L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
La mattina del 20 aprile, ebbe inizio «il periodo metallurgico», così come lo chiamò il giornalista nei suoi appunti. Com’è noto, l’ingegnere era deciso a operare sul luogo stesso dove si trovavano i giacimenti di carbon fossile e di minerale grezzo. Ora, stando alle sue osservazioni, quei giacimenti erano situati ai piedi dei contrafforti nordest del monte Franklin, cioè a una distanza di sei miglia. Non si poteva, dunque, pensare di ritornare ogni giorno ai Camini, e fu convenuto che la piccola colonia si sarebbe accampata sotto una capanna di rami, in modo che l’importante operazione potesse essere sorvegliata giorno e notte.
Stabilito questo progetto, i coloni partirono sin dal mattino. Nab e Pencroff trascinavano su di un graticcio il mantice, e una certa quantità di provviste vegetali e animali, che sarebbero poi anche state rinnovate per via.
La strada seguita fu quella dei boschi dello Jacamar, che vennero attraversati obliquamente da sudest a nordovest nella parte più folta. Fu necessario tracciare un sentiero, che avrebbe poi costituito la via di comunicazione più diretta fra l’altipiano di Bellavista e il monte Franklin. Gli alberi, appartenenti alle specie già nominate, erano magnifici. Harbert ne segnalò, fra gli altri, dei nuovi: erano dracene, che Pencroff trattò da «porri presuntuosi», giacché, malgrado la loro altezza, erano della medesima famiglia delle liliacee, come la cipolla, le cipolline, lo scalogno e gli asparagi. Queste piante potevano fornire delle radici legnose, le quali, cotte, sono eccellenti e che, sottoposte a una certa fermentazione, danno un gradevolissimo liquore. Ne fu fatta provvista.
La traversata del bosco durò a lungo. Richiese tutta la giornata, ma permise d’osservare la fauna e la flora. Top, più particolarmente incaricato della fauna, correva attraverso le erbe e le sterpaglie, mettendo in fuga indistintamente ogni sorta di selvaggina. Harbert e Gedeon Spilett uccisero a frecciate due canguri, e inoltre un animale che somigliava molto a un riccio e a un formichiere: al primo, perché si arrotolava come una palla ed era irto di aculei; al secondo, perché aveva unghie particolarmente adatte a scavare, muso lungo e sottile terminante a becco d’uccello e una lingua estensibile, munita di piccole spine che gli servivano a trattenere gli insetti.
«E quando sarà in pentola,» fece naturalmente osservare Pencroff, «a che cosa assomiglierà?»
«A un eccellente pezzo di manzo» rispose Harbert.
«Non gli chiediamo di più» replicò il marinaio.
Durante quell’escursione scorsero alcuni cinghiali selvatici, che non cercarono affatto di attaccare la piccola comitiva e non pareva, quindi, che si dovessero incontrare belve pericolose, quando, in una folta macchia, Spilett credette di vedere, a pochi passi da lui, fra i primi rami di un albero, un animale ch’egli prese per un orso, e si mise tranquillamente a disegnarlo. Fortunatamente per Gedeon Spilett, la bestia non apparteneva alla temibile famiglia dei plantigradi. Non era che un kula, più noto sotto il nome di «poltrone», che aveva la corporatura di un grosso cane, il pelo irto e di colore sporco, le zampe armate di robusti artigli, che gli permettevano di arrampicarsi sugli alberi e di nutrirsi di foglie. Verificata l’identità dell’animale, che non fu disturbato nelle sue occupazioni, Gedeon Spilett cancellò la parola «orso» scritta sotto lo schizzo, mise «kula» al posto di quella, e ripresero il cammino.
Alle cinque di sera, Cyrus Smith dava il segnale di alt. Erano giunti fuori della foresta, laddove nascevano i possenti contrafforti che puntellavano verso est il monte Franklin. Ad alcune centinaia di passi scorreva il Creek Rosso, e quindi l’acqua potabile non era lontana.
Venne subito organizzato l’accampamento. In meno di un’ora, al margine della foresta, fra gli alberi, una capanna di rami misti a liane e impastati con argilla offrì un rifugio sufficiente. Le ricerche geologiche furono rimandate all’indomani. La cena fu preparata, un buon fuoco fiammeggiò davanti alla capanna, lo spiedo girò, e alle otto, mentre uno dei coloni vegliava per mantenere acceso il fuoco in caso che qualche bestia pericolosa si fosse aggirata nei dintorni, tutti gli altri dormivano di un sonno profondo.
