttura. Si impaurivano tutti nel vedere i loro musi spuntare dall'acqua, così Padre Inire ordinò ai giardinieri di piantare gli avern. Io ero presente e lo vidi. È un omino piccolo, con il collo secco e le gambe arcuate. Adesso, se un manato entra, i fiori durante la notte lo uccidono. Una mattina ero venuto a cercare Cas come al solito e ho visto due curatori sulla riva armati di arpione. Un manate morto nel lago, mi hanno spiegato. Io sono andato a tirarlo fuori con il mio grappino, ma non si trattava di un manate, bensì di un uomo. Aveva risputato il piombo, o forse non ne avevano messo abbastanza. Pareva vivo come te o come lei, certo più di me.
— Era morto da molto?
— Impossibile dirlo, perché l'acqua li conserva. Avrai sentito dire che trasforma la pelle in cuoio, ed è la verità. Ma non pensare alla suola dei tuoi stivali; la pelle rimane morbida come il guanto di una donna.
Agia si era allontanata e io mi avviai per raggiungerla. Il vecchio ci seguì, guidando la barchetta parallelamente al sentiero.
— Ho detto ai curatori che ero stato più fortunato per loro in un solo giorno di quanto lo fossi stato per me in quarant'anni. Ecco di cosa mi servo. — Mi fece vedere un grappino di ferro fissato a una corda. — Certo, ne ho presi molti, e di tutti i generi. Ma mai Cas. Iniziai a cercarla nel punto indicato dai numeri, l'anno successivo alla sua morte. Non c'era e così ho continuato a cercare, sempre più lontano… almeno, lo credevo… dal luogo segnato sulla cartina. Poi mi è venuta paura che lei fosse al suo posto e che io non l'avessi vista, e ho ricominciato. Quindi mi sono nuovamente allontanato, e così via per dieci anni. Dopo mi è tornata la paura, e ora inizio ogni mattina nel punto indicato, vado avanti fino al posto in cui mi sono fermato la volta precedente e cerco ancora un po'. Lei non è più dove dovrebbe essere, ormai ne sono sicuro… conosco tutti quelli che sono là e alcuni li ho ripescati centinaia di volte. Ma lei gira e io continuo a credere che un giorno tornerà.
— Era tua moglie?
Annuì e, con mio stupore, tacque.
— Perché vuoi recuperare il suo corpo?
Lui continuava a tacere. La pertica non produceva il minimo rumore, muovendosi nell'acqua; la barchetta lasciava una scia quasi invisibile, fatta di minuscole increspature che lambivano il sentiero di carici come lingue di gattini.
— Sei sicuro che la riconosceresti, dopo tanto tempo?
— Sì… sì. — Annuì, dapprima adagio, poi energicamente. — Tu pensi che potrei averla già ripescata e averla ributtata in acqua senza averla riconosciuta? Ma non è possibile. Non riconoscere Cas? Mi hai domandato perché la voglio rivedere. Uno dei motivi è che il ricordo più vivo che ho di lei è proprio quest'acqua scura che si chiude sul suo volto. I suoi occhi chiusi. Lo sai?
— Non ti capisco.
— Ricoprono le palpebre di cemento per tenerle chiuse. Ma quando l'acqua le sfiorò, si aprirono. Prova a darmi una spiegazione. È questo che ricordo, questo che mi torna in mente quando cerco di dormire. Quest'acqua scura che le ricopriva la faccia e i suoi occhi azzurri che si aprivano. Mi sforzo di addormentarmi anche cinque o sei volte per notte. Prima di venire immerso anch'io in quest'acqua, vorrei avere un'altra immagine… il suo volto che risale, anche solo all'estremità del grappino. Capisci quello che dico?
Pensai a Thecla e al filo di sangue che scorreva sotto la porta della sua cella e annuii.
— E poi c'è un'altra cosa. Io e Cas avevamo un piccolo negozio. Vendevamo soprattutto lavori di cloisonné. Suo padre e suo fratello, che sono esperti in quel genere di cose, ci avevano aperto quella bottega in Via del Segnale, vicino alla sede delle aste. La casa c'è ancora, anche se è disabitata. Io andavo dai miei parenti a prendere le casse e le trasportavo, in spalla, poi riponevo i singoli pezzi sugli scaffali. Cas decideva i prezzi e teneva tutto in ordine. Sai quanto durò? Per quanto tempo tenemmo quel negozietto?
Scossi la testa.
