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Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]

Электронная книга - «Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]». Краткое содержание книги:

Dalle prime invasioni di H. G. Wells, il tema della guerra contro i «mostri» di mondi lontani è stato spesso trattato dagli scrittori di fantascienza. Ma crediamo che questo romanzo sia senza precedenti e meriti di essere segnalato particolarmente ai lettori. Si tratta a nostro parere di una delle opere più riuscite e originali nella vastissima produzione di Robert Heinlein. La storia è raccontata in prima persona e in un linguaggio secco e pittoresco da un soldato dell’esercito terrestre, un ragazzo che scappa di casa per arruolarsi nella fanteria dello spazio (regina, a quanto pare, anche delle battaglie cosmiche), partecipa alle operazioni belliche nella Galassia, e «fa carriera» fino a meritarsi i galloni da ufficiale… Ma ciò che costituisce il mordente del libro e lo straordinario verismo, la «fedeltà» quasi cinematografica delle esperienze militari del protagonista. I sergenti cattivi, le marce le esercitazioni a fuoco, la terribile disciplina, la solidarietà fra commilitoni sono cose che molti lettori conosceranno per averle provate di persona. Ma qui anche la «tuta potenziata» l’arma tuttofare della fanteria spaziale, anche i lanci dall’astronave, i rastrellamenti a «saltamontone», le offensive contro i «pelleossa» e i «ragni» dei pianeti nemici sono descritti con una bravura da grande documentarista. Ed è l’apparenza realistica di queste avventure di guerra a renderle più persuasive e soprattutto più drammatiche e avvincenti.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1960.
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Sarei rimasto lì all’infinito, se non fosse passato un agente. Ci squadrò, me e i miei compagni, e sorrise: — Salve, ragazzi. Vi divertite?

Diedi un’occhiata al nastrino che aveva sul petto, e ne rimasi addirittura impressionalo. — Signorsì.

— Con me potete lasciar perdere il “signore”. Ragazzi, perché non andate al circolo militare? Qui non c’è molto da vedere. — Ci diede l’indirizzo indicandoci la direzione, e noi ci avviammo da quella parte: Pat Leivy, Micio Smith e io. L’agente ci gridò: — Divertitevi, figlioli… e attenti a non mettervi nei guai. — Le stesse parole che ci aveva detto Zim mentre salivamo sulla corriera.

Ma non andammo al circolo. Pat Leivy aveva vissuto a Seattle, da ragazzo, e voleva rivedere la sua vecchia casa. Aveva denaro con sé e si offrì di pagarci il biglietto dell’autobus se l’avessimo accompagnato. Per me andava benissimo: le corriere passavano ogni venti minuti e i nostri permessi non erano limitati alla città di Vancouver. Anche Smith fu d’accordo.

Seattle non era molto diversa da Vancouver, e anche là c’erano dappertutto belle ragazze. Mi divertivo. Però la città non era abituata a vedere circolare militari in gruppi, e così ci scegliemmo un posticino dimesso per mangiare un boccone: un bar-ristorante, vicino al porto. Nemmeno là la nostra presenza parve troppo gradita.

Bevemmo pochissimo, potete credermi. D’accordo, Micio Smith aveva chiesto due volte che gli portassero una birra, insieme alla cena. Era un tipo sempre gentilissimo e cordiale. Non per niente si era procurato quel soprannome! La prima volta che ci eravamo esercitati in un corpo a corpo, il caporale Jones gli aveva detto con aria disgustata: — Non puoi picchiarmi più forte? Sembri un micio! — E il soprannome gli era rimasto.

Be’, eravamo gli unici tre in divisa in tutto il locale. Gli altri clienti erano quasi tutti marinai della Marina mercantile. Seattle è un porto di grande rilevanza. Allora non lo sapevo ancora, ma pare che i marinai civili non abbiano simpatia per noi. In parte è dovuto al fatto che le loro organizzazioni hanno tentato a più riprese di essere equiparate al Servizio federale, ma senza successo, in parte si tratta di una ruggine che risale molto indietro nei secoli.

Nel locale c’erano alcuni giovanotti più o meno della nostra età, l’età giusta per prestare il servizio militare, solo che non erano soldati, capelli lunghi, trasandati e quell’aria un po’ sporca. Be’, suppongo che avessero più o meno lo stesso aspetto che avevo io prima di arruolarmi.

A un certo punto ci accorgemmo che al tavolo dietro al nostro, due di quei teppisti e due marinai (a giudicare dagli abiti) si stavano scambiando commenti su di noi a voce alta. Non starò a ripeterveli.

Non dicemmo niente. Dopo un po’, quando le osservazioni si fecero più personali e le risate più forti, e tutti gli altri avventori si erano fatti attenti per vedere come andava a finire la cosa, Micio mi bisbigliò: — Andiamocene di qua, eh?

Guardai Pat Leivy, che assentì. Non dovevamo neppure chiedere il conto: era uno di quei locali dove si paga appena si è serviti. Uscimmo.

I quattro ci seguirono.

Pat mi bisbigliò: — Stai pronto. — Continuammo a camminare senza voltarci.

