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Il fiume della vita [To Your Scattered Bodies Go - it]

Электронная книга - «Il fiume della vita [To Your Scattered Bodies Go - it]». Краткое содержание книги:

In una valle sconfinata, lungo le sponde di un fiume immenso, si è radunala tutta l’umanità di tutti i tempi, miliardi di persone che hanno gia vissuto e che si sono risvegliate a una nuova vita in attesa di un destino ignoto. Questi uomini e queste donne continuano pero a conservare la propria mentalità e spesso a ripetere gli stessi errori di un tempo, cercando di dominare gli uni sugli altri. Ma la nuova esperienza può anche costituire una possibilità per raggiungere quegli obiettivi che si sono mancati prima: questa almeno e l’opinione di Francis Burton, il celebre esploratore che trascorse gran parte dei suoi anni in una sfortunata ricerca delle sorgenti del Nilo. Ora per Burton può ricominciare una nuova esaltante avventura…
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Qualche donna strillò, e un uomo gridò. Burton rifletté che da quelle parti doveva esserci dello zolfo, altrimenti gli indigeni non avrebbero potuto fabbricare polvere da sparo.

Gridò a Loghu e a Esther Rodriguez di sostituirlo al timone. Pur essendo entrambe pallide sembravano abbastanza calme, benché non avessero mai sentito delle bombe.

Gwenafra era stata deposta all’interno del «castello di prua». Alice impugnava un arco di legno di tasso, e una faretra piena di frecce era assicurata alla sua schiena. Il pallore del suo volto contrastava col rossetto scarlatto e con l’ombretto verde. Ma aveva partecipato ad almeno dieci gare di battaglia sull’acqua, e i suoi nervi erano saldi come le bianche scogliere di Dover. Inoltre era la miglior tiratrice d’arco del gruppo. Burton, con un’arma da fuoco, era un eccezionale cacciatore, ma con l’arco non aveva molta dimestichezza. Kazz riusciva a tendere più di Burton l’arco fatto con le ossa del pescedrago, ma come arciere era pessimo. Frigate affermava che non avrebbe mai imparato: come la maggior parte dei letterati, mancava di senso della prospettiva.

Gli uomini della catapulta non caricarono di nuovo la macchina. Evidentemente la bomba serviva solo per ingiungere allo Hadji di fermarsi. Ma Burton non ne aveva la minima intenzione. Gli inseguitori avrebbero potuto scagliare più volte nugoli interi di frecce. Se non l’avevano fatto, ciò significava che volevano catturare vivo l’equipaggio dello Hadji.

La canoa passò accanto alla poppa dello Hadji. L’acqua ribolliva sotto la sua prua, i remi luccicavano al sole, i rematori cantilenavano all’unisono. I due uomini sul ponte di prua spiccarono un balzo, e la canoa oscillò. Uno cadde in acqua, rimanendo aggrappato con le dita allo Hadji; l’altro riuscì a raggiungere il ponte con le ginocchia. Tra i denti teneva un coltello di bambù, e la sua cintura reggeva due guaine: in una c’era una piccola ascia di pietra, nell’altra un pugnale ricavato dal pescecorno. Mentre cercava di far presa sull’assito bagnato e di tirarsi in piedi, sollevò un attimo lo sguardo e si trovò a fissare gli occhi di Burton. Aveva capelli d’un giallo lucente, occhi d’un azzurro slavato, e un volto dalla bellezza classica. La sua intenzione, probabilmente, era di ferire uno o due uomini dell’equipaggio e poi tuffarsi, fors’anche con una donna tra le braccia. Nel frattempo i suoi compagni si sarebbero avvicinati con le imbarcazioni, gettandosi all’abbordaggio dello Hadji, e tutto si sarebbe risolto in un momento.

Ma quell’uomo non aveva molta probabilità di portare a termine il suo piano; forse anche lo sapeva, ma non se ne curava. La maggior parte dei risorti temeva ancora la morte, perché la paura affondava le radici fin nelle cellule del loro corpo, e la reazione era perciò istintiva. Alcuni avevano superato tale paura, e altri non l’avevano mai provata.

Burton si fece avanti, e con l’ascia colpì l’uomo alla tempia. Quello aprì la bocca, facendo cadere il coltello; poi crollò a faccia in giù sul ponte. Burton raccolse il coltello, slacciò la cintura dell’uomo, e con un piede lo spinse in acqua. A tale vista gli uomini della canoa, che stava girando intorno allo Hadji, diedero un ruggito. Burton vide che le rive si stavano riempiendo ancora di gente, e diede ordine di invertire la rotta. Lo Hadji girò su se stesso, mentre la boma cambiava orientamento, e mosse in direzione dell’altra riva del Fiume, inseguito da una dozzina di imbarcazioni. Tre erano canoe con quattro uomini ciascuna, quattro erano grosse canoe da guerra, e cinque erano golette a due alberi. Queste ultime avevano numerose catapulte, e molti uomini stavano sul ponte.

