Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Hilja Brinis
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1960.
Del resto, c’erano molti vuoti nei ranghi delle altre compagnie, e bisognava riempirli.
Il sergente Jelal ci accolse con cordialità, dicendo che stavamo per entrare in una delle compagnie più gloriose, “la migliore di tutta la flotta”, imbarcata su un’ottima astronave, e non parve dare importanza ai nostri teschietti. Più tardi ci condusse a prua per presentarci al tenente, che ci rivolse un sorriso e tenne un discorsetto in tono paterno. Notai che Al Jenkins non portava più il piccolo teschio d’oro all’orecchio. Nemmeno io l’avevo. Mi ero accorto che nessuno dei Rompicollo di Rasczak lo portava.
Non lo portavo perché, nei Rompicollo di Rasczak, nessuno badava a quanti lanci avevi fatto, o a quali avevi partecipato. O eri un Rompicollo o non lo eri, e se non lo eri, a nessuno importava chi tu fossi. Dato che eravamo arrivati là non come reclute, ma come reduci da una battaglia, ci concessero il beneficio del dubbio dandoci il benvenuto e mostrando appena quell’inevitabile traccia di formale cordialità che chiunque mostra verso un ospite che non faccia parte della famiglia.
Ma, meno di una settimana più tardi, avendo partecipato a un lancio di combattimento, facevamo già parte della famiglia ed eravamo Rompicollo da capo a piedi. Ci chiamavano per nome, rifilandoci solenni lavate di testa se era necessario, il tutto con la salda certezza, da una parte e dall’altra, che ormai eravamo fratelli per la vita e la morte, liberissimi di esprimere le nostre sciocche opinioni con assoluta franchezza e di sentircele bocciare con altrettanta sincerità. Quando non eravamo in servizio chiamavamo per nome perfino i graduati. Il sergente Jelal era costantemente in servizio, naturalmente, a meno che non lo incontrassimo a terra, nel qual caso diventava Gelatina per tutti, e si comportava come se il suo grado non significasse niente.
Il tenente era sempre “il tenente”, mai il signor Rasczak o il tenente Rasczak. Semplicemente “il tenente”, sia che gli si parlasse a tu per tu, sia che lo si nominasse in terza persona. Non c’era altro dio al di fuori del tenente, e il sergente Jelal era il suo profeta. Jelly poteva dire no, e quel no poteva essere oggetto di discussioni, specie da parte dei sergenti più giovani, ma se diceva: “Il tenente non sarebbe d’accordo”, parlava ex cathedra e l’argomento era chiuso. A nessuno veniva mai in mente di controllare se il tenente era o non era contrario, il Verbo aveva parlato.
Il tenente era come un padre per noi: ci amava, ci viziava, e tuttavia restava sempre un po’ distante, sia a bordo sia a terra, a meno che a terra non ci fossimo arrivati via lancio. E durante i lanci… È difficile credere che un ufficiale possa preoccuparsi di ciascun appartenente a uno squadrone sparpagliato su un’area di duecentocinquanta chilometri quadrati. Lui invece ci riusciva. Si angosciava per ognuno di noi. Come facesse a non perderci mai di vista proprio non lo so, ma nel bel mezzo della più assoluta confusione la sua voce risuonava nel circuito di comando: — Johnson! Controlla la Pattuglia sei, Smitty è nei guai. — E potevi scommettere fino all’ultimo soldo che se n’era accorto prima del capopattuglia di Smith.
Inoltre, sapevi con certezza assoluta, assiomatica, irrefutabile, che finché avevi un alito di respiro il tenente non sarebbe salito sulla lancia senza di te. Durante la guerra i ragni erano riusciti a fare alcuni prigionieri, ma tra questi non figurava nessun Rompicollo di Rasczak.
Gelatina ci faceva da madre, ci stava sempre vicino, si prendeva cura di noi senza viziarci. Però non faceva mai rapporti al tenente: tra i Rompicollo non era mai intervenuta la corte marziale e nessuno aveva mai subito la fustigazione. Gelatina non aveva nemmeno bisogno di affibbiarci ore di straordinario per farci rigare diritto: il suo sistema era un altro. Ci squadrava dall’alto in basso all’ispezione quotidiana e diceva semplicemente: — Nella Marina potresti anche fare bella figura. Perché non chiedi il trasferimento? — e otteneva il risultato voluto, dato che tra noi era diffusa la ferma convinzione che quelli della Marina dormissero senza levarsi l’uniforme e si lavassero solamente la faccia.