L’indomani, 21 aprile, Cyrus Smith, accompagnato da Harbert, si pose alla ricerca dei terreni di antica formazione, sui quali già aveva trovato un campione di minerale grezzo. Egli ritrovò il giacimento a fior di terra, quasi alla sorgente del corso d’acqua, ai piedi della base laterale di uno dei contrafforti di nordest. Quel minerale, ricchissimo di ferro, chiuso nella sua ganga fusibile, si adattava perfettamente al metodo di riduzione che l’ingegnere voleva adottare, vale a dire il metodo catalano, ma semplificato, così come si usa in Corsica.
Infatti, il metodo catalano propriamente detto esige la costruzione di forni e di crogiuoli, nei quali il minerale grezzo e il carbone, disposti a strati alternati, si trasformano e si riducono. Ma Cyrus Smith voleva risparmiare quelle costruzioni, e voleva, come se si trattasse della cosa più semplice, formare con il minerale grezzo e il carbone una massa cubica, al centro della quale avrebbe diretto il soffio del mantice. Questo era, indubbiamente, il procedimento usato da Tubalcain e dai primi metallurghi del mondo abitato. Ora, quello ch’era riuscito ai nipoti d’Adamo e che dava ancora buoni risultati nelle contrade ricche di minerale greggio e di combustibile, non poteva non riuscire nelle circostanze in cui si trovavano i coloni dell’isola di Lincoln.
Così, come il minerale grezzo, anche il carbon fossile fu raccolto, senza fatica e non lontano, alla superficie del suolo. Prima si ruppe il minerale in piccoli pezzi e lo si sbarazzò, con le mani, dalle impurità che ne imbrattavano la superficie. Poi, carbone e minerale furono ammassati a strati alterni, così come fa il carbonaio con la legna che vuol carbonizzare. In questa maniera, sotto l’influenza dell’aria proiettata dal mantice, il carbone doveva trasformarsi in acido carbonico, poi in ossido di carbonio, destinato questo a ridurre l’ossido di ferro, cioè a liberarlo dall’ossigeno.
Così procedette l’ingegnere. Il mantice di pelle di foca, munito all’estremità di un tubo di terra refrattaria, fabbricato prima nel forno da terraglie, fu posto vicino al mucchio di minerale greggio. Mosso da un meccanismo, i cui congegni consistevano in un telaio, corde di fibra e contrappeso, esso lanciò nella massa una quantità d’aria che ne elevò la temperatura e contribuì alla trasformazione chimica che doveva dare il ferro puro.
L’operazione fu difficile. Fu necessaria tutta la pazienza e l’ingegnosità dei coloni per condurla a buon fine; ma finalmente essa riuscì, e il risultato definitivo fu un blocco di ferro, poroso, somigliante a una spugna, che bisognò forgiare, fucinare, insomma, per toglierne la ganga liquefatta. Evidentemente, il primo martello mancava a quei fabbri improvvisati; ma, in fin dei conti, essi si trovavano nelle medesime condizioni in cui s’era trovato il primo lavoratore di metalli e fecero come egli dovette fare.
Il primo massello con un lungo manico costituito da un bastone, servì da martello per forgiare il secondo su un’incudine di granito, e si pervenne così a ottenere un metallo grossolano, ma utilizzabile.
Finalmente, dopo tanti sforzi e tante fatiche, il 25 aprile, parecchie barre di ferro erano forgiate e si trasformarono in utensili, pinze, tenaglie, piccozze, zappe, ecc., che a Pencroff e a Nab parvero veri capolavori.
Ma non era allo stato di ferro puro che quel metallo poteva rendere i maggiori servigi, bensì allo stato di acciaio. Ora, l’acciaio è una combinazione di ferro e di carbonio che si ottiene, sia dalla ghisa, togliendo a questa l’eccesso di carbonio, sia dal ferro, aggiungendo allo stesso il carbonio che gli manca. Il primo, ottenuto dalla decarburazione della ghisa, dà l’acciaio naturale o pudellato; il secondo, prodotto con la carburazione del ferro, dà l’acciaio di cementazione.
Cyrus Smith doveva cercar di fabbricare preferibilmente quest’ultimo, giacché possedeva il ferro allo stato puro. E vi riuscì, riscaldando il metallo con del carbone in polvere, in un crogiuolo fatto di terra refrattaria.