Quando furono al centro del Fiume, Burton ordinò di invertire di nuovo la rotta. Questa manovra avrebbe consentito alle imbarcazioni nemiche di avvicinarsi maggiormente, ma Burton aveva calcolato il rischio. Lo Hadji, navigando ancora di bolina, passò in mezzo alle due golette. Queste erano così vicine che si potevano scorgere con facilità i lineamenti degli uomini a bordo. Per la maggior parte erano caucasici, benché il colore della loro pelle andasse da un bruno intenso a un bianco slavato. Il capitano della goletta di sinistra gridò in direzione di Burton, chiedendogli, in tedesco, di arrendersi.

— Non vi faremo del male se deporrete le armi, ma se continuerete a combattere vi metteremo alla tortura!

Parlava tedesco con un accento che sembrava ungherese.

Per tutta risposta Burton e Alice tirarono delle frecce. Quella di Alice mancò il capitano ma colpì il timoniere, che barcollò all’indietro e cadde oltre il parapetto. All’istante la goletta cambiò rotta. Il capitano balzò alla ruota del timone, e la seconda freccia di Burton lo colpì al polpaccio.

Con grande fracasso le due golette si scontrarono diagonalmente e rimbalzarono via, mentre pezzi di fasciame volavano da tutte le parti e gli uomini, gridando, cadevano sul ponte o precipitavano in acqua. Anche se non fossero affondate, ormai le golette erano fuori combattimento.

Ma poco prima che si scontrassero, i loro arcieri avevano scagliato delle frecce incendiarie contro le vele di bambù dello Hadji. Le frecce erano cosparse di grasso secco imbevuto di una specie di trementina ricavata dalla resina dei pini, e così, aiutate dal vento, sparsero in fretta il fuoco.

Burton riprese la barra del timone dalle due donne e lanciò degli ordini. L’equipaggio immerse nel Fiume dei vasi di argilla e i propri graal aperti, e quindi gettò l’acqua sulle fiamme. Loghu, che sapeva arrampicarsi come una scimmia, salì sull’albero con una fune avvolta intorno alle spalle. Poi lasciò cadere un’estremità della fune e tirò su i recipienti pieni d’acqua.

Nel frattempo le altre golette e numerose canoe si erano fatte più vicine. Una manovrava in modo da intercettare la rotta dello Hadji. Burton cambiò di nuovo direzione, ma il peso di Loghu sull’albero ritardò la manovra. Lo Hadji ruotò, la boma cambiò posizione con violenza mentre gli uomini perdevano il controllo delle gomene, e altre frecce colpirono la vela spargendo altro fuoco. Parecchie frecce si conficcarono sul ponte. Per un attimo Burton pensò che il nemico avesse cambiato idea e stesse cercando di ucciderli. Ma le frecce erano giunte sul ponte per un semplice errore di mira.

Di nuovo lo Hadji passò in mezzo a due golette. Il capitano e l’equipaggio di entrambe stavano sogghignando. Forse erano rimasti per lungo tempo nell’inattività, e ora si divertivano all’inseguimento. Malgrado ciò gli equipaggi si ripararono dietro i parapetti, lasciando che capitani, timonieri, e arcieri, ricevessero da soli il fuoco nemico. Sullo Hadji si udì un intenso fruscio, e le lunghe frecce scure con la punta rossa e la coda blu si infilarono nelle vele in una ventina di punti, e altre si conficcarono nell’albero e nella boma, una dozzina finì sibilando in acqua, e una passò a pochi centimetri dal capo di Burton.

Mentre Esther impugnava la barra del timone, Alice, Ruach, Kazz, Greystock, Wilfreda, e Burton si erano messi a tirare frecce. Loghu era immobilizzata sull’albero, in attesa che il lancio di frecce cessasse. Gli arcieri dello Hadji colpirono tre bersagli di carne: un capitano, un timoniere, e un marinaio che aveva alzato la testa nel momento sbagliato.

Esther gettò un grido, e Burton si voltò. La canoa da guerra era sbucata da dietro la goletta, trovandosi a pochi metri dalla prua dello Hadji. Non c’era modo di evitare la collisione. I due uomini sulla piattaforma si tuffarono di lato, e i rematori cercarono di alzarsi dai banchi per gettarsi anch’essi in acqua. Ma in quell’istante lo Hadji speronò la canoa nella fiancata, squarciandola; l’imbarcazione si capovolse, gettando l’equipaggio nel Fiume. Quelli dello Hadji furono scagliati in avanti, e Greystock cadde in acqua, Burton scivolò bocconi per un tratto, spellandosi faccia, petto e ginocchia.

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