In genere, però, Gelatina non si preoccupava direttamente del mantenimento della disciplina fra la truppa: si limitava a imporla ai graduati e si aspettava che loro facessero altrettanto con noi. Il mio capopattuglia, quando mi arruolai nei Rompicollo, era Red Green. Dopo un paio di lanci, appena cominciai a rendermi conto di quanto fosse splendido far parte di quel gruppo sviluppando la conseguente dose di boria, mi scappò una rispostaccia a Red. Non fece rapporto a Gelatina, si limitò a trascinarmi nel locale delle docce per rifilarmi una discreta scarica di pugni. Dopodiché diventammo amici, tanto che in seguito mi raccomandò come vicecapopattuglia.
In realtà, non sapevamo affatto se davvero quelli della Marina dormissero vestiti. Noi occupavamo la nostra parte dell’astronave e i membri dell’equipaggio la loro, e se per caso ci capitavano tra i piedi per motivi indipendenti dal servizio li trattavamo molto freddamente. In fin dei conti è logico mantenere le distanze, no? La cabina del tenente si trovava nei quartieri riservati agli ufficiali maschi, situati nella zona della Marina, e noi ci astenevamo dal recarci in quel territorio, salvo per motivi di servizio, cioè molto raramente. Invece andavamo a prua per montare la guardia. La Rodger Young era un’astronave mista, con un capitano donna e altre signore fra gli ufficiali e gli specialisti. A prua della paratia 30 si trovava il quartier generale delle donne, e due Fanteria spaziale mobile montavano la guardia giorno e notte davanti all’unica porta di comunicazione. (Durante le battaglie quella porta, come tutti gli altri portelli a tenuta stagna, veniva chiusa: nessuno dei fanti spaziali mobili restava a bordo durante un lancio.)
Gli ufficiali in servizio avevano il privilegio di oltrepassare la paratia 30, e, compreso il tenente, di pranzare nella mensa mista che si trovava al di là della paratia. Ma non si trattenevano mai a lungo: mangiavano e se ne andavano. Forse le altre corvette da trasporto erano amministrate in modo diverso, ma a bordo della Rodger Young si usava così: sia il tenente, sia il capitano Deladrier, volevano una nave dove regnassero serenità e disciplina.
In ogni modo, il servizio di guardia rappresentava un privilegio. Era riposante starsene ai lati di quella porta, a gambe larghe e braccia conserte, oziando senza pensare a niente, ma con la gradita certezza di vedere spuntare da un momento all’altro una bella creatura (anche se poi non potevamo nemmeno rivolgerle la parola, salvo per motivi di servizio). Una volta venni convocato addirittura nella cabina del capitano. — Porti queste carte all’ingegnere capo, per favore — disse, guardandomi bene in faccia.
La mia occupazione a bordo, a parte il servizio di corvée, consisteva nel provvedere alla manutenzione degli impianti elettronici, sotto l’attenta sorveglianza di Padre Migliaccio, il responsabile della prima squadra. Mi sembrava di essere tornato ai tempi in cui lavoravo sotto la sorveglianza di Carl. I lanci avvenivano saltuariamente, e nel frattempo tutti dovevano darsi da fare. Se un uomo non aveva nessuna capacità particolare, poteva sempre lustrare le paratie, niente era mai abbastanza immacolato per il sergente Jelal. Seguivamo le regole della Fanteria spaziale mobile: tutti combattono, tutti lavorano. Il nostro primo cuoco era Johnson, sergente della seconda squadra, un simpatico ragazzo della Georgia (quella nell’emisfero occidentale, non l’altra) e un vero artista della cucina. Tra l’altro, si lasciava corrompere facilmente. Piaceva anche a lui sgranocchiare qualcosa tra un pasto e l’altro, e quindi non vedeva perché non potessero farlo anche gli altri.