La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— È qui dove vive il Sole — disse Denteazzurro. Lei pensò che doveva essere così, immaginò il Sole che aleggiava maestoso nell’alone della sua potenza; e loro nuotavano in quella luce, verso Lassù, la casa metallica degli umani che tendeva loro le braccia. E poi fecero di nuovo all’amore, tra sussulti di gioia.
Dopo molto, molto tempo ci fu un altro cambiamento: piccole tensioni delle cinghie, appena avvertibili, e a poco a poco ricominciarono a sentire il loro peso.
— Stiamo scendendo — pensò Satin a voce alta. Ma rimasero tranquilli, ricordando le istruzioni ricevute; dovevano aspettare che un umano venisse ad annunciare che era tutto a posto.
E poi vi fu una serie di scossoni e di rumori terribili, e si abbracciarono convulsamente; ma adesso il pavimento era solido, sotto di loro. L’altoparlante echeggiò di voci umane che impartivano istruzioni, e nessuna di quelle voci sembrava spaventata; avevano piuttosto il solito tono degli umani, concitato e serio. — Credo che sia tutto a posto — disse Denteazzurro.
— Dobbiamo stare fermi — gli ricordò lei.
— Si dimenticheranno di noi.
— Non si dimenticheranno — disse Satin, ma anche lei aveva qualche dubbio, perché quel posto era così buio e desolato, e c’era solo una piccola luce, sopra di loro.
Vi fu un terribile clangore metallico. La porta da cui erano entrati si aprì, e non apparve una visione di colline e foreste, ma una stretta galleria snodata, che li investì con un soffio di aria gelida.
Si avvicinò un uomo vestito di marrone, con un megafono in mano. — Venite — disse, ed essi si affrettarono a slegarsi. Satin si alzò e si accorse che le tremavano le gambe; si appoggiò a Denteazzurro, e anche lui vacillò.
L’uomo porse loro dei doni: cordoncini argentei da indossare. — I vostri numeri — disse. — Teneteli sempre. — Scrisse i loro nomi e indicò il corridoio. — Venite come me. Registreremo il vostro arrivo.
Lo seguirono lungo quel corridoio spaventoso, in un luogo simile al ventre della nave, metallico e freddo, ma molto più vasto. Satin si guardò intorno, rabbrividendo. — Siamo in una nave più grande — disse. — Anche questa è una nave. — Poi, all’umano: — Uomo, noi in Lassù?
— Questa è la stazione — disse l’umano.
Una sensazione di gelo sfiorò il cuore di Satin. Aveva sperato di vedere e di sentire il caldo del Sole. Si disse di avere pazienza, che queste cose sarebbero venute poi, che sarebbe stato ugualmente bellissimo.
L’appartamento era stato messo in ordine, gli oggetti sparsi erano stati riposti in grosse ceste. Damon infilò la giacca e si raddrizzò la cravatta. Elene si stava ancora vestendo, e si guardava preoccupata i fianchi non più troppo snelli. Era il secondo abito che provava. Sembrava che anche questo la deludesse. Damon si portò alle sue spalle, la abbracciò dolcemente e cercò i suoi occhi nello specchio. — Sei bellissima. E se anche si vede un po’?
Elene guardò le due immagini riflesse, e la sua mano sfiorò quella di Damon. — Sembra quasi che stia ingrassando.
— Sei meravigliosa — disse lui, aspettandosi un sorriso. Nello specchio, il viso di lei rimase ansioso. Damon indugiò un momento, e la tenne stretta, perché sembrava che lei lo desiderasse. — Tutto bene? — le chiese. Forse Elene aveva esagerato, s’era data anche troppo da fare, s’era procurata roba speciale allo spaccio… quella serata la innervosiva, pensò. Per questo era tesa. Per questo si agitava per le piccolezze. — Ti sconvolge tanto, avere qui Talley?
Le dita di Elene sfiorarono le sue. — Non credo. Ma non so bene che cosa potrò dirgli. Non ho mai avuto un ospite confederato.
