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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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— Volevo proporre — disse tranquillamente Elene, — di dare a Josh l’autorizzazione a chiamare l’appartamento. I guai non rispettano gli orari d’ufficio, e uno di noi potrebbe essere in grado di sbrogliare la situazione. Legalmente, siamo i tuoi garanti. Se non riesci a metterti in comunicazione con Damon, chiama il mio ufficio.

Talley accettò con un cenno del capo. Gli schermi continuavano a girare vorticosamente. Per lungo tempo non dissero nulla; ascoltarono la musica, ordinarono ancora da bere.

— Sarebbe bello — disse finalmente Elene, — se alla fine della settimana venissi a cena da noi… se te la senti di affrontare la mia cucina. Giocheremo a carte. Tu sai giocare, sicuramente.

Gli occhi di Talley deviarono lievemente verso Damon, come per chiedere la sua approvazione. — È una vecchia abitudine — disse Damon. — Una volta al mese, mio fratello e sua moglie scambiano i turni con noi. Loro lavoravano l’altergiorno… sono stati trasferiti sulla Porta dell’Infinito, dopo l’inizio della crisi. Josh sa giocare — disse a Elene.

— Bene.

— Non sono superstizioso — disse Talley.

— Non facciamo puntate — disse Elene.

— Verrò.

— Benissimo — disse lei; e dopo un momento, gli occhi di Josh si velarono. Cercò di reagire, e subito si riprese. La tensione l’aveva abbandonato.

— Josh — disse Damon, — credi di farcela a uscire di qui?

— Non ne sono sicuro — disse Talley, turbato.

Damon si alzò, e anche Elene; cautamente, Talley si scostò dal tavolo e si avviò tra loro… non erano stati i due bicchieri, pensò Damon, ma gli schermi e lo sfinimento. Talley si riprese quando fu nel corridoio e parve trattenere il respiro nella luce e nella stabilità. Tre indigeni li guardarono con gli occhi sgranati al di sopra delle maschere.

Lo accompagnarono all’ascensore e poi fino alla sezione rossa; lo riportarono oltre le porte di vetro e lo riaffidarono all’ufficio di sicurezza. Ormai era altergiorno e la guardia di turno era uno dei Muller.

— Lo sistemi lei — disse Damon. Talley passò oltre il banco, si voltò a guardarli con strana intensità, fino a quando la guardia tornò indietro e lo condusse via, lungo il corridoio.

Damon cinse Elene con un braccio e insieme si avviarono verso casa. — Sei stata gentile a invitarlo — le disse.

— È ancora impacciato — disse Elene. — Ma chi non lo sarebbe? — Lo seguì nel corridoio, tenendolo per mano. — La guerra fa di questi brutti scherzi — disse. — Se un Quen si fosse salvato a Mariner… sarebbe stato così, dall’altra parte dello specchio, no? Per uno dei miei. Che Dio ci aiuti e lo aiuti. Potrebbe essere uno dei nostri.

Elene aveva bevuto più di lui… e in quei casi diventava triste. Damon pensò al bambino; ma non era il momento di affrontare certi argomenti. Le strinse la mano, le scompigliò i capelli, e proseguirono verso casa.

CAPITOLO SECONDO

STAZIONE CYTEEN: AREA DI SICUREZZA: 8/9/52

Marsh non era ancora arrivato, e neppure il suo bagaglio. Ayres si sistemò con gli altri, scelse la sua stanza fra le quattro che si aprivano, per mezzo di divisori scorrevoli, su un’area centrale: una struttura di bianchi pannelli mobili con intelaiature argentee. Anche i mobili erano montati su guide scorrevoli, sobri, funzionali, non molto comodi. Era il quarto cambiamento di alloggio che subivano negli ultimi dieci giorni; questo non era lontano dal precedente, non era visibilmente diverso, non era meno sorvegliato dai giovani manichini armati, onnipresenti nei corridoi… sempre così, durante tutti quei mesi che avevano trascorso lì prima che incominciassero i trasferimenti.

