La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
Quando Nestore s’interruppe per prendere fiato, si fermò a respirare, io mi affrettai a continuare: — Sono stato dentro la città. Ne conosco la struttura. Il muro occidentale è dalla parte più alta del promontorio. Una volta superato quel muro, saremo in posizione soprelevata e molto vicini al palazzo e al tempio.
Ulisse assentì — Ci sono stato anch’io, se ricordate, e ho studiato le strade e le costruzioni della città con attenzione. Orion ha ragione. Se entrassimo dalle porte Scee, ad esempio, dovremmo combattere per la strada, in salita, ad ogni centimetro. Fare irruzione dal muro occidentale è meglio.
— Riusciremo a portare questa cosa sulla collina sino al muro? — chiese Agamennone.
— Il pendio sotto il muro occidentale non è così ripido come a nord e a est — dissi. — Il lato più facile è quello meridionale, dove si aprono le porte Scee e Dardanie. Ma è anche il punto più difeso, con le mura più alte e le torri di avvistamento vicino a ciascuna porta.
— Questo lo so! — disse Agamennone brusco. Girò lentamente intorno alla struttura di legno, evidentemente scettico riguardo a quella che per lui era una tecnica sconosciuta.
Prima che potesse chiederlo, dissi: — La cosa migliore sarebbe trasportarla stanotte, dopo che la luna sarà calata. Potremmo contare sulla nebbia proveniente dal mare. Possiamo portarla al di là del fiume sulla zattera che abbiamo costruito e farle attraversare la pianura appoggiata sulla parte posteriore, così la foschia ci nasconderà a qualunque vedetta sulle mura. Poi la solleveremo…
Agamennone mi interruppe con un gesto stizzoso della mano. — Ulisse, sei disposto a guidare… questa manovra?
— Sì, figlio di Atreo. Intendo essere il primo a mettere piede sui bastioni di Troia.
— Molto bene, allora — disse il Sommo Re. — Io non credo che funzionerà, ma se sei pronto a provare, allora prova. Il resto dell’esercito sarà pronto ad attaccare alle prime luci.
Non dormimmo quella notte. Nessuno ci sarebbe riuscito. Nestore organizzò un sacrificio propiziatorio, sgozzando insieme a un paio di vecchi sacerdoti una dozzina di montoni e di capre, con antichi coltelli di pietra, e cospargendo poi la struttura di legno con il loro sangue. Erano seccati che non ci fossero tori e prigionieri umani da sacrificare, Agamennone non considerava il progetto abbastanza importante da permettere che si sprecasse tanto ben di dio.
Lukka era preposto al trasporto della torre. Quando la nebbia cominciò a calare aspettammo acquattati nella foschia gelida, con l’enorme struttura che incombeva su di noi come lo scheletro di un gigante, finché la luna scomparve dietro le isole e la notte diventò più scura che mai.
Io avevo sperato nella copertura delle nuvole, ma le stelle continuarono a brillare mentre lentamente, penosamente, trascinavamo la torre su grandi ruote di legno attraverso la pianura di Ilio e lungo il pendio sotto il muro occidentale di Troia. Schiavi e thetes tiravano le funi, altri spalmavano grasso sulle ruote per non farle cigolare.
Polete strisciava vicino a me, in silenzio, per una volta, io sforzavo gli occhi per localizzare le sentinelle troiane sui bastioni, ma la nebbia mi impediva di vedere bene. Dritto davanti a me riuscii a individuare le due Orse e la “W” asimmetrica di Cassiopea. La costellazione di Orione, il mio omonimo, stava sorgendo a est, di fronte alle corna a forma di “V” del Toro. Le sette Pleiadi brillavano come un grappolo di gemme intorno al collo del Toro.
La notte era misteriosamente silenziosa. Forse i Troiani, confidando nella tregua chiesta dagli Achei, pensavano che le ostilità non sarebbero cominciate prima di giorno. Vero, il combattimento sarebbe iniziato con il sorgere del sole. Ma erano così folli da non appostare sentinelle durante la notte?
