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Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]

Электронная книга - «Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]». Краткое содержание книги:

Definire insolito un romanzo di fantascienza, e raccomandarlo come tale ai lettori, può sembrare il colmo dell’ingenuità e del semplicismo. Eppure è proprio quest’aggettivo, insolito, che conviene prima di ogni altro al lungo e straordinario romanzo che presentiamo in questo numero di Natale: insolito per l’intreccio, d’una semplicità, e nello stesso tempo d’una sapienza unica nel dosaggio e nella progressione dei colpi di scena; insolito per l’acutezza dell’osservazione psicologica, superiore non solo a quella della fantascienza media, ma perfino a quella di uno specialista del «mordente» come Sheckley; insolito per la raffinatezza della scrittura, e per l’incredibile spigliatezza con cui affronta le situazioni «sociologiche» più sbalorditive, traendone effetti di un irresistibile realismo; insolito per un umorismo che, senza nuocere alla drammaticità della narrazione, arriva facilmente e senza parere, a vette di alta letteratura; insolito infine e soprattutto, per una carica fantastica che lo qualifica senz’altro, a nostro avviso, come il più nutrito e divertente di tutti i romanzi americani di fantascienza e non di fantascienza, tradotti in Italia quest’anno. Siamo doppiamente lieti, perciò, di poterlo presentare ai nostri Lettori col nostro «Buon Natale».
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Ci fu un coro di “Sì, signore”, poi Oppenheimer aprì la porta ed entrò. Era una stanza arredata con grande lusso.

Buzz De Kemp sollevò gli occhi dal romanzo tascabile che stava leggendo comodamente seduto in poltrona. Ghignò, si tolse il sigaro di bocca, e disse: «Salve, Piccolo Ed. Hanno pizzicato anche te, eh?»

Ed Wonder era sbalordito. Si sedette su un divano e chiuse gli occhi.

Oppenheimer e il maggiore guardarono il giornalista. Il primo disse: «Abbiamo appena letto il suo rapporto sull’affare Tubber. A grandi linee collima con quanto ci ha riferito Wonder. Questo fa alzare la vostra qualifica da “A” a “Precedenza assoluta”.»

«Ne siamo lusingati» rispose Buzz raggiante. «Quanti altri ne esistono con precedenza assoluta?»

«Parecchie centinaia almeno, negli Stati Uniti del Benessere. Devo controllare di nuovo per sapere quanti ce ne sono in Inghilterra, nell’Europa Confederata e nel Complesso Sovietico. Ed è probabile che, a quest’ora, anche gli Stati Neutrali Alleati si siano mossi.»

Buzz fischiò piano. «Sta diventando un affare colossale.»

«Colossale come una guerra» disse secco il maggiore.

Ed stava cominciando ad ambientarsi. Con aria sommessa domandò: «A che ora si serve il pranzo da queste parti? Se devo essere trattato come un prigioniero, vorrei almeno mangiare una volta ogni tanto.»

Oppenheimer ribatté: «Non è prigioniero. È un volontario che lavora per il governo.»

«C’è qualche differenza?» chiese.

«Ritorneremo fra poco.»

17

Invece tornarono la mattina dopo. Nel frattempo il sistema di guardia era stato organizzato in tutti i particolari e tutti i desideri di Ed e Buzz furono soddisfatti. I due trascorsero parecchie ore a scambiarsi informazioni, ma erano cose ormai risapute. Buzz De Kemp era passato attraverso una trafila quasi identica a quella di Ed. Era stato preso in consegna da due agenti e scortato fino al Nuovo Empire State Building. L’avevano preso per via degli articoli scritti su Tubber. Avendo insistito nella sua versione, la sua qualifica di precedenza era salita da “C” ad “A” e poi, quando Ed aveva confermato per filo e per segno la sua storia, ad “assoluta”.

Vennero a cercare Ed e Buzz la mattina dopo. Ma non erano Oppenheimer e il maggiore Davis. Evidentemente, adesso erano pezzi più grossi che si occupavano di loro. Fu un colonnello seguito da due aiutanti a mettere dentro la testa nella stanza. Il colonnello Fredric Williams, del controspionaggio dell’Aeronautica, che li accompagnò a un’ennesima intervista.

Buzz s’infilò il romanzo in una tasca della giacca. «Nel caso che si debba fare la solita anticamera burocratica» disse. «Sapete com’è: precipitati e aspetta. Corri e aspetta. Mi porto dietro qualcosa da leggere.»

Il colonnello gli diede un’occhiataccia. Buzz si voltò, prese dal tavolo una manciata di sigari che aveva ordinato la sera prima e se li ficcò nella tasca interna della giacca. «Avrò bisogno di carburante, anche.»

Seguirono il colonnello. I due tirapiedi con le guardie chiudevano la fila alle loro spalle, ancora con i lembi delle giacche spostati e le mani sul calcio della pistola. Ed si chiese quale eventuale pericolo temessero. Erano sigillati negli ultimi piani del più alto edificio di Super New York, circondati a occhio e croce da almeno cinquecento poliziotti scelti.

