La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
Lo lasciarono passare. Strappò il ragazzo dalle mani di quelli che lo trattenevano e questi si accasciò a terra; Emilio s’inginocchiò, sentendosi indifeso, raccolse il respiratore e lo rimise sulla faccia del ragazzo. Diversi Q cercarono di avvicinarsi e uno degli uomini di Hale sparò a terra per intimidirli.
— Basta! — gridò Emilio. Si alzò, tremando in ogni muscolo, fissando le dozzine di operai Q all’esterno, gli altri ancora bloccati per la gran ressa all’interno della cupola. I dieci uomini con i fucili spianati. Emilio tremava, pensando a una ribellione, a Miliko che era appena oltre la collina, al pericolo. — Indietro — gridò ai Q. — Allontanatevi! — E si girò verso Bran Hale… giovane, torvo e insolente. — Cos’è successo?
— Ha cercato di scappare — disse Hale. — Nella lotta gli è caduta la maschera. Ha tentato di prendere la pistola.
— Non è vero! — gridarono i Q in tono sempre più deciso, cercando di sommergere la voce di Hale.
— È la verità — disse Hale. — Non vogliono altri profughi nella loro cupola. Cè stata una rissa e questo piantagrane ha cercato di scappare. L’abbiamo ripreso.
Ci fu un coro di proteste da parte dei Q. In prima fila, una donna stava piangendo.
Emilio si guardò intorno; anche lui faticava a respirare. Ai suoi piedi, il ragazzo sembrava rinvenire, contorcendosi e tossendo. Gli indigeni si raggrupparono, con aria solenne.
— Denteazzurro — chiese Emilio — cos’è successo?
Gli occhi di Denteazzurro accennarono all’uomo di Bran Hale. Nient’altro.
— Me occhi visto — disse un’altra voce. Satin si avvicinò, con movimenti decisi del capo. La sua voce aveva un tono acuto. — Hale spinto lui amico, forte con pistola. Spinto forte.
Dalla parte di Hale ci furono grida di derisione, e altre si aggiunsero dalla parte dei Q. Emilio urlò di fare silenzio. Non era una menzogna. Conosceva gli indigeni e conosceva Hale. Non era una menzogna. — Gli hanno tolto il respiratore?
— Tolto — disse Satin e richiuse la bocca. Aveva gli occhi pieni di paura.
— Sta bene — disse Emilio con un profondo respiro, e guardò la faccia di Bran Hale. — Sarà meglio che continuiamo la discussione nel mio ufficio.
— Parliamo qui — disse Hale. Aveva i suoi uomini intorno. Era in vantaggio. Emilio sostenne lo sguardo di Hale; non poteva fare altro, perché non aveva armi, non aveva nessuno che lo spalleggiasse. — La parola di un indigeno — disse Hale, — non vale come testimonianza. Lei non può insultarmi sulla parola di un indigeno, signor Konstantin, nossignore.
Poteva andarsene, fare marcia indietro. Senza dubbio il Centro Operativo e gli operai regolari potevano vedere quello che stava succedendo. O forse erano rimasti a guardare dalle loro cupole facendo finta di niente. In un posto come quello potevano accadere incidenti anche a un Konstantin. Per molto tempo, l’autorità sulla Porta dell’Infinito era stata esercitata da Jon Lukas e dai suoi figli. Lui poteva andarsene, raggiungere il Centro Operativo, e chiedere aiuto alla navetta, se Hale lo avesse lasciato fare; e tutti avrebbero detto che quello era il modo con cui Emilio Konstantin reagiva alle minacce. — Fate i bagagli — disse, senza alzare la voce, — e imbarcatevi sulla navetta. Tutti quanti.
— Sulla parola di una cagna indigena? — Hale aveva perduto ogni dignità, e adesso gridava. Poteva permetterselo. Alcuni dei fucili erano passati dalla sua parte.
— Andatevene — disse Emilio. — Sulla mia parola. Partite con la navetta. Il vostro turno qui è finito.
Vide la tensione di Hale, il guizzo dei suoi occhi. Qualcuno si mosse. Un fucile sparò, e si udì uno sfrigolio nel fango. Uno dei Q aveva deviato il colpo. Per un secondo sembrò che stesse per scoppiare una rivolta.
