Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Hilja Brinis
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1960.
D’altra parte, neppure noi saremmo andati via. Ma se si intraprendeva la “carriera” e poi non si finivano i vent’anni previsti… be’ potevano fare parecchie storie per concederti il diritto di voto, anche se non avrebbero mai costretto a restare una persona che desiderava andarsene.
— Non sarà una ferma di due anni — obiettai — ma la guerra non durerà in eterno.
— Ne sei sicuro?
— Come posso esserlo…
— Non chiederlo a me. Nessuno parla di questo genere di cose. Quello che so, però, è che non è questo che ti preoccupa, Johnnie. C’è una ragazza che ti aspetta?
— No. Be’ ce l’avevo ma — risposi lentamente — mi opprimeva con i suoi “caro Johnny”. — Come bugia, equivaleva a una medaglia di scarso valore che mi ero preso perché Ace sembrava aspettarselo da me. Carmen non era la mia ragazza e non era mai stata ad aspettare nessuno, ma quelle rare volte in cui mi scriveva, effettivamente, iniziava le sue lettere con “caro Johnny”.
Ace annuì con aria saggia. — Fanno sempre così. Sarebbe meglio per loro sposare un civile e avere qualcuno intorno da rimproverare a piacimento. Non importa ragazzo, quando andrai in pensione sarai circondato da donne ansiosissime di sposarti, e a quel punto sarai abbastanza vecchio da riuscire a gestirne meglio una. Il matrimonio è un disastro per un giovane e un conforto per un anziano. — Diede un’occhiata al mio bicchiere. — Mi disgusta vederti bere quell’intruglio.
— Anche la roba che bevi tu mi fa venire la nausea — replicai.
Si strinse nelle spalle. — Come dici tu, c’è spazio per tutti. Pensaci sopra.
— Lo farò.
Poi Ace trovò dei soci per una partita a carte, mi prestò un po’ di soldi e io andai a fare un giro. Avevo bisogno di riflettere.
Abbracciare la carriera militare? A parte l’idea assurda che fossi in grado di diventare ufficiale, ci tenevo veramente a restare nell’Esercito? In origine ero passato attraverso tutto quell’inferno per ottenere il diritto di voto, o no? E invece, se sceglievo la carriera, il diritto di voto potevo salutarlo, proprio come se fossi rimasto un civile, perché fin tanto che s’indossa l’uniforme non lo si può esercitare. Il che è logico, naturalmente. Figuriamoci, se avessero permesso ai Rompicollo di votare, quegli idioti avrebbero potuto mettere il veto sui lanci!
A ogni modo, io mi ero arruolato per ottenere il diritto di voto.
Ma ci tenevo davvero a quel diritto? No, era più che altro per il prestigio, l’orgoglio e la dignità di essere un cittadino.
Ma ci tenevo poi tanto a queste cose?
Non riuscivo assolutamente a capire perché mi fossi arruolato. Non era il gesto del voto in sé che rendeva cittadini. Il tenente era stato un cittadino nel vero senso della parola, anche se non si era mai avvicinato a un’urna. Aveva votato ogni volta che aveva effettuato un lancio.
E lo stesso valeva per me.
Nella mia mente potevo sentire le parole del colonnello Dubois: “La cittadinanza è un modo di porsi, uno stato mentale, l’entusiasmante convinzione che il tutto valga più delle singole parti e che ogni parte dovrebbe avere l’umiltà di essere fiera di sacrificarsi per permettere la sopravvivenza del tutto”.
Ancora non sapevo se aspiravo a collocare il mio unico e solo corpo “tra la mia amata casa e la desolazione della guerra”. Tremavo ancora a ogni lancio e quella “desolazione” poteva essere parecchio desolata. Finalmente, però, avevo capito che cosa intendeva dire il colonnello Dubois. La Fanteria spaziale mobile era mia e io appartenevo a lei. Quello che il corpo faceva per rompere la monotonia, lo facevo anch’io. Il patriottismo era un concetto un po’ esoterico per me, troppo vasto perché riuscissi a comprenderlo. Ma la Fanteria spaziale mobile era la mia squadra, io le appartenevo. I miei compagni erano la mia nuova famiglia, i fratelli che non avevo mai avuto, li sentivo più vicini di quanto fosse mai stato Carl. Se li avessi lasciati, mi sarei sentito perduto.
