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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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Bisognava farlo capire al consiglio, entro la loro generazione, meglio ancora quell’anno, prima che le pressioni aumentassero. Preparare le protezioni per tutto ciò che doveva durare. La pressione si faceva già sentire. Il territorio era già deturpato, il fumo del mulino, i tronconi degli alberi, le cupole sgraziate e i campi creati lungo la riva del fiume, le strade fangose. Avrebbero voluto abbellire tutto, via via, creare giardini, mimetizzare le strade e le cupole… e quella possibilità non c’era più.

Lui e Miliko avevano deciso che non avrebbero permesso che si facessero altri danni. Amavano la Porta dell’Infinito, nel bene e nel male, gli irritanti hisa e la violenza dei temporali. Come rifugio umano c’era sempre la stazione; i corridoi antisettici e i mobili comodi erano sempre in attesa. Ma Miliko si trovava bene, lì, ed anche lui; facevano piacevolmente l’amore, di notte, con la pioggia che picchiettava sulla cupola di plastica e i compressori che rombavano nell’oscurità e gli animali notturni che cantavano freneticamente all’esterno. Amavano i mutamenti che il cielo regalava ora per ora, e il rumore del vento tra l’erba e nella foresta intorno a loro; ridevano delle stravaganze degli indigeni e governavano il mondo intero, con il potere di provvedere ad ogni cosa, tranne che al clima.

Sentivano nostalgia di casa, della famiglia e di quel mondo diverso e più grande; ma avevano altri progetti… avevano addirittura parlato di costruirsi una cupola tutta per loro, nel tempo libero, negli anni futuri, quando lì sarebbe stato possibile costruire case, una speranza che era stata più vicina un anno prima, quando la colonia sulla Porta dell’Infinito era tranquilla, prima che arrivassero la Mallory e gli altri, prima del settore Q.

Adesso pensavano semplicemente a mantenere il livello di vita attuale. Tenevano la popolazione sotto sorveglianza, per paura che potesse diventare una minaccia. Aprivano nuove basi male attrezzate e in condizioni difficili. Cercavano di prendersi cura contemporaneamente della terra e degli indigeni, e di fingere che nella stazione tutto fosse normale.

Emilio concluse le assegnazioni, uscì e le consegnò al messaggero, Ernst, che era anche contabile e addetto al computer… ognuno di loro svolgeva molte mansioni. Tornò al suo ufficio-camera da letto, scrutò Miliko e le sue carte. — Vuoi pranzare? — le chiese. Contava di andare al mulino nel pomeriggio, e adesso sperava di poter bere in pace un caffè e di usare per primo il forno a microonde che era l’altro lusso accordato dal rango nella cupola… il tempo di rilassarsi un po’.

— Ho quasi finito — disse Miliko.

Un campanello suonò, tre squilli bruschi, e scombinò la giornata. La navetta stava arrivando in anticipo; Emilio aveva creduto che non sarebbe atterrata prima di sera. Scrollò la testa. — C’è ancora tempo per il pranzo — disse.

La navetta scese prima che finissero. Tutti, al Centro Operativo, erano arrivati alla stessa conclusione, ed Ernst, l’incaricato, dirigeva tutto fra un boccone e l’altro. Era una giornata dura per tutti.

Emilio finì in fretta di mangiare, vuotò la tazza del caffè e prese la giacca. Miliko stava indossando la sua.

— Stanno arrivando altri Q — disse Jim Ernst dal banco dei dispacci e, dopo un momento, a voce abbastanza alta perché si sentisse in tutta la cupola: — Duecento. Li hanno rinchiusi come sardine in quella stiva. Navetta, che cosa dobbiamo farcene?

La risposta arrivò fra le scariche, confusa, con poche parole intelligibili. Emilio scrollò la testa, esasperato, e andò a guardare sopra la spalla di Jim Ernst. — Avverta la cupola Q che dovranno rassegnarsi a un maggiore affollamento fino a quando potremo effettuare altri trasferimenti lungo la strada.

— Quasi tutti i Q sono a pranzo — gli ricordò Ernst. Per principio, evitavano di dare gli annunci quando tutti i Q erano radunati: erano portati ad irrazionali attacchi d’isteria. — provveda — disse a Ernst, ed Ernst diede l’annuncio.

