La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Sì, ma qual è lo scopo di Cusumano?»
«Scusami, Fazio, ma tu non lo stai cercando? Avrà saputo del nostro interesse e ha messo le mani avanti.»
«Ma è sicuro, dottore? Perché io mi sono mosso con quatela, ho spiato sì, ma alle persone che ritenevo…»
«Credimi, non c’è altra spiegazione. Rifletti. Cusumano a quest’ora sicuramente sa che abbiamo fermato Rosanna. Sei d’accordo?»
«Sissi.»
«Poi tu te ne vai in giro a domandare di Cusumano. E questo che significa? Significa che Rosanna ha parlato, ci ha detto che Cusumano voleva che lei ammazzasse il giudice Rosato. E quindi corre ai ripari. è come se mi avesse mandato una lettera: “Stai attento alle tue prossime mosse”. La sai una cosa?»
«Nonsi.»
«Cusumano sarà nipote e figlio di mafiosi, mafioso lui stesso, ma è soprattutto una gran testa di minchia.»
La voglia sulla faccia di Nini Brucculeri ora tirava al verde. L’omo grasso trimava di raggia contenuta.
«Pozzu sapìri pirchì vegnu arrisbigliatu alli quattru del matinu e purtatu ccà comu unu sdilinquente? A me’ mogliere un colpo ci pigliò.»
«Perché lo sei, un delinquente» disse Fazio che gli stava allato.
Montalbano, assittato darrè la scrivania, isò una mano in segno di pace.
Aviva addeciso di mettersi tanticchia a garrusiare, certe volte gli capitava davanti a pirsone tracotanti.
«Signor Brucculeri, volevo da lei due semplicissime informazioni. La prima è questa: lei stasera ha cenato al ristorante Da Peppino a Racalmuto?»
«Sissignura. Che è, reato?»
«No. Tant’è vero che ci ho cenato anch’io.»
«Ah, c’era macari lei?»
L’intonazione sonò falsa. Pessimo guitto, Nini Brucculeri.
«Sì. Ecco, le volevo domandare che cosa mangiò per primo.»
Brucculeri tutto s’aspittava, meno quella domanda. Per un attimo perse la memoria. Possibile che veniva fermato e portato al commissariato alle quattro del matino solo per dare risposta a una minchiata simile?
«Ca… cavatuna cu ’u sucu di porcu.»
«Pure io. La domanda è questa: c’era troppo sale sì o no?»
Brucculeri principiò a sudari. Che viniva a diri quella farsa? Ma po’ era una farsa o era un trainello? Meglio tenersi sulle generali.
«A mia parse giusta.»
«Va bene. La ringrazio. La seconda è questa: lei è interista o milanista?»
Brucculeri si vitti perso. “Fora” pinsò, “fora, chisto è un vero trainello, se rispondo in un modo o nell’altro sugnu cunsumato.”
«Non m’interessa ’u palluni.»
«Bene. Lei ha recentemente sparato?»
«No. Sì. No no. Sì sì.»
«L’arma ce l’aveva?» spiò Montalbano a Fazio.
«Sissi. Una Beretta 7,65. E dal caricatore manca un colpo.»
«Ah» fece Montalbano, neutro.
Taliò Brucculeri e spiò:
«Lei naturalmente ha il porto d’armi?»
«No.»
Il sudore all’omo grasso oramà gli vagnava le scarpe.
«Ah» fece Montalbano tanto neutro che parse la Svizzera.
«Il proiettile che abbiamo recuperato dalla ruota ce l’hai tu, vero?»
«Sissi» arrispunnì Fazio.
«Stamatina mandi pistola e proiettile a Montelusa, alla Scientifica.»
«Nun mi staiu sintenno bono» fece Brucculeri.
«A questo qui lo metto in cammara di sicurezza?» spiò Fazio.
«Eh» fece ovvio Montalbano.
nove
Fazio tornò doppo aviri inserrato a Brucculeri. Aviva la faccia scurosa e Montalbano se ne addunò.
«Che hai?»
«Dottore, che ’ntinzioni ha con Brucculeri? A regola di liggi, stamatina stissa dovrebbe trovarsi davanti al magistrato, essere accusato di tentato omicidio e tutto il resto e scegliersi l’avvocato. Ma, da quel poco che la conosco a lei, mi sono fatto un concetto.»
