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Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]

Электронная книга - «Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]». Краткое содержание книги:

Definire insolito un romanzo di fantascienza, e raccomandarlo come tale ai lettori, può sembrare il colmo dell’ingenuità e del semplicismo. Eppure è proprio quest’aggettivo, insolito, che conviene prima di ogni altro al lungo e straordinario romanzo che presentiamo in questo numero di Natale: insolito per l’intreccio, d’una semplicità, e nello stesso tempo d’una sapienza unica nel dosaggio e nella progressione dei colpi di scena; insolito per l’acutezza dell’osservazione psicologica, superiore non solo a quella della fantascienza media, ma perfino a quella di uno specialista del «mordente» come Sheckley; insolito per la raffinatezza della scrittura, e per l’incredibile spigliatezza con cui affronta le situazioni «sociologiche» più sbalorditive, traendone effetti di un irresistibile realismo; insolito per un umorismo che, senza nuocere alla drammaticità della narrazione, arriva facilmente e senza parere, a vette di alta letteratura; insolito infine e soprattutto, per una carica fantastica che lo qualifica senz’altro, a nostro avviso, come il più nutrito e divertente di tutti i romanzi americani di fantascienza e non di fantascienza, tradotti in Italia quest’anno. Siamo doppiamente lieti, perciò, di poterlo presentare ai nostri Lettori col nostro «Buon Natale».
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Fontaine scattò: «Sabotaggio del Complesso Sovietico. Ecco qual è la causa. Per travolgere l’industria americana. Attività sovversiva…»

«E come hanno fatto a ottenere questi risultati?»

«Non è compito mio scoprirlo. Voi, gentaglia, laggiù a Super Washington, avete lasciato infiltrare i russi nel governo. Persino al ministero della Giustizia. Sono sicuro che la CIA potrebbe scoprire i colpevoli in un batter d’occhio, se i suoi quadri non fossero pieni di agenti comunisti. E ancora…»

Hopkins lo interruppe per la terza volta. «Lei può andare, signor Fontaine. I nostri più vivi ringraziamenti per la sua collaborazione.»

Jensen Fontaine ormai era surriscaldato. Alzò un braccio per riprendere la tirata con maggior enfasi, ma il colonnello Williams gliela bloccò a mezz’aria. «Mi segua, l’accompagno all’uscita, signore.»

Gli occhi di Mulligan saettarono da Hopkins a Fontaine che si stava dibattendo, senza convinzione. «Ma insomma, non può trattare così il signor Fontaine!» blaterò.

Le sopracciglia bianche di Hopkins si alzarono di un centimetro.

«Signor Mulligan, le sue opinioni coincidono con quelle del signor Fontaine?»

Anche Mulligan fu accompagnato all’uscita.

Dwight Hopkins esaminò Helen, Ed e Buzz. «Ho letto i rapporti su di voi. Voi tre eravate le persone a cui volevo veramente parlare. Mi dispiace, signorina Fontaine, se il modo con cui ho trattato suo padre non è parso molto cortese.»

«Lasci stare» lo rassicurò Helen facendo una smorfia. «Ogni tanto i modi bruschi fanno bene a papà.»

Hopkins si appoggiò alla spalliera della sedia e guardò solennemente i suoi tre interlocutori.

Poi cominciò a parlare. «Venerdì scorso la televisione e la radio hanno smesso di funzionare. Per parecchie ore il governo non ha preso alcuna iniziativa. Si presumeva che i tecnici avrebbero rapidamente scoperto la causa del guasto e trovato il rimedio. Tuttavia, quando si seppe che il fenomeno aveva una portata mondiale, fu nominato un comitato straordinario. Il giorno seguente, il Presidente ha autorizzato l’uso di fondi speciali per ampliare il comitato e conferirgli maggiori poteri. Il terzo giorno, il comitato è stato trasformato in commissione. Il giorno successivo, infine, il congresso, riunito in sessione segreta, ha votato una legge che assicura alla commissione risorse praticamente illimitate; io sono stato nominato presidente della commissione, responsabile solo di fronte al Presidente. Il generale Crew e il professor Braithgale, qui accanto a me, sono i miei principali assistenti.»

Buzz De Kemp, evidentemente, non si lasciava impressionare nemmeno da una personalità come Dwight Hopkins. Aveva tirato fuori dalla tasca uno dei suoi zampironi e, tenendo il sigaro in bocca, cominciò a parlare cercando i fiammiferi nelle varie tasche.

«Mi sembra che voi, gente, vi stiate eccitando come un gruppo di bambini ritardati mentalmente davanti a uno spettacolo di disegni animati. Per esempio, il maggiore ci diceva, ieri sera, che è una faccenda importante come una guerra. E…»

«Una guerra atomica, signor De Kemp» lo interruppe Hopkins.

«Non dica sciocchezze» sbottò Helen in tono irritato.

Dwight Hopkins si voltò verso il suo collaboratore in borghese, l’uomo alto e grigio. «Professor Braithgale, le dispiace illuminarci circa le conseguenze della situazione in cui ci troviamo?»