— Quattro anni, meno un mese e una settimana. Poi Cas morì. Durò pochissimo, ma fu la parte più importante della mia vita. Adesso dormo in un solaio. Un uomo che conobbi poco dopo la morte di Cas mi permette di vivere lì. Non ho più un pezzo di cloisonné o un indumento o un chiodo del vecchio negozio. Avevo cercato di conservare un medaglione e i pettini di Cas, ma adesso non mi è rimasto più niente. Dimmi una cosa: come posso avere la certezza che non si trattasse di un sogno?
Pensai che il vecchio poteva essere parte di un incantesimo, come i tre nella palafitta, perciò risposi: — Non lo so. Forse è stato veramente un sogno. Credo che ti stai tormentando troppo.
Mutò umore di colpo, come fanno i bambini, e scoppiò a ridere. — È evidente, sieur, che sotto le vesti che indossi non c'è un vero torturatore. Veramente, mi farebbe piacere poter traghettare te e la tua bella. Non posso, ma più avanti c'è un tale con la barca più spaziosa. Viene qui molto spesso, e qualche volta parliamo, come abbiamo fatto noi due. Digli che vi mando io.
Lo ringraziai e mi affrettai a seguire Agia, che era ormai molto distante. Zoppicava, e mi resi conto che dal momento in cui si era fatta male alla gamba aveva continuato a camminare. Stavo per raggiungerla e offrirle il braccio quando feci un passo falso, una di quelle situazioni che al momento sembrano terribilmente umilianti e che più tardi suscitano il riso. Con quello scivolone misi in moto gli eventi più strani della mia strana vita. Mi misi a correre e, seguendo una curva, arrivai troppo vicino all'orlo del sentiero.
Stavo avanzando a balzi lungo il bordo elastico… quando improvvisamente mi ritrovai immerso nell'acqua scura e gelida, ostacolato dal mantello. Per il tempo di un respiro venni riassalito dalla paura di annegare, poi mi raddrizzai ed emersi con la testa. La forza dell'abitudine acquisita con le nuotate estive nel Gyoll ebbe la meglio: soffiai l'acqua dal naso e dalla bocca, respirai a fondo e mi levai il cappuccio fradicio dalla faccia.
Non appena riuscii a calmarmi, mi accorsi che avevo lasciato andare Terminus est, e in quel frangente perdere la spada mi parve ancora più terribile che morire. Mi tuffai, senza nemmeno togliermi gli stivali, affondando nel liquido color terra d'ombra che non era solo acqua, bensì acqua tramata dagli steli fibrosi delle canne. Quegli steli, nonostante accrescessero il rischio di annegare, furono la salvezza di Terminus est che senza di loro sarebbe caduta sul fondo e si sarebbe sepolta nel fango prima che potessi recuperarla. Così, invece, a otto o dieci cubiti sotto la superficie, la mia mano convulsa incontrò la forma benedetta dell'impugnatura d'onice.
Contemporaneamente, l'altra mano entrò in contatto con un oggetto del tutto diverso. Si trattava di una mano umana e la sua stretta coincise in maniera così perfetta con il recupero di Terminus est che ebbi l'impressione che fosse stato il proprietario della mano a restituirmi la spada, come era accaduto con la signora delle pellegrine. Provai uno slancio di folle gratitudine, poi la paura tornò, dieci volte più intensa: la mano trascinava la mia verso il fondo.
XXIII
HILDEGRIN
All'estremo delle forze, riuscii a lanciare Terminus est sul sentiero galleggiante di carici e ad aggrapparmi al bordo irregolare prima di affondare nuovamente.
Qualcuno mi afferrò per il polso. Sollevai lo sguardo, aspettandomi di vedere Agia, ma non era lei. Si trattava di una donna ancora più giovane, dai lunghi capelli biondi. Cercai di ringraziarla, ma dalla mia bocca invece che parole uscì un fiotto d'acqua. Lei tirò e io mi sforzai, e finalmente riuscii a sdraiarmi sui carici, debolissimo.
Rimasi immobile per un tempo pari a quello che occorre per recitare l'angelus, o forse di più. Avevo sempre più freddo e avvertivo l'ondeggiare del traliccio di piante marce che si piegava sotto il mio peso fino a sommergermi per metà. Respiravo a fatica e non riuscivo a riempire i polmoni d'aria. Continuavo a sputare acqua. La possente voce di un uomo che mi pareva di aver già sentito molto tempo prima disse: — Tiriamolo su o affonderà. — Mi sentii sollevare per la cintura. Dopo alcuni istanti riuscii a stare in piedi, nonostante le gambe mi tremassero.