«E cioè?»
«Che vuole tenerselo in cammara di sicurezza senza dirlo a nessuno.»
«Come senza dirlo a nessuno? A quest’ora la moglie di Brucculeri ha avvertito chi doveva avvertire. Non ci resta che aspettare.»
«Ma cosa, dottore?»
«La mossa che faranno.»
«Guardi, dottore, l’avverto che a casa mia non ho bisogno macari di un maggiordomo.»
Montalbano sorrise e Fazio addecise di rinunziare. Cangiò argomento.
«Ah, dottore. Mentre lei era andato aieri a sira a mangiare, mi sono informato della famiglia Siracusa.»
Fece per nesciri dall’ufficio.
«Dove vai?»
«Vado a pigliare il pizzino dove ho scritto tutto.»
«Tu questo complesso dell’anagrafe te lo devi levare. Resta qui e dimmi quello che ti ricordi.»
Fazio si rassegnò, deluso.
«Dunque. Lui si chiama Siracusa Antonio fu, mi pare…»
«Ti dissi di lasciar perdere paternità, maternità e minchiate simili.»
«Scusasse, ma mi viene. Comunque, questo Siracusa è un quarantino di Palermo e si trova a Vigàta da due anni perché è un chimico della Montedison. So’ mogliere, trentacinchina, si chiama Enza e pare sia una gran bella fìmmina. Non hanno figli. Lui ha denunziato qua la sua collezione.»
«Ah, sì? E che colleziona?»
«Pistole e revolver. Ne ha una quarantina.»
«All’anima! Li hai convocati?»
«Nonsi, dottore. Sono partiti tutti e due.»
«Quando? Lo sai?»
«Sissi. Ho parlato con la vicina. I Siracusa abitano in una villetta che ha solo due appartamenti sullo stesso pianerottolo. La vicina, che è una sissantina sparlittera, si chiama Bufano, mi disse che sono partiti di furia, almeno lei ebbe quest’impressione, aieri doppopranzo, con la loro machina.»
«Interessante. Il signor o più probabilmente la signora Siracusa sentono in televisione che noi siamo interessati alla loro cameriera e invece di presentarsi se ne scappano. Descrivimi esattamente dov’è questa villetta. Doppo ci andiamo a fare qualche ora di sonno.»
Alle otto e mezza del matino, frisco come se non avesse dormito solamente qualche orata, vistuto come un figurino, cercò sull’elenco il nummaro dello stabilimento Montedison, lo fece, si qualificò, disse che voliva parlari col direttore.
«Commissario, sono Franzinetti, mi dica.»
«Lei è il direttore?»
«No, ancora non è arrivato, ma se posso esserle utile io…»
«Lei chi è, scusi?»
«Il capo del personale.»
«Allora posso domandare a lei. Avevo bisogno di parlare col dottor Antonio Siracusa per una formalità, ma mi dicono che è partito. è andato in ferie?»
«Ma no! Ieri è tornato a casa per il pranzo, poco dopo però ci ha chiamato per comunicarci che gli avevano appena telefonato per dirgli della morte di uno zio al quale era legatissimo. E così è dovuto partire per qualche giorno.»
«Sa quando torna?»
«No.»
«Sa dove è andato?»
«No, mi dispiace.»
Insomma, era chiaro che i Siracusa avivano il cravuni vagnato. Un carbone tanto bagnato da costringerli a tenersi lontano da Vigàta per qualche giorno, in attesa che la mareggiata si calmasse. Non restava che andare a parlare con la vicina.
La villetta era fatta che sutta ci stavano due garage e due patii e supra dù appartamenti con terrazza. Teoricamente da quelle terrazze si potiva vidiri il mare, ma abbisognava distruggere il palazzone a deci piani che le avivano costruito davanti, dall’altro lato della strata. Il giardinetto che si vidiva dal cancello in ferro battuto era ben tenuto. Nel citofono c’erano dù nomi: Siracusa e Bufano. Sonò a quest’ultimo.
«Chi è?» fece una voci arragatata di fìmmina anziana.
«Il dottor Pecorilla sono.»
«E che vuole?»
«Veramente, signora, non volevo parlare con lei, ma con la signora Enza Siracusa. Però suono e non risponde nessuno.»