Il professore aveva la voce secca e chiara, e sembrava che stesse tenendo una conferenza o una lezione all’università, piuttosto che una conversazione amichevole.

«Che cosa succede a una società civile, quando una situazione economica eccezionalmente sviluppata non è accompagnata da un adeguato volume di divertimenti pubblici?»

Ed, Buzz e Helen fissarono simultaneamente il professore, corrugando la fronte; ma nessuno dei tre si azzardò a dare una risposta. Si trattava ovviamente di una domanda retorica.

Infatti proseguì. «L’essere umano medio non è in grado di autoprogrammarsi. Per lo meno, non ne è in grado l’individuo-massa di oggi. Non è capace di pensare da solo a come impiegare il suo tempo. Non ne ha mai avuto occasione. L’uomo si è evoluto in condizioni tali per cui il tempo e le energie che aveva a disposizione venivano programmate per lui da altri. Lavorava, e lavorava da dodici a diciotto ore al giorno. Tutto il giorno, per tutti i giorni. Oppure moriva di fame. Ogni minuto della sua giornata era determinato in una sfera esterna a lui. Il tempo che poteva dedicare ai divertimenti era poco: i giochi tradizionali e il ballo erano una fonte sufficiente di distrazione e divertimento. L’uomo non ha mai avuto possibilità di annoiarsi… troppo raramente aveva il tempo di distrarsi. Questa situazione è durata per il 99,99 % della storia dell’umanità.»

Braithgale fece una pausa e squadrò i suoi ascoltatori. Poi riprese con voce ancora più asciutta: «Bisogna ammettere che l’ozio è essenziale all’attività creativa. Fino a che non si forma una classe che non dipende dal lavoro manuale, un gruppo che ha tempo di fare qualche cosa che va oltre l’attività indispensabile per sopravvivere, non può esistere la condizione di uno sviluppo culturale. Ma l’ozio, di per sé, non è automaticamente creativo.

«E veniamo al nocciolo della questione: che cosa succede a una civiltà che ha a disposizione tutto… tutto meno l’attività predeterminata per l’individuo medio privo d’iniziativa creativa? In altre parole, che cosa succede a una Società Affluente, a questa nostra Società del Benessere, se improvvisamente vengono a mancare la radio, il cinema e, soprattutto, la televisione? Televisione, il grande oppio pacificatore per l’uomo della strada.»

Ed Wonder era pensoso. «Il teatro» suggerì «il circo, le feste di carnevale.»

Il professore annuì: «Sì, è vero, ma queste cose sarebbero come una goccia in un grande secchio, anche quando, e se, riuscissimo a organizzarlo e ad addestrare il personale necessario. Quanto tempo potrebbe occupare un’attività di questo genere?»

Buzz tirò fuori di tasca il romanzo e lo sventolò davanti agli altri.

«C’è la lettura» disse.

Braithgale scosse la testa. «L’individuo medio non vuole leggere, signor De Kemp. La lettura richiede da parte dell’uomo un notevole contributo di attività intellettuale. Il lettore deve crearsi l’immagine delle azioni descritte sul libro, immaginare i toni di voce, le espressioni, eccetera. La gente comune non è all’altezza di un simile impegno creativo.»

Il professore sembrò voler cambiare argomento.

«Ricordate di aver letto dei disordini che misero sottosopra Costantinopoli durante l’impero di Giustiniano a causa di insignificanti imbrogli accaduti nelle corse ippiche? Ebbene, in quell’occasione migliaia di persone persero la vita.»

Rimase per un istante in silenzio, guardandoli fissi come per creare una tensione enfatica. «È mia opinione» dichiarò infine «che la principale causa della caduta di Roma sia stata la formazione di un’immensa classe di oziosi. La società romana non aveva più problemi di sussistenza materiale: le colonie fornivano tutto il necessario. Al popolo veniva distribuito il cibo gratuitamente. Il popolo aveva tempo libero, ma non aveva la creatività sufficiente per autoprogrammarsi.»

Braithgale arrivò alla conclusione: «Un uomo ha bisogno di fare qualcosa. Ma se non ha la capacità d’inventarsi qualcosa da fare, che cosa gli succede quando gli vengono a mancare contemporaneamente la televisione, la radio, il cinema?»

«Ho letto dei disordini in Inghilterra» disse Ed. «E anche a Chicago, per la verità.»

Intervenne il generale rivolto a Hopkins: «Dobbiamo prendere provvedimenti nei confronti di questi maledetti giornalisti. Si dedicano un po’ troppo a questo genere di notizie.»

Dwight Hopkins non badò al generale. Tamburellando sul tavolo con un grosso fascio di fogli, disse a Ed, Buzz e Helen: «Francamente, il vostro resoconto mi stupisce e mi lascia ancora incredulo. Tuttavia c’è un elemento che parla a vostro favore; siete tutti e tre d’accordo fin nei minimi particolari, senza contraddizioni. Se non fosse per il cinema, un fenomeno inspiegabile in termini di disturbi atmosferici, ammetto che non sarei affatto incline a prendere in considerazione il vostro punto di vista. Tuttavia… che cosa le succede, signor De Kemp?»

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