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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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«Trasisse, trasisse.»

E così dicenno scappò come un lepro verso un’altra cammara.

«Le correnti! Chiuisse la porta! Le correnti!»

Faceva voci come se stava per essere travolto dalle correnti del Golfo, quelle che si studiano a scuola. Montalbano chiuì e lo seguì in un salotto con mobili nivuri e pisanti. Pulito però. Il signor Trupiano era corso ad assittarsi su una pultruna allocata davanti a un televisore e si era messo una coperta sulle gambe. Vicino ai so’ pedi c’era un braceri addrumato che fumiava. Il commissario accominciò a sudare, sperò quasi che quello non avesse da dirgli una minchia.

«Lei può dirmi qualcosa a proposito di questa Rosanna Monaco?»

«Lei chi voli sapìri?»

«Tutto quello che può dirmi.»

«E chi ci pozzo diri iu?»

«Io non so quello che può dirmi, signor Trupiano. Provo a farle qualche domanda, va bene?»

«Va bene, ma iu ci traso di straforo.»

«Non ho capito.»

«Lei voli sapìri da chi Rosanna fece la criata da quattr’anni a questa parte, è accussì?»

«Esattamente.»

«Quindi io ci traso per i primi cinco misi di ’sti quattr’anni.»

«Rosanna ha lavorato da lei solo cinque mesi quattr’anni fa?»

«Nonsi, Rosanna ha travagliato da noi un anno e cinco mesi. Ma quell’anno lei non me lo deve contare, masannò l’anni che v’interessano addiventano cinco. è ragionato?»

«Lei che faceva, il ragioniere, signor Trupiano?»

«Il ralogiaio.»

E accussì si spiegava la precisioni dell’omo.

«Va bene, parliamo solo di quei cinque mesi che rientrano nei quattro anni. Com’era Rosanna?»

«Graziusa.»

«Non voglio sapere com’era fisicamente, ma di carattere.»

«Chi fici, morsi?»

«Chi?»

«Rosanna.»

«No, è vivissima.»

«E allura lei pirchì dici era, era?»

«Mi vuole rispondere, per favore?»

«Bono. Caratteri bono. Travagliava. Non era rispu- stera. Me’ mogliere, bonarma, non si potiva lamintari.»

«Lei è vedovo?»

«Da dù anni.»

«Che orario faceva Rosanna?»

«Viniva all’otto di matina e sinni iva alle sé di sira.»

«Quindi, in sostanza, un’ottima ragazzina.»

«Pi un annu e quattru misi.»

Montalbano, che si stava appiannicando per il cavudo che gli viniva a vidiri Trupiano cummigliato a quella manera, o forse per un principio d’avvilinamento per le esalazioni del braceri, a prima botta non rilevò che il conto non tornava.

«Grazie» disse facenno per susirisi.

Ma si bloccò, le chiappe a mezz’aria.

«Come ha detto, scusi?»

«Dissi ca fu una brava picciotteddra pi un anno e quattro misi.»

«E nell’ultimo mese, invece?» spiò il commissario appizzando le grecchie e assittandosi nuovamente.

«Nell’ultimo misi inveci cangiò.»

«In che senso?»

«Nel senso che addivintò nirbusa, rispustera, la matina arrivava tardo ed era senza gana di travagliari. Doppu, un jorno, nun vinni cchiù. Passatu qualichi tempu, s’apprisintò so’ matre ca vuliva sapìri cosi di so’ figlia, ma iu nun ci dissi nenti.»

«Perché non le disse niente?»

«Pirchì era vastasa e vucciulera.»

«Può dire a me quello che non disse alla madre di Rosanna?»

«Certu. Le tilifonate furono.»

«Telefonate che faceva lei?»

«Iu?»

«Non lei, Rosanna.»

«Nonsi, la picciutteddra non ne faciva, l’arriciviva. Ogni jornu, verso le cinco e mezza, cioè una mezzorata prima che Rosanna finiva di travagliare, la chiamavano al telefono. E iddra s’apprecipitava a rispunniri comu si aviva il foco, rispettu parlanno, ’n culu.»

