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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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«Partiti sono.»

«Oh, mannaggia!»

Montalbano intuì la battaglia che si stava svolgendo nell’animo della signora Bufano, tra la curiosità e l’occasione di sparlari da una parte e lo scanto di raprire la porta a uno sconosciuto.

«Apetti un momento» disse la voce arragatata.

Si sentì tramestiare, doppo la porta finestra si raprì e sulla terrazza a mano dritta apparse una fìmmina anziana con in mano un binocolo che puntò sul commissario. Questi si lasciò taliare, aviva un aspetto più che rassicurante, persino la cravatta era a colori smorti. La fìmmina rientrò e doppo tanticchia Montalbano sentì lo scatto del cancello che si rapriva. Percorse il vialetto, ammuttò il portone d’entrata, si trovò davanti a una scala che portava a un pianerottolo bastevolmente granni. A mano manca c’era la porta inserrata dell’appartamento dei Siracusa, a mano dritta quella della signora Bufano. Aperta. Montalbano mise la testa dintra.

«C’è permesso?»

«Avanti, avanti. Da questa parte.»

Il commissario, guidato dalla voci, arrivò a un salotto del quale la signora Bufano stava raprenno la finestra.

«Le posso offrire qualcosa?»

«Non si disturbi, grazie.»

«Perché cercava la signora Siracusa, dottor?…»

«Pecorilla. Sono un medico delle Assicurazioni Trinacria. Dovevo visitare la signora per la stipula di una polizza e mi aveva dato appuntamento per questa mattina. E io sono venuto apposta da Palermo.»

«Quanto mi dispiace!» disse la signora Bufano allegrissima.

«Questo non è un modo di procedere serio» fece Montalbano mostrandosi siddriato. «Non depone certo a favore della serietà della signora Siracusa. Lei la conosce?»

«E come no!» fece la signora Bufano.

«Siete amiche?»

«Ma quanno mai! Bongiorno e bonasira! Però haju occhi pi vidiri e orecchi pi sintiri. Mi capì?»

«Perfettamente. Lei ha detto che sono partiti. Quando, lo sa?»

«Aieri doppopranzo verso le due. Hanno caricato due valigione sulla loro macchina.»

«Lei quindi non è in grado di dirmi…»

«Niente di niente. Però… è una ’mpressione… mi parse che scappavano.»

«Complimenti» fece ruffiano Montalbano. «Lei dev’essere un’acuta osservatrice.»

«Eh!» sclamò la signora Bufano facendo ruotare la mano dritta a significare che lei arrinisciva a vidiri ogni cosa di questo munno e qualichi cosa macari di quell’altro.

«Lei ha detto che ha occhi per vedere e orecchie per sentire. Ha visto e sentito per caso qualcosa di anormale? Sa, le assicurazioni…»

«Dottore mio, le porto un esempio. Il mese passato il marito dovette andare a Roma per una simana, me lo disse lui che dà più cunfidenza. Ebbene, tutte le notti la signora arricivette. Dù òmini diversi, una notti unu e l’autra notti l’autru.»

«Ma lei come fece a…»

«Io sentivo lo scatto del cancello, no? Allora mi susiva dal letto e… venga con me.»

Lo guidò all’ingresso. Allato alla porta c’era una finestra che dava luce all’anticammara. La signora Bufano la socchiuse.

«Io venivo qua e taliavo la pirsona che trasiva in casa Siracusa.»

In quel momento Montalbano pinsò che sarebbe stato onesto da parte sua chiamare al telefono la signora Pimpigallo Concetta e darle ragione per quanto riguardava la cajordaggine della signora Enza Siracusa.

Tornarono in salotto.

«E lui, il marito, com’è?» spiò il commissario.

«Peggio di lei, se si tratta di fìmmine.»

