La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
Che cosa devo dirgli? Ripensò alle domande inquietanti di Elene. Scusa? Scusa, non ho mai letto il tuo fascicolo? Spiacente di averti giustiziato… avevamo così poco tempo? Perdonami… di solito facciamo meglio di così?
Aprì la porta e Talley incontrò i suoi occhi, passandogli accanto. Niente accuse, niente amarezza. Lui non ricorda. Non può.
— Il tuo pass — disse Damon mentre si avviavano verso l’ascensore — è uno dei bianchi. Vedi i cerchi colorati accanto a quella porta? Ce n’è uno bianco. La tua carta è una chiave; anche il tuo numero di computer lo è. Se vedi un cerchio bianco, puoi accedere con la carta o il numero. Il computer l’accetterà. Non lo fare, se non c’è il bianco. Faresti suonare l’allarme, e quelli della sicurezza accorrerebbero. Tu conosci questi sistemi, vero?
— Capisco.
— Ricordi la tua abilità con i computer?
Qualche attimo di silenzio. — I computer militari sono specializzati. Ma ricordo in parte la teoria.
— Molto?
— Se sedessi davanti a un quadro… probabilmente ricorderei.
— Ti ricordi di me?
Erano arrivati all’ascensore. Damon premette i pulsanti per la chiamata privata, un privilegio della sua autorizzazione di sicurezza; non voleva trovarsi in mezzo alla folla. Si voltò, e incontrò lo sguardo perso nel vuoto di Talley. Gli adulti normali deviavano lo sguardo, sbirciavano di qua e di là, fissavano questo o quel dettaglio. Lo sguardo di Talley non aveva quei movimenti: era come quello di un pazzo, o di un bambino, o dell’effigie di un dio.
— Ricordo che me l’hai già domandato — disse Talley. — Tu sei uno dei Konstantin. Siete i padroni di Pell, no?
— Non siamo i padroni. Ma siamo qui da molto tempo.
— Io no, vero?
Un velo di preoccupazione. Che cosa significa, si chiese Damon, con un brivido, che cosa significa sapere che hai perduto una parte della tua mente? Come può esserci qualcosa di coerente? — Ci siamo incontrati quando sei arrivato qui. Dovresti saperlo… Sono stato io ad acconsentire all’Adattamento. Ufficio Legale. Ho firmato io i documenti.
Talley ebbe un lieve tremito. L’ascensore arrivò; Damon allungò la mano per tenere aperta la porta. — Tu mi hai dato i documenti — disse Talley. Entrò; Damon lo seguì, e lasciò che la porta si chiudesse. L’ascensore cominciò a muoversi verso il settore verde. — Continuavi a venirmi a trovare. Eri tu che venivi così spesso… non è vero?
Damon alzò le spalle. — Non sono stato io a volere che ciò accadesse; non pensavo che fosse giusto. Lo capisci?
— Vuoi qualcosa da me? — C’era una disponibilità implicita nel tono, almeno un’acquiescenza…
Damon ricambiò lo sguardo. — Forse il tuo perdono — disse, cinicamente.
— Questo è facile.
— Davvero?
— È per questo che venivi? È per questo che venivi a trovarmi? Perché mi hai invitato a venire con te, adesso?
— Tu che ne pensi?
Lo sguardo di Talley si rabbuiò un poco, e parve mettere a fuoco gli oggetti. — Non posso saperlo. Sei stato gentile a venire.
— Pensavi che potesse non essere una gentilezza?
— Non so quanta memoria mi sia rimasta. So che ci sono lacune. Avrei potuto conoscerti prima. Potrei ricordare cose che non sono vere. Non importa. Tu non mi hai fatto niente, vero?
— Avrei potuto impedirlo.
— Sono stato io a chiedere l’Adattamento… non è così? Mi sembrava di averlo chiesto.
— Lo hai chiesto, sì.
— Allora c’è qualcosa che ricordo esattamente, O forse me lo hanno detto. Non lo so. Devo proseguire con te? Oppure è questo, tutto ciò che volevi?
— Preferisci non andare?