— Via! — ripeté Emilio. All’improvviso, l’equilibrio cambiò. Nelle prime file dei Q c’erano gli operai più giovani, con il loro caposquadra, Wei. Hale girò gli occhi a destra e a sinistra, valutò la situazione e rivolse un brusco cenno ai suoi compagni. Si mossero. Emilio restò a guardarli mentre ripiegavano spavaldi verso i dormitori comuni, ancora incapace di credere che fosse tutto finito. Accanto a lui, Denteazzurro proruppe in un lungo fischio e Satin soffiò. I suoi muscoli tremavano per lo scontro che non era avvenuto. Sentì un sibilo: era defluita aria dalla cupola quando il resto dei Q, trecento persone, uscì spalancando il portello della camera di compensazione. Li guardò; era rimasto solo con loro. — Prenderete nella vostra cupola i nuovi arrivati, senza proteste e discussioni. Faremo nuovi alloggi: voi e loro insieme, al più presto possibile. Volete che dormano all’aperto? Non fate storie.
— Sì, signore — rispose Wei dopo un momento. La donna che era scoppiata in lacrime si fece avanti. Emilio si scostò e la donna si chinò per aiutare il giovane, che stava cercando di mettersi a sedere; era la madre, pensò. Altri si avvicinarono e aiutarono il ragazzo ad alzarsi. Ci fu una gran confusione.
Emilio prese il giovane per un braccio. — Voglio che ti faccia visitate — disse. — Due di voi lo portino al Centro Operativo.
Quelli esitarono. Avrebbero dovuto essere le guardie a scortarli. Non c’erano guardie, notò Emilio in quell’istante. Aveva appena ordinato a tutte le forze della sicurezza della base principale di andarsene.
— Rientrate — disse agli altri. — Normalizzate la cupola. Più tardi ne parlerò con voi. — E poi, approfittando del fatto che tutti lo ascoltavano con attenzione: — Guardatevi intorno. C’è tutto un mondo, qui, accidenti a voi. Aiutateci. Venite a parlare con me, se c’è qualche reclamo. Farò in modo di ricevervi. Qui stiamo tutti stretti. Tutti. Venite a vedere il mio alloggio, se non ci credete; vi farò fare il giro. Viviamo così perché stiamo ancora costruendo. Aiutateci a costruire, e qui potremo stare comodi, tutti quanti.
Lo fissavano spaventati… increduli. Erano arrivati a bordo di navi sovraffollate e morenti; erano stati nel settore Q della stazione; ed ora vivevano lì, nel fango, in ambienti affollati, e sotto la continua minaccia dei fucili. Emilio esalò un respiro.
— Andate — disse. — Disperdetevi. Datevi da fare. Fate posto per i nuovi arrivati.
Si mossero; il ragazzo e un paio di giovani andarono verso il Centro Operativo, gli altri rientrarono nella cupola. Le fragili porte si chiusero in sequenza, lasciando entrare un gruppo alla volta, fino a quando non rimase più nessuno, e la cupola riprese il suo assetto originario, via via che il compressore pompava aria all’interno.
Un mormorio sommesso, un ondeggiare di figure. Gli indigeni erano ancora con lui. Emilio tese una mano e sfiorò Denteazzurro. L’hisa ricambiò quel gesto e si dondolò, ancora agitato. Dall’altra parte c’era Satin, con le braccia incrociate sul petto e gli occhi ancora più scuri, e spalancati.
E intorno a lui, altri indigeni, con la stessa espressione turbata. I dissidi umani e la violenza: non capivano. Gli indigeni erano capaci di colpire, in una rabbia momentanea, ma non per fare veramente del male. Non li aveva mai visti azzuffarsi in gruppo, o usare armi… i loro coltelli erano soltanto utensili. Uccidevano solo la selvaggina. Che cosa pensavano, si chiese, che cosa immaginavano di fronte a quello spettacolo? Gli umani che puntavano le armi uno contro l’altro…
— Noi andiamo Lassù — disse Satin.
— Sì — disse Emilio. — Certo che ci andrete. Avete fatto bene, Satin, Denteazzurro, tutti quanti; avete fatto bene a dirmelo.
A ciò seguirono numerosi inchini e un mormorio generale di sollievo fra tutti gli hisa, come se finora avessero nutrito qualche dubbio in proposito. Ricordò che aveva ordinato a Hale e ai suoi uomini di partire con la stessa navetta… che il rancore umano poteva ancora complicare le cose.