La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— Parlerò all’uomo che comanda la navetta — disse. — Voi e Hale sarete sistemati in parti diverse del veicolo. Non avrete guai, ve lo prometto.
— Buono-buono-buono — mormorò Satin, e lo abbracciò. Emilio le accarezzò la spalla, si voltò e ricevette un abbraccio anche da Denteazzurro, che lui ricambiò con una carezza sul pelame ruvido. Li lasciò e salì verso la cresta della collina, sul sentiero che portava al campo d’atterraggio, e si fermò ad osservare un gruppo di figure.
Miliko. Altri due. Tutti erano armati di fucile. Emilio provò un improvviso senso di sollievo al pensiero che aveva avuto qualcuno a proteggergli le spalle, dopotutto. Agitò la mano per indicare che era tutto a posto, e si affrettò a raggiungerli. Miliko gli venne incontro; l’abbracciò. I due compagni di Miliko si avvicinarono; erano due guardie scese dalla navetta. — Alcuni uomini saliranno con voi — disse Emilio. — Li ho congedati, e sto inoltrando rapporti a loro carico. Non voglio che tengano le armi. Ci sono anche alcuni indigeni, e non voglio che i due gruppi entrino in contatto, in nessun caso.
— Sì, signore. — Le due guardie non fecero commenti né sollevarono obiezioni.
— Potete tornare — concluse. — Mandate i nuovi arrivati da questa parte: è tutto a posto.
I due se ne andarono. Miliko tenne il fucile che s’era fatto prestare da qualcuno, e rimase stretta al suo fianco.
— La squadra di Hale — disse Emilio. — Li rispedisco tutti.
— Così resteremo senza guardie.
— Non sono stati i Q a causare il guaio. Chiamerò la stazione per informarli. — Sentì una stretta allo stomaco; incominciava la reazione. — Credo che ci abbiano visto sulla cresta. Forse è stato questo a fargli cambiare idea.
— La stazione ha ricevuto l’allarme. Ho pensato che fossero i Q. La navetta ha chiamato la centrale.
— Allora è meglio tornare al Centro Operativo e annullare l’allarme. — Scesero il pendio in direzione della cupola. Emilio si sentiva tremare le ginocchia.
— Io non c’ero — disse Miliko.
— Dove?
— Sulla cresta. Quando siamo arrivati lassù, abbiamo visto soltanto indigeni e Q.
Emilio imprecò, sorpreso di averla spuntata con il suo bluff. — Staremo meglio, senza Bran Hale — disse.
Arrivarono all’avvallamento tra le colline, attraversarono il ponte che scavalcava le tubature dell’acqua e risalirono, di nuovo verso il Centro Operativo. Un medico si occupava del ragazzo, e due tecnici armati di pistole sorvegliavano nervosamente i Q che l’avevano accompagnato fin lì. Emilio rivolse loro un cenno negativo. Cautamente, i due tecnici riposero le pistole, sentendosi a disagio.
Scrupolosamente neutrali, pensò Emilio. Si sarebbero schierati con chiunque avesse vinto il confronto là fuori; non l’avrebbero aiutato. Non provava collera per questo, solo disappunto.
— Tutto bene, signore? — chise Jim Ernst.
Lui annuì, si fermò a guardare, con Miliko al fianco. — Chiami la stazione — disse dopo un momento. — L’allarme è revocato.
Si rannicchiarono insieme, nello spazio buio che gli umani avevano trovato per loro nel grande ventre vuoto della nave, un posto che echeggiava paurosamente del rumore dei macchinari. Dovevano usare i respiratori, e quello era il primo dei molti disagi che avrebbero dovuto affrontare. Si legarono alle maniglie, come avevano detto gli umani, per sicurezza, e Satin abbracciò Denteazzurro-Dalut-hos-me. Odiava l’atmosfera di quel luogo e il freddo e la scomodità del respiratore e soprattutto aveva paura perché gli umani avevano detto che dovevano rimanere legati. Non aveva pensato che le navi fossero fatte di pareti e tetti, e questo la impauriva. Non aveva immaginato che il volo delle navi fosse tanto violento da schiacciarli e ucciderli; aveva creduto che fosse libero, come quello degli uccelli, grandioso e delirante. Rabbrividì, mentre stava con la schiena appoggiata contro i cuscini forniti dagli umani, e cercò di frenare il brivido, e sentì che anche Denteazzurro tremava.
— Potremmo tornare indietro — disse lui, perché quella non era una sua scelta.