E allora, perché non scegliere la carriera?
Però le chiacchiere di Ace sull’eventuale domanda per gli esami da ufficiale erano un’altra faccenda. Fare vent’anni di naia e poi ritirarmi a vita privata, come Ace aveva descritto il suo futuro, con tanti nastrini sul petto e le pantofole ai piedi, mi sembrava uno scenario plausibile. Oppure trascorrere le mie serate al Circolo dei veterani, parlando dei vecchi tempi con gli ex compagni d’armi. Ma ufficiale? Mi pareva di sentire quanto detto da Al Jenkins durante una discussione che avevamo avuto in proposito una sera: — Sono un soldato semplice — aveva detto. — Voglio restare un soldato semplice. Quando sei un soldato, nessuno si aspetta niente da te. Ma chi ci tiene a fare l’ufficiale? O anche solo il sergente? Tanto, l’aria che si respira è la stessa, no? I cibi che si mangiano sono gli stessi, i posti in cui si va sono gli stessi, i lanci a cui si partecipa sono gli stessi. Però, non si hanno preoccupazioni.
Al non aveva torto. Che cosa mi avevano procurato i galloni da caporale, a parte qualche grana in più? Eppure sapevo che se mi avessero offerto quelli da sergente li avrei accettati. Non si rifiuta mai. Un fante non rifiuta mai niente: si fa avanti e si fa carico delle responsabilità che gli affibbiano. Magari anche del comando di un reggimento.
Non che questo potesse succedermi. Chi ero io, per pensare di sostituire un giorno un uomo come il tenente Rasczak?
I miei passi mi avevano portato involontariamente verso la Scuola ufficiali. Una compagnia di cadetti era schierata nell’area adibita alle parate, e si esercitava nella corsa, come un gruppo di reclute al corso base. Il sole scottava, e quella scena appariva assai distante dalla vita comoda e pacifica che si conduceva a bordo della Rodger Young. Figuriamoci, da quando avevo finito il corso non ero mai andato più in là, a piedi, della paratia 30. Quelle corse, per me, appartenevano al passato.
Li osservai per un poco, mentre sudavano nelle loro uniformi. Li sentii subire ramanzine spaventose, anche dai sergenti… No, no, per me era acqua passata. Scossi la testa e mi allontanai. Tornai alle baracche, raggiunsi l’ala degli ufficiali e mi recai alla stanza di Gelatina, che si leggeva una rivista, i piedi beatamente sul tavolo. Bussai contro lo stipite della porta. Gelatina alzò la testa e brontolò: — Che cosa c’è?
— Sergente… cioè scusi, tenente…
— Sputa l’osso.
— Signor tenente, voglio intraprendere la carriera.
Posò i piedi a terra. — Alza la mano destra.
Mi fece giurare, cercò in un cassetto del tavolo, tirò fuori una manciata di scartoffie.
Aveva già preparato le mie carte, aspettava solo che fossi pronto a firmarle. E io non l’avevo nemmeno detto ad Ace. Come ve lo spiegate?
12
Per un ufficiale non è sufficiente essere un uomo capace […] Egli dev’essere un gentiluomo di educazione liberale, modi raffinati, ineccepibile cortesia e dotato del più puro senso personale dell’onore […] Nessun atto meritorio dei subordinati sfuggirà alla sua attenzione, anche se lo ricompenserà con una semplice parola di approvazione. D’altro canto, non dovrà mai chiudere un occhio su alcuna colpa dei subordinati.
E per quanto possano esser veri i principi politici per i quali oggi ci battiamo […] le navi dovranno essere comandate con il più assoluto dispotismo.
Confido di avervi chiarito le nostre gravissime responsabilità […] Dobbiamo fare del nostro meglio con quello che abbiamo.