Il terreno saliva, adesso, e quello che era sembrato un dolce pendio cominciò a diventare un dirupo. Tutti noi tenevamo le mani strette sulle funi, rompendoci la schiena, cercando di non lamentarci per la fatica e il dolore. Vidi Lukka, il viso contratto per lo sforzo, i tacchi degli stivali affondati nell’erba scivolosa, che si sforzava come un qualsiasi uomo di fatica, come tutti noi.
Alla fine raggiungemmo la base delle mura e ci radunammo lì, in attesa. Io mandai Polete oltre l’angolo del muro ad osservare il cielo per dirmi quando avrebbe cominciato a schiarirsi d’alba. Ci abbandonammo scompostamente a terra, lasciando che i nostri muscoli doloranti si rilassassero fino al momento dell’azione. Anche la torre era adagiata al suolo in attesa di essere rizzata. Io sedevo con la schiena appoggiata al muro e contavo i minuti ascoltando il mio battito cardiaco.
Sentii un gallo cantare dentro la città, poi un altro. “Dov’è Polete?”, mi chiesi. “Si è addormentato o è stato trovato da una sentinella?”
Proprio mentre mi stavo alzando, il vecchio cantastorie emerse dalla nebbia.
— A oriente è ancora buio, tranne che per un primo tocco di debole luce tra le montagne. Presto il cielo diventerà bianco latte, poi rosato come un fiore.
— Ulisse e i suoi soldati staranno cominciando a uscire dall’accampamento — dissi. È ora di rizzare la torre.
Avevamo quasi finito quando i Troiani se ne accorsero.
La nebbia si stava appena diradando mentre tiravamo le funi per mettere la torre in posizione verticale. Era più pesante di quanto sembrava, con le pelli di cavallo e le armi che avevamo assicurato alle piattaforme. Lukka e i suoi uomini la puntellavano con dei pali per aiutarla ad alzarsi, ma non c’era modo di attutire il cigolio e il rumore dei nostri stessi sforzi ansimanti. Tuttavia fu una questione di minuti, anche se a noi sembrarono ore.
E appena la torre scattò in su cozzando sul muro con un suono sordo, dalla parte opposta dei bastioni si levarono voci confuse.
Mi rivolsi a Polete: — Corri da Ulisse e digli che siamo pronti. Deve venire più in fretta che può.
Il piano, inoltre, prevedeva che Ulisse e un gruppo scelto di cinquanta uomini arrivassero dalla pianura, a piedi, perché i carri avrebbero fatto troppo rumore. Stavo cominciando a chiedermi se l’idea fosse delle migliori.
Qualcuno stava gridando da dentro le mura, adesso, e vidi una testa comparire sopra ai bastioni, disegnata per un breve istante contro il cielo che cominciava a schiarire.
Sfoderai la spada e mi arrampicai sulla scala che portava in cima alla torre. Lukka era ad appena un passo dietro di me, e il resto dei soldati hatti ci sciamarono ai lati, per srotolare le pelli di cavallo destinate a proteggere i fianchi della costruzione dalle lance e dalle frecce.
— Cos’è? — sentii un ragazzo gridare dalla cima del muro.
— È un cavallo gigante! — rispose una voce strozzata dalla paura. — Con degli uomini dentro!
19
Raggiunsi la piattaforma superiore della torre, spada in mano. I nostri calcoli erano stati quasi perfetti. La piattaforma superava i bastioni di circa trenta centimetri. Senza esitazione, saltai sulle mura e di lì sul camminamento retrostante.
— C’erano due giovani troiani, sbalorditi, a bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite, e lunghe lance nelle mani tremanti. Lukka arrivò dietro di me e ne tagliò uno quasi a metà con un selvaggio fendente della sua spada. L’altro lasciò cadere la lancia, urlando, e saltò dalla piattaforma sulla strada sottostante.
Il cielo si stava illuminando. La città sembrava addormentata. Ma oltre l’angolo del muro riuscii a vedere un’altra sentinella, con la lancia che si stagliava nel rosa grigiastro dell’alba. Invece di attaccarci, si voltò e corse verso una torre quadrata vicino alle porte Scee.
— Darà l’allarme — dissi a Lukka. — Ci saranno addosso in pochi minuti.