Ci caricarono all’improvviso. Assestai al mio aggressore un colpo sul collo, mi scansai per permettergli di finire lungo disteso a terra e mi voltai per aiutare i miei compagni. Ma era già tutto fatto. Quattro assalitori, tutti e quattro ko. Micio ne aveva atterrati due in una volta, e Pat era riuscito ad arrotolare il suo intorno a un lampione grazie a un pugno di gran classe.

Qualcuno, forse il proprietario del bar, doveva avere chiamato la polizia appena ci eravamo alzati per uscire. Infatti due agenti arrivarono quasi immediatamente, mentre stavamo ancora contemplando le quattro figure inanimate. Quello doveva essere uno dei quartieri più malfamati della città.

Il più anziano dei due poliziotti voleva che sporgessimo denuncia, ma nessuno di noi tre volle farlo: Zim ci aveva ordinato di “tenerci fuori dai guai”. Micio Smith assunse la sua solita espressione da ragazzino ingenuo e sgranando gli occhi dichiarò: — Credo che abbiano inciampato in qualcosa, agente.

— Lo credo anch’io — rispose il poliziotto più anziano, e tolto un coltello dalla mano del mio avversario steso al suolo ne spezzò la lama contro lo spigolo del marciapiede. — Be’, ragazzi, farete meglio ad affrettare il passo. Qui siamo in periferia.

Ce ne andammo. Ero contento che né Pat né Micio avessero sporto denuncia. Per un civile è una brutta faccenda assalire un membro delle Forze armate. Ma a che scopo denunciare quei quattro? Certo, ci avevano aggrediti, però si sarebbero risvegliati con parecchi lividi. Così il conto era saldato.

È un’ottima cosa che in libera uscita non ci lascino portare armi e ci abbiano addestrato a ridurre all’impotenza l’avversario senza ammazzarlo. Altrimenti chissà come poteva finire, perché avevamo agito unicamente per riflesso condizionato. Infatti io non avevo pensato affatto alla possibilità di un’aggressione fino all’istante in cui ce li eravamo trovati addosso. Poi li avevo visti tutti e quattro stesi a terra, senza neanche rendermi conto di com’era andata. Fu così che mi accorsi per la prima volta di quanto ero cambiato.

Raggiungemmo la stazione degli autobus e prendemmo la corriera per il ritorno.

Cominciammo a esercitarci nei lanci appena trasferiti al campo Spooky. Uno squadrone alla volta, a turno (un intero squadrone, vale a dire una compagnia), veniva trasportato in corriera fino alle praterie a nord di Walla Walla e quindi condotto nello spazio, effettuava un lancio, eseguiva l’esercitazione e tornava alla base appena risuonava il segnale di adunata. Una giornata di lavoro. Dato che eravamo otto compagnie, riuscivamo a fare circa un lancio alla settimana. Ma continuavamo a diminuire di numero via via che i lanci si facevano più difficili: sulle montagne, sui ghiacci dell’Artico, sul deserto australiano e l’ultimo, prima di terminare il corso, sulla Luna dove la capsula viene scagliata da soli trenta metri ed esplode nell’attimo in cui viene espulsa.

Sulla Luna bisogna stare molto attenti ad atterrare con la sola tuta (niente aria, niente paracadute). Un cattivo atterraggio può danneggiare il respiratore e costare la vita.

La diminuzione del numero degli effettivi dipendeva in parte dagli incidenti (morti e feriti gravi), e in parte dal semplice rifiuto di alcuni a entrare nella capsula. Costoro non si beccavano nemmeno la solita paternale: con un cenno li facevano uscire dai ranghi e la sera stessa venivano congedati definitivamente. Perfino un uomo che aveva già fatto parecchi lanci poteva venir preso dal panico e rifiutarsi di riprovare. Gli istruttori lo trattavano con la massima cortesia, come si fa con un amico che si è ammalato e non guarirà mai più.

Io non mi rifiutai mai di entrare nella capsula, ma imparai che cos’è il terrore più assoluto. Ogni volta mi riprendeva la tremarella, e credevo di non farcela per la paura. Mi succede ancora, del resto.

Ma non si è della Fanteria spaziale mobile, se non ci si lancia.

C’è un aneddoto, probabilmente inventato, a proposito di un membro del corpo in gita turistica a Parigi. Mentre visita Les Invalides, davanti alla tomba di Napoleone chiede alla guida francese: — Chi è?

Il francese rimane ovviamente scandalizzato. — Monsieur, questa è la tomba di Napoleone Bonaparte, il più grande soldato di tutti i tempi!

— Sul serio? — dice il fante, dopo averci pensato un attimo. — Dove ha fatto i suoi lanci?

È una storiella inventata, ovviamente, perché la lapide sulla tomba racconta per filo e per segno chi era Napoleone. Ma serve a chiarire il punto di vista dei fanti spaziali mobili.

Finalmente, arrivammo alla fine del corso.

Mi accorgo adesso di avere omesso molti fatti. Non ho detto una parola sulle nostre armi, nulla su quella volta in cui piantammo lì tutto e lavorammo tre giorni per spegnere l’incendio scoppiato in una foresta.

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