Il fiume della vita [To Your Scattered Bodies Go - it]
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Серия: il mondo del fiume #1
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0017-6
- Переводчик: Gabriele Tamburini
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fiume della vita [To Your Scattered Bodies Go - it]». Краткое содержание книги:
Burton lasciò affondare il cadavere. Non capiva perché quell’uomo l’avesse uccisa quando non gli era difficile farla prigioniera. Forse Alice l’aveva pugnalata, e l’uomo, pensando che anche da morta poteva essere utile, l’aveva gettata giù ai pesci.
Un corpo sbucò dalla cortina di fumo, seguito da un altro. Uno era morto, col collo spezzato; il secondo era vivo. Burton gli strinse il braccio intorno al collo e lo pugnalò all’articolazione della mandibola. L’uomo cessò di dibattersi e colò a picco.
Frigate balzò fuori dal fumo, con faccia e spalle insanguinate. Si tuffò in acqua obliquamente e scese in profondità. Burton nuotò nella sua direzione per aiutarlo. Non aveva senso cercare di tornare sullo Hadji. Era pieno zeppo di combattenti, e altre canoe si stavano avvicinando.
La testa di Frigate emerse dall’acqua. Nei punti in cui non scorreva il sangue, la pelle era bianca. Burton nuotò verso di lui e gli chiese: — Le donne sono riuscite a scappare?
Frigate scosse il capo, poi gridò: — Attento!
Burton diede un colpo di reni per immergersi. Qualcosa lo colpì alle gambe, ma egli non cessò di nuotare verso il basso. Però non mise in pratica la sua intenzione di affogarsi: avrebbe combattuto finché non l’avessero ucciso.
Tornato a galla, vide l’acqua piena di uomini che si erano gettati all’inseguimento suo e di Frigate. L’americano, mezzo svenuto, era trainato verso una canoa. Tre uomini accerchiarono Burton: egli ne pugnalò due, poi il terzo si sporse da una canoa con una clava e gliela abbatté sul capo.
CAPITOLO QUINDICESIMO
Furono condotti a terra fino a una gran costruzione nascosta da una cinta di tronchi. La testa di Burton gli dava una fitta a ogni passo, però le dolorose ferite alla spalla e al costato non sanguinavano più. Il forte, costruito con tronchi di pino, aveva un primo piano sporgente e numerose sentinelle. Il varco attraverso il quale passarono i prigionieri si chiudeva con un’enorme porta, anch’essa di tronchi. Attraversato uno spiazzo di venti metri coperto d’erba, entrarono da un’ampia apertura in una sala di circa quindici metri per dieci. Tranne Frigate, troppo debole, rimasero in piedi davanti a una gran tavola circolare; ma solo quando la loro vista si abituò all’oscurità dell’ambiente, poterono distinguere bene i due uomini che vi stavano seduti.
Dappertutto c’erano guardie armate di lance, clave, asce di pietra. Una scala di legno, in fondo, conduceva a un ballatoio con un alto parapetto, dal quale delle donne si sporgevano a guardare.
Uno dei due uomini seduti era tarchiato, peloso, con capelli neri ricciuti, naso adunco, occhi di falco, scuri e feroci. L’altro era più alto, con i capelli biondi e gli occhi d’un colore indefinibile nella semioscurità, ma probabilmente azzurri, in un faccione teutonico. La pancia e l’incipiente pappagorgia denunciavano il cibo e i liquori sottratti agli schiavi.
Frigate si era accasciato sull’erba, ma lo fecero alzare bruscamente a un cenno del biondo. Frigate lo guardò e disse: — Lei somiglia a Hermann Goering da giovane.
E cadde in ginocchio, gridando di dolore per un colpo alle reni col calcio di una lancia.
Il biondo ordinò in inglese, con forte accento tedesco: — Non fatelo senza mio ordine. Lasciateli parlare.
Osservò i prigionieri per un momento, poi disse: — Sì, sono Hermann Goering.
— Chi è Goering? — chiese Burton.
— Il tuo amico te lo spiegherà dopo — rispose il tedesco. — Se ci sarà un «dopo», per te. Non sono in collera per la vostra magnifica resistenza. Io ammiro gli uomini che combattono bene. E mi servono sempre nuovi armati, specialmente adesso che ne avete ucciso tanti. Vi do la scelta. Agli uomini, beninteso. Unirvi a me e fare la bella vita con cibo, alcool, tabacco e donne a volontà. Oppure lavorare per me come schiavi.
