L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
— Se hanno affittato una camera…
— Non protesteranno, ti assicuro. A dire il vero, Carnefice, sono in debito con me, perché sono qui da tre giorni e hanno pagato solo una notte.
Perciò, il locandiere intendeva servirsi di me per sfrattarli. L'idea non mi dispiaceva, anzi, mi pareva allettante… se l'uomo che occupava la stanza in quel momento se ne fosse andato, avrei avuto il letto tutto per me. Mi alzai e seguii il vecchio su una scala malandata.
La camera non era chiusa a chiave e l'interno era buio come una tomba. Udii un respiro pesante. — Buonuomo! — abbaiò il vecchio, scordandosi di avermi detto che si trattava di un ottimate. — Come ti chiami? Baldy? Baldanders? Hai compagnia. Se non paghi, devi accettare altri pensionati.
L'uomo non rispose.
— Aspetta, Maestro Carnefice, ti faccio luce — mi disse il vecchio. Accese un mozzicone di candela.
La stanza era piccola e arredata solo con il letto. Addormentato sul fianco (così sembrava), con la schiena verso di noi e le gambe piegate, c'era l'uomo più colossale che avessi mai visto… praticamente un gigante.
— Non vuoi svegliarti, Buonuomo Baldanders, per vedere chi sarà il tuo compagno?
Io volevo solo dormire, perciò chiesi al vecchio di andarsene. Lui fece obiezioni, ma lo spinsi fuori dalla porta e non appena se ne fu andato mi sedetti sul lato libero del letto e levai gli stivali e le calze.
La luce tenue della candela confermò che i miei piedi erano ricoperti di vesciche. Mi tolsi il mantello e lo stesi sulla coperta lisa. Mi domandai se fosse il caso di spogliarmi anche della cintura e dei pantaloni: la prudenza e la stanchezza mi suggerivano di non farlo, e notai che anche il gigante era completamente vestito. Oppresso da uno sfinimento incredibile e dal sollievo, spensi la candela e mi sdraiai per trascorrere la mia prima notte fuori dalle mura di Matachin.
— Mai.
La voce era talmente profonda e risonante (come le note basse dell'organo) che all'inizio non compresi il significato della parola. Anzi, non capii nemmeno se fosse una parola. — Cos'hai detto? — borbottai.
— Baldanders.
— Lo so… l'ha detto il locandiere. Io mi chiamo Severian. — Ero sdraiato sul dorso e tra noi stava Terminus est. L'avevo portata a letto per poterla meglio custodire. Al buio, non avrei saputo dire se il mio compagno fosse girato o meno verso di me, ma ero sicuro che avrei colto ogni minimo movimento di quella massa enorme.
— Tu… tagli le teste.
— Allora hai ascoltato le parole del locandiere. Credevo che dormissi. — Stavo per dire che non ero un carnefice bensì un artigiano della corporazione dei torturatori, ma mi sovvenni che ero caduto in disgrazia e spiegai: — Non devi aver paura di me. Io faccio soltanto quello per cui sono pagato.
— Allora a domani.
— Certo. Domani potremo fare conoscenza.
Sognai, e forse persino le parole di Baldanders furono un sogno. Ma non credo.
Ero a cavalcioni di un animale dalle grandi ali coriacee, il cielo era nuvoloso e stavamo planando su una collinetta d'aria sopra una terra crepuscolare. Mi pare che le ali non sbattessero mai. Davanti a noi c'era il sole morente e probabilmente uguagliavamo la velocità di Urth, perché l'astro restava immobile all'orizzonte.
Finalmente il panorama cambiò e si trasformò in quello che in un primo tempo mi parve un deserto. Non si scorgevano fattorie, campi o boschi, ma solo una distesa piatta, porpora scuro e quasi statica. Anche l'animale la vide, o forse aveva avvertito qualche odore nell'aria. I suoi muscoli si tesero sotto di me, quindi diedero tre colpi d'ala.
La distesa purpurea era screziata di bianco. Dopo un po' mi resi conto che l'apparente immobilità era dovuta all'uniformità… il paesaggio era uguale dappertutto, ma dappertutto era in movimento… il mare, l'Uroboros che avvolgeva il mondo e cullava Urth.
Mi voltai indietro e vidi l'intero territorio dell'umanità inghiottito dalla notte.