Talley batté più volte le palpebre. — Pensavo… quando non stavo bene… che forse avrei anche potuto conoscerti. Allora non avevo memoria. Ero contento che tu venissi. Eri qualcuno… fuori da quelle pareti. E i libri… grazie per i libri. Mi ha fatto molto piacere averli.
— Guardami.
Talley lo guardò, prontamente, con una leggera apprensione.
— Voglio che tu venga. Mi farebbe piacere. È tutto.
— Dove avevi detto? Per conoscere tua moglie?
— Per conoscere Elene. E per vedere Pell. Il suo aspetto migliore.
— Va bene. — Talley continuò a guardarlo. Lo sguardo sfuggente, pensò… era una difesa; una fuga. Lo sguardo diretto denotava fiducia. Da parte di un uomo con tante lacune nella memoria, la fiducia era totale.
— Ti conosco — disse Damon. — Ho letto gli incartamenti dell’ospedale. So di te cose che non so neppure di mio fratello. Credo sia giusto dirtelo.
— Tutti li hanno letti.
— Tutti… chi?
— Tutti quelli che conosco. I dottori… tutti, al centro.
Damon rifletté. Gli ripugnava il pensiero che qualcuno dovesse subire una simile intrusione. — Le trascrizioni verranno cancellate.
— Come me. — L’ombra di un sorriso sulla bocca di Talley lasciava trapelare una profonda tristezza.
— Non è stata una ricostruzione totale — disse Damon. — Lo capisci?
— So solo quello che mi hanno detto.
L’ascensore si stava lentamente fermando nella sezione verde uno. Le porte si aprirono su uno dei corridoi più affollati di Pell. Altri passeggeri volevano entrare; Damon prese Talley per un braccio e lo condusse fuori. Alcune teste si girarono, tra la folla: la vista di uno sconosciuto dall’aspetto insolito, la faccia di un Konstantin… blanda curiosità. Le voci continuarono, indisturbate. Dal salone arrivava la musica: note esili e dolci. Nel corridoio c’erano alcuni indigeni, intenti ad occuparsi di certe piante che erano state collocate in quell’ambiente. Lui e Talley seguirono la direzione in cui si muoveva la folla, mimetizzandosi fra di essa.
Il corridoio si aprì sul salone; era buio, e l’unica luce veniva dagli schermi enormi che formavano le pareti; visioni delle stelle, la falce della Porta dell’Infinito, il fulgore filtrato del sole, i moli inquadrati dalle telecamere esterne. La musica era vellutata, una magia di suoni elettronici con accordi e talvolta il tremolio dei bassi, in perfetto equilibrio con il tono sommesso della conversazione ai tavoli che riempivano il centro della sala a semicerchio. Gli schermi cambiavano con l’incessante rotazione di Pell, e di tanto in tanto le immagini passavano da uno all’altro di quegli schermi che si innalzavano dal pavimento all’alto soffitto. Solo il pavimento, le minuscole figure umane e i tavoli erano immersi nel buio.
— Quen-Konstantin — disse Damon alla giovane donna al banco d’ingresso. Subito un cameriere si fece avanti per guidarli al tavolo prenotato.
Ma Talley s’era fermato. Damon si voltò indietro e lo vide girare gli occhi sugli schermi, con un’espressione estatica. — Josh — disse Damon, e quando l’altro non reagì lo prese gentilmente per il braccio. — Da questa parte. — L’equilibrio abbandonava alcuni di coloro che venivano in quel luogo per la prima volta, per il disagio causato dalla lenta rotazione delle immagini che giganteggiavano sui tavoli. Continuò a tenerlo per il braccio fino al tavolo, un ottimo posto al margine esterno, con una vista magnifica degli schermi.
Quando li vide arrivare, Elene si alzò. — Josh Talley — disse Damon. — Elene Quen, mia moglie.
Elene batté le palpebre. Quasi tutti reagivano così, nel vedere Talley. Gli tese lentamente la mano, e lui la strinse. — Josh, va bene così? Chiamami Elene. — Tornò a sedersi, e i due uomini la imitarono. Il cameriere indugiò, in attesa delle ordinazioni. — Un altro — disse lei.