— Per noi - corresse l’altro uomo. — Tu dimentichi, Hermann, che qui comando anch’io.
Goering sorrise. — Naturalmente! — disse ridacchiando. — Ho usato semplicemente l’ego majestatis, come diresti tu. Benissimo, noi. Allora, se voialtri desiderate combattere per noi (sarà molto ma molto meglio per voi che facciate così) giurerete fedeltà a me, Hermann Goering, e all’ex-re di Roma antica, Tullo Ostilio.
Burton guardò attentamente quell’altro. Che fosse davvero il leggendario re di Roma? Di quella antica Roma che era solo un piccolo villaggio minacciato dalle altre tribù italiche, i Sabini, gli Equi, i Volsci? Uno dei «sette re», Tullo Ostilio, bellicoso successore del pacifico Numa Pompilio? Nulla lo distingueva da un’infinità di uomini visti da Burton per le strade di Siena. Ma, se era realmente quel che diceva, poteva trattarsi di un reperto prezioso, storicamente e linguisticamente parlando. Dal momento che con tutta probabilità era etrusco, doveva conoscere tale lingua, senza contare poi il latino preclassico, il sabino, e forse il greco della Campania. Forse aveva addirittura conosciuto Romolo, il presunto fondatore di Roma. Quante cose poteva narrare quell’uomo!
— Ebbene? — disse Goering.
— Cosa dobbiamo fare per metterci con voi? — chiese Burton.
— In primo luogo io… noi, dobbiamo assicurarci che siate della tempra che ci occorre. Vale a dire uomini che eseguano immediatamente e senza esitazioni qualunque ordine che noi diamo. Vi sottoporremo a una piccola prova.
A un suo comando, fu spinto lì un gruppo di uomini, tutti macilenti e mutilati.
— Si sono feriti estraendo pietre o erigendo palizzate — spiegò Goering. — Tranne due, catturati mentre cercavano di fuggire. Subiranno la pena. Saranno tutti uccisi, perché ormai invalidi; pertanto non dovreste esitare a ucciderli voi, per dimostrare la vostra intenzione di servirci.
E soggiunse: — Sono tutti ebrei, perché darvi pensiero di loro?
Campbell, il rosso che aveva gettato Gwenafra nel Fiume, tese a Burton una grossa clava munita di schegge di selce. Due guardie afferrarono uno schiavo e lo fecero mettere in ginocchio. Era un uomo di grande corporatura, biondo, con gli occhi azzurri e un profilo greco; lanciò a Goering un’occhiata carica di odio e sputò verso di lui.
Goering scoppiò in una risata. — Ha tutta l’arroganza della sua razza. Se volessi potrei ridurlo a un mucchietto tremante, urlante, implorante la morte. Ma a me in fondo non piace la tortura. Quel mio compatriota si divertirebbe a farlo arrostire a fuoco lento, ma io sono sostanzialmente umanitario.
— Posso uccidere per autoconservazione o in difesa di chi ha bisogno di protezione — esclamò Burton, — ma non sono un assassino.
— Uccidere questo ebreo sarebbe un atto di autoconservazione — replicò Goering. — Se non lo fai, morirai comunque. Ma più lentamente.
— Non lo farò — disse Burton.
Goering sospirò. — Inglese! Bene, avrei preferito averti con me. Ma se non vuoi fare l’unica cosa ragionevole, così sia. E tu? — aggiunse rivolto a Frigate.
Frigate, ancora assai sofferente, rispose: — Le sue ceneri finirono a Dachau in un mucchio di immondizie, a causa di quello che ha fatto e di quello che è stato. Ha intenzione di ripetere gli stessi crimini in questo mondo?
Goering scoppiò a ridere e disse: — So quello che mi è accaduto. I miei schiavi ebrei me l’hanno detto e ridetto.
Additò Monat. — Che razza di sgorbio è quello?
Burton lo spiegò. Goering fece una faccia seria e disse: — Non posso fidarmi di lui. Mandatelo fra gli schiavi. Tu, laggiù, uomo-scimmia. Cos’hai deciso?