Quando scomparve e sotto di noi rimase solo quella distesa ondeggiante, la bestia si voltò a guardarmi. Aveva il becco di un ibis, la faccia di una megera e sulla testa c'era una mitera d'osso. Ci guardammo per un istante e mi parve di intuire il suo pensiero: Tu stai sognando, ma se ti svegliassi io sarei là.
Cambiò andatura come un'imbarcazione che sta per invertire la rotta. Un'ala si abbassò, l'altra si levò verso il cielo; io cercai di aggrapparmi al dorso squamoso ma precipitai in mare.
La violenza dell'impatto mi svegliò. Mi sentivo tutto intorpidito e sentii il gigante borbottare nel sonno. Borbottai anch'io, allungai a tentoni la mano per verificare che la mia spada ci fosse ancora e mi riaddormentai.
L'acqua si chiuse sopra di me, ma non annegai. Avevo la sensazione di poter respirare l'acqua, ma non lo feci. Era tutto talmente limpido che mi sembrava di precipitare in un vuoto più trasparente dell'aria.
In lontananza torreggiavano grandi forme… centinaia di volte più grandi di un uomo. Alcune parevano navi, altre nuvole; una era una testa viva priva del corpo. Una nebbiolina azzurra le velava e sotto di me potevo vedere una distesa di sabbia scolpita dalle correnti. Vidi un palazzo più imponente della nostra Cittadella; era in rovina, con le sale prive di tetto simili a giardini, e nel suo interno si aggiravano sagome immense, bianche e come lebbrose.
Continuai la mia caduta e quelle figure si voltarono verso di me. I loro volti erano simili a quelli che avevo visto una volta in fondo al Gyolclass="underline" donne nude, con i capelli verdi come la spuma del mare e gli occhi di corallo. Mi guardavano precipitare ridendo, e la loro risata arrivava gorgogliando fino a me. Avevano denti bianchi e aguzzi, lunghi come un dito.
Caddi in mezzo a loro e mi sentii accarezzare maternamente. I giardini del palazzo erano pieni di spugne, anemoni di mare e altre meraviglie delle quali non conoscevo il nome. Le donne mi circondarono e io ero come una bambola in mezzo a loro. — Chi siete? — chiesi. — E cosa fate qui?
— Siamo le spose di Abaia. Le innamorate, i ninnoli e le valentine di Abaia. La terra non aveva posto per noi. I nostri seni sono arieti da assedio, le nostre natiche spezzerebbero la schiena dei tori. Cresciamo qui finché diventiamo abbastanza grandi per accoppiarci con Abaia, che un giorno divorerà i continenti.
— E io chi sono?
Risero, e la loro risata sembrava la risacca su una spiaggia di vetro. — Te lo faremo vedere! — dissero. — Te lo faremo vedere! — Due di loro mi presero per mano, come una sorella prende per mano il figlio della sorella, e mi condussero a nuoto attraverso il giardino. Avevano le dita palmate e lunghe come il mio avambraccio.
Si fermarono e scesero come caracche che affondano fino a toccare la sabbia con i piedi e io feci altrettanto. Davanti a noi sorgeva un basso muro sopra al quale era allestito un piccolo palcoscenico con un sipario, simile a quelli che si usano per far divertire i bambini.
I nostri movimenti facevano muovere quel sipario piccolo quanto un fazzoletto. Come tirato da una mano invisibile, si aprì e subito comparve un minuscolo omino fatto di stecchi. Le sue membra erano fuscelli ancora ricoperti dalla corteccia e con le gemme verdi. Il corpo era un pezzetto di ramo, spesso come il mio pollice, e la testa era un nodo del legno, mentre le spirali creavano gli occhi e la bocca. Portava una clava, che brandì per salutarci, e si muoveva come se fosse vivo.
Dopo che l'uomo di legno ebbe saltato a lungo percuotendo il palcoscenico per mettere in mostra la sua ferocia, comparve un ragazzo armato di spada. Diversamente dall'altra, questa marionetta era rifinita nei particolari… sembrava un bambino vero ristretto alle dimensioni di un topolino.
Dopo aver fatto un inchino verso di noi, i due si batterono. L'uomo di legno spiccava salti incredibili e sembrava riempire il palcoscenico con i suoi colpi di clava; il bambino danzava come una particella di polvere in un raggio di sole per evitare l'avversario e sferrava fendenti con una spada non più grande di uno spillo.