Montalbano ora aviva prescia d’irisinni, gli era vinuta un’idea pazza. Salutò la signora, la ringraziò, niscì sul pianerottolo, taliò quello che l’interessava. Allato alla porta dei Siracusa c’era una finestra identica a quella della signora Bufano. Gli parse non perfettamente chiusa, solo accostata. Doviva assolutamente provarci. Scinnì la scala, raprì il portone e fece finta di richiuderlo sbattendolo, in modo che la signora Bufano sentisse la rumorata. Doppo lo raprì di nuovo e l’accostò delicatamente. Percorse il vialetto, raprì il cancello e lo riaccostò come aviva fatto col portone. A taliarlo superficialmente pariva chiuso. Dirigendosi verso la machina, vitti con la coda dell’occhio la signora Bufano che sinni trasiva dal terrazzo e chiudeva la porta finestra. Mise in moto, arrivò alla strata appresso, frenò, parcheggiò, scinnì, tornò narrè verso il villino. Il cancello di ferro battuto non cigolò. La porta non fece rumorata. Accomenzò ad acchianare i scaluna della scala a pedi lèggio quanno esplose qualichi cosa che stava a mezzo tra una bumma e una truniata. Montalbano atterrì. Po’, lentamente, accapì che quella grannissima rumorata era musica. La signora Bufano stava a sintirisi, al massimo del volume, una canzuna che faciva: “Andiamo a mietere il grano, il grano, il grano…”. Quanto durava una canzuna? Tri minuti? Tri minuti e mezzo? Acchianò di cursa i restanti graduna, spingì il vetro della finestra di casa Siracusa, la finestra si raprì, Montalbano s’afferrò saldamente con le due mano sul bordo inferiore, spiccò un salto che avrebbe dovuto essere atletico, le vrazza però non lo ressero, ricadì sul pianerottolo santianno. Al terzo tentativo arriniscì a mettere il culo sul bordo inferiore, la parte superiore del corpo so’ piegata narrè con la testa e il busto dintra all’ingresso, le gambe ancora fora nel pianerottolo. Si girò sul culo, arriniscì a firriare su se stesso, ma mentri lo faciva i cabasisi gli restarono stringiuti dalle mutanne, sopportò il duluri, si mise a cavalcioni sulla finestra. Il più era fatto. Portò dintra l’altra gamba, si lassò cadiri e chiuì la finestra come prima mentre finivano di rimbombare le ultime note della canzuna. Subito appresso ne partì un’altra, attutita, che faciva: “Amore amor portami tante rose”.

Appena i so’ dù pedi toccarono il pavimento dell’appartamento dei Siracusa, Montalbano sentì una specie di scossa elettrica che gli acchianava lungo le gambe, s’arrampicava sulla spina dorsale, gli arrivava al ciriveddro. E capì che i rabdomanti, quanno sintivano la vena d’acqua a centinara di metri sutta terra, dovivano provare l’istissa cosa. Lì, gli diciva il corpo so’, c’era la minerà d’oro, l’acqua, la travatura. Caminò come un sonnambulo, taliando appena le dù cammare da letto, quella padronale e quella degli ospiti, i dù bagni, la cucina, la cammara di mangiari, il salotto, una specie di spogliatoio attrezzato per lo sviluppo e la stampa di fotografie e arrivò finalmente indovi le gambe lo portavano: nello studio, o quello che era, del dottore in chimica Antonio Siracusa. Passando, si era addunato che l’appartamento pariva svaligiato dai ladri, armuar aperti, vistita ittati ’n terra, casciuna rapruti a mità, disordine dovunque. Ma erano il chiaro signo di una fuga improvvisa, lo sapiva. Nello studio del dottor Siracusa inveci non c’era una cosa fora posto. Una granni scrivania, quattro seggie, una parete a scaffalature aperte colme di bottiglie, buttigliuna, burnìe piene di polveri di diverso colore. Addossato a una parete una specie di armuar alto e stritto, lucido e pulito, chiuso a chiave. In un angolo c’era un classificatore metallico, mezzo aperto, pieno di schede. Montalbano s’assittò alla scrivania, supra c’erano un lume da tavolo, una machina fotografica dintra la so’ custodia, molte carte a mancina sulle quali comparivano formule chimiche. A dritta ci stavano inveci solo tri o quattro fogli. Una domanda per l’allacciamento di un’altra linea telefonica, una cartella clinica d’esame del sangue, una littra del commendator Papuccio, patrone della villetta, che diceva non essere sua competenza l’aggiustamento del tetto che faciva acqua e, ultimo, un modulo. Un modulo che fece letteralmente satare Montalbano dalla seggia. Era la brutta copia di una domanda per la visita a un carzarato. Il carzarato era Cusumano Giuseppe e la richiedente era Monaco Rosanna. Dunque a fare la domanda per conto dell’analfabeta Rosanna, e a mettere la firma di garanzia, era stato il dottor Siracusa.

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