Emilio si mise il respiratore e uscì, seguito da Miliko.

Era scesa la navetta più grande: e adesso stava scaricando il poco materiale che avevano chiesto alla stazione. Quasi tutte le merci fluivano nella direzione opposta: scatoloni pieni di prodotti della Porta dell’Infinito giacevano nelle cupole-magazzini, in attesa di venir trasferiti su Pell.

I primi passeggeri cominciarono a scendere la rampa quando Emilio e Miliko ebbero raggiunto il campo circolare d’atterraggio al di là della collina; individui in tuta, stravolti, probabilmente spaventati a morte dal trasferimento, ammassati in un numero superiore al consentito… certamente il loro numero superava abbondantemente le esigenze. C’erano alcuni volontari dall’aria prospera… altri che avevano perso alla lotteria; e quelli se ne stavano in disparte. Ma le guardie scese dalla navetta attendevano con i fucili imbracciati di radunare in gruppo i Q. Con loro c’erano diversi vecchi, e almeno una dozzina di bambini, famiglie e individui isolati, gente che sarebbe sopravvissuta a stento in quarantena nella stazione. Un trasferimento umanitario. Quella gente portava via spazio e sfruttava un compressore, e non era possibile destinarla ai lavori più leggeri, perché quelle mansioni richiedevano l’uso di macchinari delicati. Bisognava ripiegare sui lavori manuali, almeno quelli che potevano sopportare. E i bambini… per fortuna non erano troppo piccoli per lavorare, o per capire che dovevano portare i respiratori e cambiare in fretta le bombole.

— Quanta gente fragile — disse Miliko. — Che ne pensa tuo padre della nostra situazione?

Emilio alzò le spalle. — Sempre meglio del settore Q della stazione, credo. Penso che abbiano portato i compressori nuovi, e le lastre di plastica.

— Io scommetto di no — disse tristemente Miliko.

Si udirono degli strilli, oltre la collina, in direzione della base e delle cupole. Strilli di indigeni; non era una rarità. Emilio girò la testa, non vide nulla, e non vi badò. A quel suono, i profughi si erano fermati. Il personale li fece proseguire.

Gli strilli continuarono. Questo non era normale. Emilio si voltò, e anche Miliko. — Resta qui — le disse lui, — e tieni in pugno la situazione.

Cominciò a correre lungo il sentiero che scavalcava la collina, subito stordito dalle limitazioni del respiratore. Superò la cresta e arrivò in vista delle cupole; e davanti all’enorme cupola Q c’era aria di rissa, un gruppo di indigeni assisteva a tutto quel trambusto, e altri profughi uscivano correndo. Emilio aspirò profondamente e riprese a correre; uno degli indigeni lasciò il gruppo, e gli andò incontro precipitosamente… Denteazzurro, il compagno di Satin; Emilio lo riconobbe dal colore bruno rossiccio, insolito per un adulto. — Lukas-uomini — sibilò Denteazzurro affiancandosi a lui mentre correva, saltellando per l’agitazione. — Lukas-uomini tutti matti.

Non c’era bisogno di spiegazioni. Emilio capì quando vide le guardie… Bran Hale e compagni, i supervisori; c’era un gruppo di Q che gridavano e le guardie li tenevano a bada con i fucili. Hale e i suoi avevano trascinato un giovane fuori dal gruppo, e gli avevano strappato il respiratore; adesso quello stava soffocando, e sarebbe morto se nessuno fosse intervenuto. Tenevano come ostaggio il ragazzo semisvenuto, sotto la minaccia di una pistola, puntando i fucili sugli altri, mentre i Q e gli indigeni intorno urlavano.

— Basta! — gridò Emilio. — Finitela! — Nessuno gli badò, e lui avanzò, da solo, mentre Denteazzurro restava indietro. Si fece largo tra gli uomini armati di fucile e dovette spingere più di una volta, ricordando all’improvviso che lui non aveva una pistola, e quindi era solo e disarmato, e che non c’erano altri testimoni se non gli indigeni e i Q.

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