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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Il signor Nicolosi Giacomo era un quarantino nirbuso e grevio. Dichiarò che datosi che travagliava in Germania, lui alla picciotta non aviva avuto scascione d’accanoscerla pirsonalmenti. La picciotta era stata a servizio otto misi durante i quali lui non aviva potuto mettere pedi in Italia, so’ mogliere l’aviva voluta pirchì in casa tiniva dù figli nichi e i soceri sittantini. So’ mogliere gli aviva ditto di rifiriri che Rosanna Monaco aviva sempri travagliato beni e sirmi era voluta andare di volontà so’. Non avivano armi in casa. Pirchì era vinuto lui in commissariato invece della signora che ne sapiva cchiù assai di lui? Pirchì mai e po’ mai avribbi pirmisso che la so’ signura s’apprisintava in un commissariato come a una buttanazza qualisisiasi.

La signora Filippazzo Concita monologò controcorrente.

«Che Rosanna era una gran bagascia iu me ne addunai subito. Ho l’occhio finu, iu. Nonsi, le facenne di casa, puliziari, lavari ’n terra, fari ’a cucina, stirari, nenti da diri. Ma bagascia era. In prìmisi, la duminica non andava in chiesa e mancu si faciva la Comunioni. In secùndisi, bastava vidiri comu si faciva taliare da me’ maritu e da me’ figliu. Certu, eranu iddri a taliarla, ma iddra, Rosanna, si faciva taliari. Una vota, signor commissario, trasii in cucina ca me’ maritu si era fattu fari un cafè. La sapi una cosa? Me’ maritu con una manu tiniva la tazzina, mentri cu l’autra accarizzava ’u culu della picciotta. Nonsi, iu nun fici burdellu, me’ maritu è fattu accussì, accarizzarebbi macari ’u culu a una triglia. Ma la facenna qualichi misi appresso addivintò gravi. Iu haiu un figliu, Gasparinu, che all’èbica tiniva diciottanni. Una vota ca Rosanna stava rifacennu ’u lettu nella cammara di Gasparinu, iu vitti alla picciotta calata avanti e darrè me’ figliu ca ci accarizzava ’u culu. Ora iu m’addumannu e dicu: la picciotta aviva ‘u culu fattu di miele ca tutte le mano ci ristavano supra ’mpiccicate? Doppu stu fattu la ittai fora di casa a ’sta gran bagascia. Nonsi, mentri stava cu nuautri nisciuno le tilifonò. Armi?! Ca quali!»

«Perché ha domandato se avevano armi in casa?» spiò Fazio che era arrivato un momento prima che il signor Nicolosi principiasse la sua deposizione e si era fermato fino alla fine.

«Rosanna mi ha detto che l’arma gliela ha fatta avere Cusumano attraverso un tale del quale lei non conosce il nome. E se le cose non sono andate così? Se è stata lei a rubare l’arma da una casa dove stava a servizio? E poi l’ha detto a Pino per dimostrare la sua disponibilità? Sostanzialmente non cangia niente, ma la posizione di lei si aggraverebbe.»

«Si sono presentati tutti?»

«Manca una famiglia.»

«Mi spiega come ha fatto a saperlo?»

«Mettendo in fila le date. Rosanna, in questi ultimi quattro anni, ha travagliato, nell’ordine, da Trupiano, Filippazzo, Nicolosi, Corso e Pimpigallo. Tra l’una e l’altra di queste famiglie ci sono piccoli intervalli di tempo, il più lungo è tra Trupiano e Filippazzo. E si spiega con l’aborto e le sue conseguenze. Mancano gli ultimi undici mesi, non sono coperti. Ma la signora Pimpigallo ha dichiarato che Rosanna le aveva detto che sarebbe andata a servizio dalla signora Siracusa perché le offriva di più. Però nessuno dei Siracusa si è presentato. Tu ne sai qualcosa?»

«Nonsi, dottore. Ma posso informarmi.»

«Fallo subito. Dove sei stato tutto il doppopranzo?»

«A mia questa cosa che Pinu Cusumano non si trova mi feti, mi puzza. Ho domandato. Sono riuscito ad avere la conferma che veramente non è in paese. Più di questo non so. Ah, dottore, quasi quasi me lo scordavo. Dal carcere di Montelusa hanno confermato che Rosanna è andata a trovare Cusumano tre giorni avanti che venisse rimesso in libertà.»