Satin non disse nulla, strinse i denti per resistere all’impulso di gridare che sì, dovevano tornare indietro, dovevano chiamare gli umani e dire che due piccoli, infelici indigeni avevano cambiato idea.
Poi venne il rumore dei motori. Satin sapeva cos’era… l’aveva udito spesso. Adesso lo sentiva… era un terrore che le scendeva fin nelle ossa.
— Vedremo il grande Sole — disse, quando ormai non era più possibile tornare indietro. — Vedremo la casa di Bennett.
Denteazzurro la strinse più forte. — Bennett — ripeté. Quel nome li confortava entrambi. — Bennett Jacint.
— Vedremo le immagini-spiriti di Lassù — disse lei.
— Vedremo il Sole. — C’era un grande peso che li opprimeva, la sensazione di muoversi e di venire schiacciati. La stretta di Denteazzurro le faceva male; e si aggrappava a lui con la stessa intensità. Pensò che forse sarebbero stati schiacciati dalla grande forza che gli umani riuscivano a sopportare, che forse gli umani li avevano dimenticati lì, nelle viscere buie della nave. Ma no, gli hisa andavano avanti e indietro, riuscivano a sopravvivere a quella grande forza e a volare, e a vedere tutte le meraviglie di Lassù, dove potevano guardare dall’alto le stelle, guardare in faccia il grande Sole, riempirsi gli occhi di cose belle.
Era questo che li attendeva. Ormai era primavera, ed entrambi erano in calore. Satin aveva scelto il suo Viaggio, il più lungo di tutti i viaggi, e quel luogo più in alto di tutti gli altri, dove lei avrebbe trascorso la sua prima primavera.
La pressione si attenuò; si tenevano ancora abbracciati, e sentivano ancora il movimento. Era un volo molto lungo, li avevano avvertiti; non dovevano liberarsi fino a quando non fosse venuto qualcuno a dirlo. Konstantin aveva spiegato loro cosa fare, e senza dubbio sarebbero stati al sicuro. Satin lo sentiva, con una fede che cresceva a mano a mano che la forza si attenuava e capì che ce l’avrebbero fatta. Erano in viaggio. Volavano.
Satin stringeva la conchiglia che le aveva regalato Konstantin, il dono che per lei segnava questo Tempo, ed era drappeggiata nella stoffa rossa che era il suo tesoro, la cosa più bella, l’onore che Bennett le aveva dato per nome. Si sentiva più sicura, con quelle cose e con Denteazzurro, per il quale provava un affetto crescente, un autentico legame, non il calore primaverile dell’accoppiamento. Lui non era il più grosso dei maschi, e tanto meno il più bello, ma era intelligente e acuto.
Non del tutto. Denteazzurro frugò in una delle sacche che aveva portato, tirò fuori un minuscolo ramoscello con le gemme sbocciate… alzò il respiratore per odorarlo, e lo offrì a Satin. Il ramoscello rappresentava il loro mondo, le rive del fiume e grandi promesse.
Satin sentì un’ondata di calore che la fece sudare, nonostante l’ambiente fosse gelido. Era innaturale, essere così vicina a lui e non avere la libertà della terra, lo spazio per correre, l’irrequietezza che l’avrebbe spinta sempre più lontano, nelle terre solitarie dove esistevano soltanto le immagini. Stavano viaggiando, in un modo strano e diverso, verso il grande Sole che guardava ogni cosa dall’alto, e quindi lei non doveva far nulla. Accettò le attenzioni di Denteazzurro, dapprima nervosamente, e poi con crescente disinvoltura, perché era giusto così. I giochi che li avrebbero tenuti occupati sulla superficie del pianeta, fino a quando lui fosse stato l’ultimo maschio deciso a seguirla dovunque andasse, non erano più necessari. Lui era quello che l’aveva seguita più lontano, ed era accanto a lei: era perfetto così.
Il moto della nave cambiò, si aggrapparono l’uno all’altra in un momento di paura, ma erano stati avvertiti, e quindi erano preparati a quella sensazione di grande stranezza. Scoppiarono a ridere e poi fecero all’amore e infine si rilassarono, presi dall’ebbrezza e dallo stordimento. Si meravigliarono del ramoscello fiorito che fluttuava nell’aria accanto a loro e che si muoveva quando, a turno, cercavano di colpirlo con le mani. Satin tese delicatamente il braccio e lo colse al volo e rise di nuovo lasciandolo andare.