Non sapevano esattamente dov’erano, se si trattasse di una stazione vicino alla prima o in orbita attorno a Cyteen. Le domande ottenevano solo risposte evasive. Sicurezza, dicevano per spiegare i trasferimenti; e Pazienza. Ayres restava calmo davanti ai delegati suoi compagni, come restava calmo di fronte alle varie autorità militari e civili — ammesso che nella Confederazione esistesse una simile distinzione — che li interrogavano e con cui discutevano, singolarmente e in gruppo. Ayres aveva enunciato le ragioni e le condizioni della loro richiesta di pace fino a quando le inflessioni della sua voce erano diventate automatiche, e ormai aveva imparato a memoria le risposte dei suoi compagni alle stesse domande; in effetti era diventata una specie di recita fine a se stessa, che avrebbero potuto continuare in eterno, fino al limite della pazienza dei loro ospiti. Se avessero negoziato sulla Terra, avrebbero desistito ormai da parecchio, disgustati, avrebbero usato altre tattiche; lì non era possibile. Erano vulnerabili, facevano quel che potevano. I suoi compagni s’erano comportati bene in quelle circostanze spiacevoli… tranne Marsh. Marsh diventava sempre più nervoso, teso e irrequieto.

E naturalmente, i confederati dedicavano la loro attenzione soprattutto a Marsh. Quando li interrogavano ad uno ad uno, Marsh restava assente più a lungo; le ultime quattro volte che li avevano trasferiti, Marsh era stato l’ultimo ad arrivare. Bela e Dias non avevano fatto commenti; non discutevano e non facevano ipotesi. Ayres non disse niente, sedette su una delle tante sedie nel soggiorno dell’appartamento e guardò, sull’immancabile televisore, la trasmissione propagandistica che i confederati offrivano come svago; una trasmissione a circuito chiuso, oppure un’emittente locale, che comunque rivelava una mentalità incredibilmente refrattaria alla noia… avvenimenti ormai vecchi di anni, che enumeravano le presunte atrocità commesse dall’Anonima e dalla sua Flotta.

Ayres aveva già visto tutto quanto, altre volte. Avevano chiesto le trascrizioni dei loro colloqui con le autorità locali, ma la risposta era stata negativa. Il materiale per effettuare tali trascrizioni, persino la carta per scrivere, era stato sottratto dai loro bagagli, e le loro proteste erano state ignorate. Quella gente non aveva il minimo rispetto per le tradizioni diplomatiche… era tipico della situazione, pensò Ayres, di un’autorità sostenuta da quei giovani delinquenti armati con gli occhi invasati, pronti a recitare i regolamenti. Erano proprio loro a fargli più paura, quei giovani con gli occhi indemoniati e le facce troppo eguali. Fanatici, perché sapevano solo quello che veniva instillato nelle loro teste. Condizionati, probabilmente in modo irrazionale. Non parlate con loro, aveva avvertito i suoi compagni. Fate quello che vi dicono, e discutete soltanto con i loro superiori.

Ormai aveva perso il filo della trasmissione. Si guardò intorno, verso Dias che sedeva con gli occhi fissi sullo schermo, verso Bela impegnato in un gioco di logica con pezzi improvvisati. Furtivamente, Ayres diede un’occhiata al suo orologio, che aveva cercato di sincronizzare sull’ora dei confederati: non era la stessa della Terra, e neppure di Pell, né quella standard dell’Anonima. Un’ora di ritardo, ormai. Un’ora, da quando erano arrivati lì.

Si morse le labbra, rivolse ostinatamente i suoi pensieri a quel che appariva sullo schermo: era soltanto un anestetico, e neppure molto efficace; si erano abituati alle calunnie. Se doveva servire a irritarli, falliva lo scopo.

Alla fine, la porta si aprì. Entrò Ted Marsh, portando le sue due valigie; riuscì a intravedere due giovani guardie armate nel corridoio. La porta si chiuse. Marsh entrò a occhi bassi, ma tutti i divisori delle camere da letto erano chiusi. — Quale? — domandò, non potendo fare a meno di fermarsi e di chiedere istruzioni.

— Dall’altra parte — disse Ayres. Marsh riattraversò la stanza e depose le valigie accanto alla porta. I capelli scuri gli cadevano disordinatamente sugli orecchi; il colletto era gualcito. Non li guardava. Tutti i suoi movimenti erano brevi e nervosi.

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