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Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]

Электронная книга - «Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]». Краткое содержание книги:

Dalle prime invasioni di H. G. Wells, il tema della guerra contro i «mostri» di mondi lontani è stato spesso trattato dagli scrittori di fantascienza. Ma crediamo che questo romanzo sia senza precedenti e meriti di essere segnalato particolarmente ai lettori. Si tratta a nostro parere di una delle opere più riuscite e originali nella vastissima produzione di Robert Heinlein. La storia è raccontata in prima persona e in un linguaggio secco e pittoresco da un soldato dell’esercito terrestre, un ragazzo che scappa di casa per arruolarsi nella fanteria dello spazio (regina, a quanto pare, anche delle battaglie cosmiche), partecipa alle operazioni belliche nella Galassia, e «fa carriera» fino a meritarsi i galloni da ufficiale… Ma ciò che costituisce il mordente del libro e lo straordinario verismo, la «fedeltà» quasi cinematografica delle esperienze militari del protagonista. I sergenti cattivi, le marce le esercitazioni a fuoco, la terribile disciplina, la solidarietà fra commilitoni sono cose che molti lettori conosceranno per averle provate di persona. Ma qui anche la «tuta potenziata» l’arma tuttofare della fanteria spaziale, anche i lanci dall’astronave, i rastrellamenti a «saltamontone», le offensive contro i «pelleossa» e i «ragni» dei pianeti nemici sono descritti con una bravura da grande documentarista. Ed è l’apparenza realistica di queste avventure di guerra a renderle più persuasive e soprattutto più drammatiche e avvincenti.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1960.
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Nel frattempo ebbi i gradi di caporal.e. Me li conferì il sergente Jelal. In assenza di un ufficiale della Fanteria spaziale mobile autorizzato, la nomina fu ratificata dal capitano Deladrier.

In teoria, quel grado non sarebbe diventato effettivo finché non fosse stato approvato dalle alte sfere gerarchiche, ma questo non significa niente, dato che c’erano più caselle da riempire nell’organigramma che gente in grado di occuparle. Divenni caporale quando Gelatina dichiarò che lo ero. Il resto era inutile burocrazia.

Il cannoniere, comunque, aveva esagerato a proposito della nostra presunta bella vita: c’erano cinquantatré tute potenziate da ispezionare, tenere in ordine e riparare tra un lancio e l’altro, per non parlare delle armi e delle apparecchiature speciali. Talvolta Migliaccio chiedeva la revisione di una tuta e otteneva il placet da Gelatina. Se l’ingegnere addetto agli armamenti di bordo, il tenente Farley, dichiarava di non poter eseguire il lavoro perché gli mancavano le attrezzature adatte, bisognava tirare fuori dal magazzino una tuta nuova e trasformarla da “fredda” a “calda”, un’operazione che richiedeva ventisei ore di lavoro, senza contare il tempo del soldato al quale la tuta andava adattata.

Avevamo anche noi il nostro bel daffare, altroché.

Però ci divertivamo, anche. Organizzavamo fra noi tornei dei tipi più vari, dalle carte ai giochi da tavolo, senza contare che avevamo la migliore jazz band che si potesse trovare in un raggio di parecchi anni-luce (be’ forse la sola), con il sergente Johnson che sapeva cavare dalla sua tromba note dolcissime o squilli da far saltare le paratie, a seconda di quello che l’occasione richiedeva. Dopo la magistrale manovra di rendez-vous, eseguita dal capitano Deladrier senza calcoli balistici, il soldato Archie Campbell, specialista di prima classe, costruì un modellino della Rodger Young per la comandante. Tutti noi firmammo, e Archie riprodusse le nostre firme sulla piastra di base dopo la dedica: AL CAPITANO YVETTE DELADRIER DA PARTE DEI ROMPICOLLO DI RASCZAK. La invitammo a poppa, per cenare con noi, mangiammo a suon di musica, e dopo cena il soldato più giovane offrì il modellino alla comandante che si commosse, baciò il soldato e anche Gelatina, che diventò di un bel rosso ciliegia.

Avuti i galloni, decisi che era tempo di mettere in chiaro le cose con Ace, visto che Gelatina mi aveva anche confermato nel posto di vicecaposquadra. Questo, in verità, non era giusto. Un uomo dovrebbe avanzare di un gradino per volta, io avrei dovuto quindi fare prima il capopattuglia, invece di saltare da soldato semplice e vicecapopattuglia a caporale e vicecaposquadra. Gelatina lo sapeva benissimo, ma stava sforzandosi di mantenere la compagnia come il tenente gliel’aveva lasciata, confermando il capopattuglia e i capisquadra al loro posto.