Damon lasciò ricadere le braccia, la guardò negli occhi, quando lei si voltò. Quei preparativi… tutta l’ansia. Non era entusiasmo. Aveva temuto che fosse così. — L’hai proposto tu; ti avevo chiesto se eri sicura. Elene, se ti senti a disagio…
— Hai questo peso sulla coscienza da più di tre mesi. Dimentica i miei scrupoli. Sono curiosa; non dovrei esserlo?
Damon sospettava… quell’eccessiva condiscendenza nei suoi confronti, quell’equilibrio tipico di Elene; gratitudine, forse; o il suo modo di dirgli che le stava a cuore. Ricordava le lunghe serate, Elene che rimuginava da una parte del tavolo, lui dall’altra, lei con il peso dell’Estelle, lui con il peso delle vite di cui decideva. Aveva parlato di Talley, una notte, finendo poi invece per ascoltare lei; e quando era capitata l’occasione… era un gesto tipico di Elene; non ricordava di averle confidato altri problemi, oltre a quello. Perciò lei l’aveva preso a cuore, aveva cercato di risolverlo, per quanto fosse difficile. Un confederato. Damon non aveva modo di sapere cosa provasse lei, in quelle circostanze. Aveva creduto di saperlo.
— Non guardarmi così — disse lei. — Sono incuriosita. Ma è la situazione. Che cosa si deve dire? Parlare dei tempi andati? Forse ci siamo già incontrati, signor Talley? Magari ci siamo sparati addosso? Oppure parlare delle famiglie… Come stanno i suoi, signor Talley? O dell’ospedale. Le piace il suo soggiorno su Pell, signor Talley?
— Elene…
— Me lo hai chiesto tu.
— Avrei voluto sapere che cosa provavi.
— Tu che cosa provi… sinceramente?
— Mi sento impacciato — confessò Damon, appoggiandosi al banco. — Ma, Elene…
— Se vuoi sapere come mi sento io… be’, sono a disagio. Semplicemente a disagio. Lui sta per venire qui, e dovremo intrattenerlo e, sinceramente, non so cosa faremo. — Elene si voltò verso lo specchio, si sistemò il vestito sui fianchi. — Ecco che cosa penso. Spero che si sentirà a suo agio e che sarà una serata piacevole.
Damon l’immaginava in un modo diverso… lunghi silenzi. — Devo andare a prenderlo — disse. — Mi starà aspettando. — E poi, con un pensiero più lieto: — Perché non saliamo nel salone? Lascia perdere i preparativi, qui. Potrebbe facilitare le cose, se non saremo costretti a fare la parte dei padroni di casa.
Gli occhi di lei s’illuminarono. — Vi aspetto là? Prenderò un tavolo. Non c’è niente che non possa rimanere in frigo.
— E allora fai così. — Damon la baciò sull’orecchio, le batté una mano sulla spalla e uscì in fretta per arrivare in tempo all’appuntamento.
L’ufficio sicurezza mandò a chiamare Talley, e lui arrivò subito… un vestito nuovo, e così tutto il resto. Damon gli andò incontro e tese la mano. Il sorriso sul volto di Talley cambiò quando gli strinse la mano, un sorriso che svanì subito.
— Sei già stato dimesso — gli disse Damon che ritirò dal banco un piccolo portafogli di plastica e glielo porse. — Quando rientrerai, questo renderà tutto automatico. Sono i tuoi documenti d’identità e la tua carta di credito, e un foglietto con il numero del computer. Impara a memoria il numero e distruggi il foglietto.
Talley guardò i documenti, visibilmente commosso. — Sono stato dimesso? — Evidentemente il personale non glielo aveva detto. Gli tremavano le dita, mentre scorrevano sulle parole stampate. Le fissò, lentamente, per assorbirle, fino a quando Damon gli toccò la manica, e lo condusse lontano dal banco, lungo il corridoio.
— Hai un ottimo aspetto — disse Damon. Era vero. Le loro immagini erano riflesse nelle porte davanti a loro, in chiaroscuro: la sua figura, solida, bruna, aquilina, e il pallore di Talley, come un’illusione. All’improvviso pensò a Elene, sentì una vaga insicurezza alla presenza di Talley, nel confronto che metteva in luce tutti i propri difetti… non solo il suo aspetto, ma anche quella personalità che lo guardava con innocenza… che era sempre stata innocente.