La loro destinazione era al piano superiore. Lassù c’erano due sale d’attesa, non una sola. La prima delle due era vastissima, con una dozzina di scrivanie e altrettanti funzionari al lavoro. La seconda era piccola, presidiata da una sola impiegata: una donna di mezza età piuttosto matronale, che sembrava il monumento dell’efficienza.

Disse con voce piena di energia: «Il signor Hopkins vi sta aspettando, colonnello. Gli altri sono già arrivati.»

«Grazie, signorina Presley.»

Lo stesso colonnello aprì la porta d’accesso all’ufficio interno.

Chiunque fosse stato l’architetto che aveva progettato il Nuovo Empire State Building, certamente si era reso conto che quest’ultimo piano sarebbe stato la sede della più alta autorità. Quell’ufficio era il simbolo stesso dell’autorità.

Ed Wonder non era mai stato in tutta la sua vita in un luogo simile. Soltanto Hollywood gliene aveva dato una pallida idea. Ma, nonostante il cinema, rimase immobile a guardarsi intorno estatico e imbarazzato.

C’era un unico tavolo che sembrava sospeso al soffitto con un sottile cavo invisibile piuttosto che appoggiato al pavimento. Dietro al tavolo sedeva una persona che era evidentemente il signor Hopkins. Chi fosse in realtà il signor Hopkins venne immediatamente in mente sia a Ed Wonder sia a Buzz De Kemp. Il giornalista reagì addirittura con un leggero sibilo di stupore.

Dwight Hopkins, il genio del compromesso. Dwight Hopkins, il potere dietro al trono. Dwight Hopkins, che, come un colosso, dominava la politica occidentale.

Era un uomo a cui non piaceva la pubblicità. Non ne aveva bisogno. Tuttavia Dwight Hopkins, il braccio destro, il pool di cervelli condensato in una sola testa, secondo alcuni l’alter ego del presidente Everett MacFerson, non poteva rimanere completamente ignoto al cittadino che si interessava di politica. Il presidente MacFerson poteva essere, ed effettivamente era, una figura, un simbolo, un’immagine pubblica i cui veri sforzi, per quanto riguardava il governo del Paese, andavano più in là di quelli del sovrano regnante in Gran Bretagna. Ma nemmeno gli uomini politici del calibro di MacFerson potevano essere in possesso di quel non so che che attraeva i voti delle masse: dovevano pure esistere, dietro le quinte, i Dwight Hopkins. Era sopravvissuto a tre presidenti, passando dai Repubblicani Democratici ai Conservatori Liberali e di nuovo ai primi, senza nessun mutamento nella loro politica… e nella sua. Raramente i due partiti che si alternavano al potere negli Stati Uniti del Benessere si trovavano divisi sui problemi fondamentali; non veniva nemmeno presa in considerazione l’opportunità di sollevare dispute per influenzare la simpatia degli elettori. Si votava per il candidato preferito, non per i princìpi.

Dwight Hopkins sedeva dietro al tavolo. A un lato, in una poltrona, con le gambe incrociate, c’era un generale. All’altro lato, un civile dall’aspetto grigio. Di fronte ai tre, in fila, c’erano Jensen Fontaine, Helen Fontaine e Matthew Mulligan.

Ed si guardò intorno in ogni angolo della stanza. Non si era sbagliato: i Tubber non c’erano.

Hopkins salutò con un cenno i nuovi venuti. «Lei dev’essere Buzz De Kemp, ha l’aspetto del giornalista. E lei è Edward Wonder. Perché la chiamano Piccolo Ed?» La voce era ferma, come se non ci fosse più nessuna fretta ora che la faccenda era nelle sue mani.

«Non so perché» rispose Ed.

Mulligan sbottò: «Senta, Wonder, se questa storia è una sua…»

Il generale fece un colpo di tosse. «Basta così, signor Mulligan. Il signor Wonder si trova nella sua stessa posizione. Siete stati condotti tutti qua per aiutarci a risolvere un problema di primaria importanza per il nostro Paese.»

«Per il mondo intero» precisò con voce dolce il civile alto e grigio.

Jensen Fontaine disse bellicoso: «Esigo di sapere se quei comunisti di Super Washington credono di poter impunemente arrestare cittadini che godono di una reputazione e…»

Dwight Hopkins stava fissando il magnate di provincia con uno sguardo inespressivo. Lo interruppe per chiedergli: «Signor Fontaine, a suo parere, qual è la causa del fenomeno che ha messo fuori uso la radio e la televisione e, in un secondo tempo, anche il cinema?»

Jensen Fontaine lanciò un’occhiata penetrante verso l’uomo politico e proclamò: «La mia Patria, nel bene e nel male…»

«Sono d’accordo con lei» disse Hopkins amichevolmente. «Ma risponda alla mia domanda.»

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