Il sottoscritto, però, si ritrovava con una bella gatta da pelare. Tutti e tre i caporali posti sotto di me erano più anziani e nel caso il sergente Johnson ci avesse lasciato le penne in un lancio, non solo avremmo perso un ottimo cuoco, ma io mi sarei trovato di colpo caposquadra. E siccome quando si dà un ordine bisogna avere la certezza che verrà eseguito, dovevo mettere i puntini sulle i prima del lancio seguente.

Il problema grave era Ace. Non solo era il più anziano dei tre caporali, ma era anche di carriera. Se Ace mi accettava come eventuale caposquadra, non avrei avuto alcuna difficoltà con gli altri due.

A bordo, per la verità, Ace non mi aveva creato nessun problema. Dopo che avevamo raccolto Flores insieme, si era mostrato cortese con me. D’altra parte, a bordo non avevamo occasione di pestarci i calli a vicenda. I nostri turni di servizio avvenivano in ore diverse, salvo durante l’adunata e in occasione del cambio della guardia, ma in quei casi era già tutto predisposto. Eppure, sentivo la sua insofferenza: si comportava come chi non è disposto a prendere ordini.

Così, andai a cercarlo durante le ore di libertà. Era sdraiato nella sua cuccetta e leggeva un libro, Ranger dello spazio contro la Galassia, nel quale si narrava una storia niente male, solo dubito che una squadra di militari abbia mai avuto così tante avventure e così pochi problemi. Sull’astronave c’era un’ottima biblioteca.

— Ace, vorrei parlarti.

Mi guardò. — Ah, sì? Non sono in servizio.

— Devo parlarti subito. Metti via quel libro.

— Che cosa c’è di tanto urgente? Lasciami finire il capitolo, almeno.

— Dai, muoviti, Ace. Se proprio muori dalla curiosità, ti dico addirittura come va a finire.

— Provaci, e ti spacco il muso. — Però depose il volume e si tirò su degnandosi di concedermi udienza.

— Ace, per questa faccenda della squadra… Tu sei più anziano di me, dovresti essere tu il vicecaposquadra.

— Di nuovo con questa storia?

— Certo. Secondo me, dovremmo parlarne con Johnson e chiedergli di sistemare le cose con Gelatina.

— Secondo te, eh?

— Naturale. Bisognerebbe fare così.

— Senti, amico, parliamoci chiaro una buona volta. Io non ho niente contro di te. Anzi, devo riconoscere che sei stato in gamba il giorno che abbiamo raccolto Dizzy. Ma se vuoi una pattuglia, procuratene pure una, basta che non metti gli occhi sulla mia. I miei ragazzi non pelerebbero nemmeno le patate per te. Mettitelo bene in mente.

— È la tua ultima parola?

— L’ultimissima.

Sospirai. — Me lo immaginavo. Però volevo esserne sicuro. Bene, e così la faccenda è sistemata. Ma c’è un’altra cosa che volevo dirti. Ho notato che il locale delle docce ha bisogno di una ripulita, e noi due dovremmo occuparcene subito. Perciò molla quel libro, se non ti dispiace. Lo sai, no, che cosa dice Gelatina? I graduati sono sempre in servizio.

Non si mosse. Disse, calmo: — Di’ un po’, sei proprio sicuro che sia necessario? Te l’ho detto, non ho niente contro di te.

— Pare che sia necessario.

— Credi di farcela?

— Posso provare.

— Come vuoi. Sbrighiamoci, allora.

Andammo a poppa, nella stanza delle docce, cacciammo fuori un soldato che voleva lavarsi proprio in quel momento senza averne realmente bisogno, poi chiudemmo la porta. Ace disse: — Vuoi porre dei limiti al combattimento, piccoletto?

— Ecco… non penso certo di accopparti.

— D’accordo. Allora, niente ossa rotte, niente che possa impedirci di partecipare al prossimo lancio… a meno che non ci facciamo del male involontariamente, s’intende. Ti va bene?

— Benone. Aspetta, sarà meglio che mi sfili la camicia.

— Già, non vorrei che si sporcasse di sangue — disse più rilassato.

Feci per sfilarmi la camicia, e lui mi mollò un calcio al ginocchio. Senza avvertirmi. Così, all’improvviso. Solo che il mio ginocchio non era rimasto immobile per riceverlo. Anch’io avevo imparato a stare al mondo.

Una vera zuffa può durare di solito un paio di secondi, tempo più che sufficiente per accoppare qualcuno, per annullarne l’aggressività o metterlo in condizione di non potere continuare la lotta. Ma ci eravamo accordati per evitare d’infliggerci danni seri, e questo complicava le cose. Eravamo entrambi giovani, in ottima forma, perfettamente addestrati e abituati a incassare colpi. Ace era più robusto, io leggermente più agile. In queste condizioni, la faccenda poteva andare avanti per le lunghe, fino all’esaurimento fisico, a meno che uno dei due non avesse avuto la fortuna di assestare il colpo vincente. Ma eravamo troppo attenti ed esperti per lasciarci cogliere di sorpresa dall’avversario.

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