«Ma non c’è bisogno di una domanda scritta?»

«Certo, e lei l’aviva fatta un misi prima.»

«Ma se non sa scrivere! Come l’ha firmata?»

«Un tale ha firmato per garanzia.»

«E come si chiama questo tale?»

«Firma illeggibile, dottò.»

Nisciuto Fazio, doppo tanticchia trasì Gallo.

«Dottore, le ho portato Pino Dibetta. Devo assistere macari io?»

«Se vuoi.»

«Preferisco di no. è troppo amico, non voglio ’mbarazzarlo.»

Pino Dibetta era poco più che vintino. Un picciotto chiuttosto àvuto, elegante di natura so’ e tanticchia prioccupato d’essere stato convocato in commissariato.

«A disposizione» disse ubbidendo all’invito di Montalbano ad assittarsi.

«Senti» attaccò Montalbano, «tu ne sai niente di…»

«No, niente» fece pronto l’altro.

E si muzzicò le labbra, si era addunato di aviri fatto una fissarìa. Continuò, per giustificarsi:

«Io con la storia delle gomme tagliate alla macchina del caporeparto non ci traso propio nenti.»

«Ma io me ne sto catafottenno della macchina del caporeparto!»

«Davero?»

«Davvero.»

«E allura pirchì mi fece chiamare?»

«Per una storia vecchia di qualche anno. Che riguarda a tia e a una picciotta che si chiama Rosanna Monaco.»

«Che successe?»

«No, sono io a domandarti che successe.»

«Commissario, io l’accanuscii al mercato, allura aiutavo a un me’ ziu che aviva un bancu di frutta e virdura. Mi piaci. E io pure, a iddra. Mi disse che travagliava presso una famiglia… ora non m’arricordo…»

«Trupiano.»

«Ecco, sì. Mi dette ’u telefono ch’aviva ’mparato a memoria, non sapiva né leggiri né scriviri. E accussì io accomenzai a chiamarla.»

«E quando aveva finito di lavorare vi vedevate.»

«Sissi.»

«Dove andavate?»

«Campagne campagne. Ma potevamo stare picca, lei voliva tornare presto a la casa.»

«Che capitò tra di voi?»

«In che senso?»

«Nel senso che hai capito benissimo.»

«Cose di picciotti, vasati, tuccate… nenti di cchiù.»

«Lei non voleva?»

Pino Dibetta arrussicò.

«Commissario, Rosanna manco aviva quinnici anni però era fìmmina fatta, una beddra fìmmina, ma…»

«Ma?»

«Aviva la testa… ragiunava come una picciliddra di cinco anni. Io mi scantava delle conseguenze, capace che si metteva a contare a tutti che noi due avivamo fatto la cosa…»

«E l’hai lasciata.»

«Nonsi, commissario, iu non la voliva lassari.»

«E allora?»

«Una notti mentri iu stava tornanno a la me’ casa, venni pigliato a tradimento da dù che non potei arraccanosciri, erano ’nfaccialati. Mi infilarono la testa dintra a un sacco e mi fracassarono a lignati. Mi rumpero tri costoli e dù denti. Taliasse ccà, ’sta cicatrice sulla fronte: sette punti mi dettero. Prima di lassarmi ’n terra, uno mi disse: “E scordati a Rosanna Monaco”.»

«E tu?»

«Quanno fui in condizione di nesciri nuovamenti, telefonai al nummaro dei Trupiano. Ma qualcuno m’arrispunnì che Rosanna non travagliava più da loro e non sapivano dirmi indovi era andata. Iu a Rosanna la rivitti pi caso un setti misi appresso. Ma era stracangiata, sicca sicca…»

«Chi pensi sia stato ad aggredirti?»

«In prima, pinsai che erano i dù frati di Rosanna. Ma po’ mi spiai che motivo avivano… e non c’era manco bisogno di presentarsi ’nfaccialati per non farsi arraccanoscere… e pinsai macari ca i dù frati non erano cosa di fari accussì… potivano parlarmi se avivano qualichi cosa in contrario.»

«Allora, se non erano stati i due fratelli, secondo te chi erano?»

«Mah!»

«Può essere che Rosanna, mentre usciva con te, avesse qualche altro uomo? Macari un amante, un signore maritato che…»

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