«Lei perciò non ebbe occasione di sapere chi era che…»

«Vidisse, qualiche vota Rosanna non fici a tempu e allura arrispunnii iu o me’ mogliere. Era  la voci di un picciotto, sempri lo stissu.»

«Non disse mai il suo nome?»

«Lo diciva sempri. Diciva: “Sono Pinu…”.»

«Cusumano!» gridò il commissario mentre sentiva scoppiare dintra di sé una specie di marcia trionfale tipo Aida.

Il signor Trupiano fici un sàvuto dalla pultruna, si scantò.

«Matre santa! Che fu? Pirchì fa vuci?»

«Niente, niente» disse Montalbano. «Si calmi.»

«Si calmassi vossia» fece irritato il vecchio.

«Dunque telefonava questo Pinu Cusumano…»

«Ca quali Cusumano e Cusumano! Amminchiò cu Cusumano! Pinu Dibetta si chiamava!»

Rapidamente, la grande orchestra che sonava dintra al commissario cangiò repertorio e principiò un requiem.

«Sicuro sicuro?»

«Ca certu ca sugnu sicuru! Sugnu quasi ottantino ma la testa ancora mi funziona!»

«Un’ultima domanda, signor Trupiano. Lei possiede armi?»

«Bianche o da foco?»

La precisione del ralogiaio.

«Da fuoco.»

«Un fucili di caccia. Prima mi piaciva, la caccia.»

«Il signor Corso, il primo della lista, è arrivato da una diecina di minuti» l’avvertì il piantone.

«C’è Fazio?»

«Ancora non s’è visto.»

«Chiamami Gallo.»

Gallo s’appresentò di cursa.

«Tu sei di Vigàta, vero?»

«Sì.»

«Lo conosci un certo Pino Dibetta?»

Gallo sorrise.

«Certo.»

«Perché sorridi?»

«Perché è amico di mio fratello piccolo. Ce l’ho casa casa. Travagliano tutti e due alla Montecatini.»

«Allora senti: digli che tra un due ore vorrei vederlo. E ora fate entrare il signor Corso.»

otto

Il signor Corso aviva una putìa di generi alimentari. Rosanna, a quanto gli riferiva la mogliere, datosi che lui dava ’u culu nel nigozio dalla matina alla sira, era una brava picciotta. Le aviva sempre pagato i contributi. No, la mogliere gli aviva ditto che nisciuno chiamava Rosanna al telefono. La picciotta non se ne era andata di testa so’, era stata la mogliere a dirle di non venire più in quanto c’era una loro nipote che aviva di bisogno e loro avivano addeciso d’aiutarla pigliannola pi cammarera. No, alla nipote non davano paga, sulamenti mangiari e dormiri. Nossignore, non teneva armi in casa. Potiva sapìri pirchì addimannavano ’nformazioni sulla picciotta? Ah, no? Bongiorno e grazii lo stisso.

La signora Pimpigallo Concetta nata Currò, sittantina e vidova del ragioniere Arturo, ex contabile del Consorzio ortofrutticolo, s’apprisintò accompagnata dalla figlia Sarina, cinquantina, nubile e apparentemente muta dato che non raprì mai vucca. Dichiarò che su Rosanna non aviva proprio nenti da diri. A passarisi ’na mano sulla cuscienza, qualichi vota arrivava tanticchia in ritardo, ma cosa di picca, massimo cinco minuti. Lei glielo faciva notare ammostrandole il ralogio a pendolo del salotto – «un ralogio sguizzero, commissario miu, che accussì non ne fabbricano cchiù, spacca il secunno!» – e le livava i cinco minuti dalla paga. Pirchì Rosanna se ne era andata? La picciotta contò che aviva incontrata al mircato quella gran cajorda della signora Siracusa, la quali le aviva proposto di andare al servizio so’ pagannola di cchiù. Tutto qua. Pirchì la signora Siracusa era una gran cajorda? Il signor commissario non l’aviva ancora accanosciuta? No? Quanno l’accanosciva era pregato di dare un colpo di telefono alla vidova Pimpigallo e allura ne potivano parlari. No, per Rosanna non tilifonava nisciuno. Armi?! In casa?! ’Nzamà, Signuri! Potivano sapìri pi quali motivo la polizia… No? Pacienza.

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